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PIRANDELLO RAP

Pirandello rap

TESTI: VITTORIO BANDA
MUSICA: SERGIO PALUMBO
REGIA   e riadattamento della sceneggiatura: Maria Lazzara
C’ e’ crisi, hanno tagliato i fondi del Fus, regista, attori, e tutti quanti si apprestano a realizzare un progetto per fare un musical, bazzicano tra le quinte, sono disperati, rasentano la pazzia. Debbono a breve mettere in scena lo spettacolo e non sanno come metterlo in scena. Si alternano sul palcoscenico due compagnie teatrali una siciliana e una romana,  ma lo spettacolo vero e proprio non ci sarà mai, saranno solo, per entrambe le compagnie, delle prove generali. 
Entra il regista che illustra agli attori un ipotetico canovaccio per un copione.
La scenografia e’ quella della Valle dei templi di Agrigento.
Regista:  La tematica del nostro lavoro parte da una tematica di Rosso di San Secondo contemporaneo di Pirandello. Il soggetto in questione potrebbe essere la cantante. Che da piccola era muta o quasi; parlavano tutti attorno a lei, parlavano e sparlavano, in quel paesino sperduto nella Sicilia. Appena apriva bocca, le dicevano che doveva starsene zitta e che le femminucce non parlano troppo. Appena parlava, anzi appena fiatava, la schiaffeggiavano.  Fu così che lei pensò di rifugiarsi in un mondo virtuale, leggeva e leggeva, fino a stancarsi: Pinocchio, Cenerentola e mille altre fiabe. Quando era sola, finiti i compiti cantava le canzoncine  dello Zecchino d’ oro e cantava una strofa di: c’era una casa tanto carina, senza soffitto e senza cucina ….., perché somigliava alla sua di casetta e poi le piaceva tanto l’ ultima strofa: …. In via dei matti numero zero. Si, perché in quella casa erano tutti matti, si proprio fuori di testa. E lei, vi chiederete, com’ era? Lei non lo era. Però siccome da grande voleva fare la cantante, pur essendo stonata, e prendeva sempre stecche appena apriva bocca, la gente la prendeva in giro e si burlava di lei. La cantante crebbe in fretta e come tutte le adolescenti sognava il suo principe azzurro: bello, no anzi bellissimo, buono e generoso e soprattutto fedele. Poi un bel giorno incontrò un uomo e pensò: ”Eccolo, sarà lui l’ uomo della mia vita”. Ma il tempo non le diede ragione, quell’ uomo era un’ orco brutto e cattivo; la faceva piangere sempre e non l’ accontentava mai. Le  diceva che era stanco di lei delle sue fantasie e che cercava una principessa col castello e che avrebbe potuta averla se solo avesse voluto e non avrebbe sposato una donna di casa e senza una casa e soprattutto una cosa di carne. Lei si sentì trafiggere il cuore e finalmente capì  di essere stata tradita da una che fingeva di essere una sua amica. Poi lei fuggì prima a Berlino, dove imparò a cantarle le storie, poi a Milano, in via Magenta, 8, dove sognava di cantare alla Scala la Vie en rose della Piaf. Un giorno per caso, fece un provino ed entrò a cantare in un teatro vero e sebbene stonasse, tutti si accorsero di lei, che sebbene come cantante non valeva nulla, riusciva ugualmente a trasmettere tante emozioni. E da allora non fu mai più sola e se solo avesse voluto, avrebbe potuto ricominciare una bella storia d’ amore e convivere, con un signore in grigio, che la notò proprio perché cantava.
Assistente alla regia: Che storia, che storia e’ questa? Ma dite sul serio? Ci siete o ci fate? Ma ammesso e non concesso che sia vero, ha ragione signorina. Se le cose stanno veramente così, lei non e’ sola; molti la pensano così. Dunque, mi pare di capire che lei e’ stata spudoratamente ingannata da quella canaglia, da quel farabutto, da quel cagliostro. Anzi aggiungo, da quel falsario,  frequentatore di bische clandestine, nonché ladro e assassino. Certo penserete che lo conosco il vostro uomo, che sia un mio amico. No, ma non e’ così, non sono come quella sua amica che vi viene a trovare a casa sua, in via Magenta, 8, quella pseudo amica. Ne’ gli ho prestato i miei servizi, come quella sua lodevole amica. Lodevole!
(Pausa)
 Si fa, per dire. Anzi  cara signorina a suo dire, ci sarebbe da rimproverarla. Si, proprio così, per la sua insensata generosità, il che a mio avviso, e non solo, lei è insensata, impazzita oltre che disonorata. Ma non si rende conto, quant’ è stata scema a entrare nella tela tessuta da quell’ essere spregevole per tenderle una trappola e cadervi dentro tutta quanta sana sana? Ti sei fatta infinocchiare da un tiranno, avrebbe potuto vendicarsi diversamente, ma ha preferito farlo nella maniera più lenta ed atroce, ti dava la posta, ti dava la caccia e ti faceva controllare ogni passo per poi svergognarti pubblicamente!!!!! Ma non capivi che teneva spie dappertutto poiché è un usuraio? E adesso che dovresti parlare, difenderti, capire e magari fuggire via da qui e invece che fai? Che fai? Te stai zitta? Sei pazza, stolta, una semplice matta.
La cantante: Lasciatemi stare, oramai mi ha rovinato.
Scenografo: Forse avete ragione. E il gusto che io sentivo della vita dipendeva certo dal poco pensiero che mi davo dei miei casi e dalle scarse illusioni che mi facevo. Non crediate che fosse in fondo per me un gran dolore il tradimento della mia donna. Ne sospiravo, sì; e dicevo fuori, a me stesso, ch'era per pena; ma dentro sentivo ch'era un sospiro di sollievo. Ma non pieno, mai, perché dovete sapere ch'ella non era contenta neanche del suo amante, come non era contenta di nulla, di nessuno. Le finirà male certamente. E anche per questo, vedete? Non so staccarmi di qua.
Rovinato! Sai chi è costui? Il più feroce strozzino ch'esista sulla faccia della terra! Una sanguisuga! Un vampiro!Quello lì. Che S'è messo a parlarmi della rovina della mia casa...   Ah, canaglia! E poi …..e poi … Che mio padre era all'orlo del fallimento...  Che bastava una spinta, un soffio a mandar giù un accordo ch'era riuscito a stabilire tra i creditori...: Lui? Assassino! Ladro! E’ quello  che tiene spie da per tutto! E forse... ma certo, sì, me l'ha mandato lui questa mattina tra i piedi quel seccatore, che m'ha trattenuto più di mezz'ora, per dar tempo a lui di venire qua e di sorprenderti... Ah, che assassinio! E come faccio adesso? come faccio? Tre cambiali ... il cento per cento ... mi farà pagare il cento per cento su quelle seimila lire ... seppure, seppure ... Ma come! Tu gliele hai date così... per niente? Tre cambiali con la mia firma!
Ma subito, colto da vertigine, si recherà una mano sugli occhi e si sorreggerà con l'altra al tavolinetto.
Spettatore: (durante le prove): Perché credi che gli altri, al tuo posto, se fosse loro capitato un caso come il tuo, avrebbero agito come te! Ecco perché, caro mio! E anche perché, fuori dei casi concreti e particolari della vita... sì, ci sono certi principi astratti e generali, su cui possia¬mo essere tutti d'accordo (costa poco!). Intanto, guarda: se tu ti chiudi sdegnosamente in te stesso e sostieni che « hai la tua coscienza e ti basta », è perché sai che tutti ti condannano e non t'approvano o anche ridono di te; altrimenti non lo diresti. Il fatto è che ì principi restano astratti; nessuno riesce a vederli come te nel caso che ti è capitato, né a veder sé stesso nell'azio¬ne che hai commessa. E allora a che ti basta la tua coscienza, me lo dici? A sentirti solo? No, perdio. La solitudine ti spaventa. E che fai allora? T'immagini tante teste, tutte come la tua: tante teste che sono anzi la tua stessa; le quali, a un dato caso, tirate per un filo, ti dicono sì e no, e no e sì, come vuoi tu. E questo ti conforta e ti fa sicuro. Va' là, va' là che è un giuoco magnifico, codesto della tua coscienza che ti basta! Scandalo? Che donnaccia? Se ne dicono di cotte e di crude, in tutti i ritrovi, salotti, caffè, redazioni di giornali. Ne avrà letto anche lei qualche cosa sui giornali.
Il pubblico in sala ride di cattivo gusto e rispondono gli attori infuriati e avviene una rissa che coinvolge tutti.
Teatro delle ombre: S’ intraveda la figura di Pirandello dietro il telone che seduto in una panchina, impreca verso il cielo. 
Pirandello: Mizzica! Che Kaos! Ma prova oggi, prova domani. Che sciarra! Proprio botte da orbi, parolacce, magari. Manco se fossero …. dei cornuti! Io sono ancora qua, e nessuno mi considera? Forse è colpa del mio vestito, che non è abbastanza fosforescente come i vostri? Mi debbo mettere dei catarifrangenti per farmi notare? Ma mi udite? Nessuno mi sente?
Un medium,oramai in pensione, un po’ fuori di testa, l’ unico che sente la voce di Pirandello e vede la sua figura in ombra.
 Medium: Catarifrangente? No, non occorre.
Pirandello: Ma, mi hai sentito? Qualcuno mi ha sentito!
Medium: Un altro che si spaccia per fantasma! Che paura!
(ironico)Matri santissima, un fantasma. Che paura! Esci se no’ ti ammazzo per davvero.
Pirandello: E daglie di nuovo? Dopo la mia morte naturale? E no.  Questo e’ troppo anche per me. Io non mangio, non bevo, ne’ dormo. Me ne sto buono buono, seduto,  ad osservare cosa fate. Voglio proprio vedere come metterete in scena questo spettacolo. E poi oggi a me domani a te. Vedrai come si sta da morti.
Medium: Azz. Corna e fico. Tie’.
Pirandello: Che lingua e’? Ha studiato a Cambridge oppure a Oxford? Anche lei ambisce al Premio Nobel per la letteratura?
Ma comunque sono sempre un signore e se lei dovesse chiedermi scusa, potremmo andarci a prendere un buon caffè orzo.
Medium:   Lei sa’ o si rende conto in che epoca siamo? Che siamo nel 2012?
Pirandello: Che importanza pensi che possa avere per me oramai sono vedovo e comunque, lo sono fin da quando mia moglie stava in condizioni di salute cagionevole mi fece diventare lo zimbello di tutti a causa della sua  follia.
Il tecnico delle luci scoppia a ridere.
Pirandello: Lei sorride? AHHH! Pure voi vi burlate di me. Stupido. Cretino. ma ci sarebbe da piangere, solo a guardarla, la Sicilia suscita pietà! Non ha mai avuto una coscienza civica a causa delle innumerevoli dominazioni e sfruttamenti susseguitisi nella sua storia: greci, romani,arabi, normanni, svevi, angioini, spagnoli, Borboni ed infine i Savoia. Ognuno di questi al popolo nudo dava un abito da indossare, ma il popolo non aveva il tempo d’indossarlo che subito l’ abito cambiava ed il siciliano di conseguenza ha finito per cercare soltanto la pancia e da qui sono nati gli “uomini di panza!”.
 (PAUSA)
 Né sono valse le voci come la mia e  come quelle di Sciascia, Brancati, Bufalino; siamo rimasti inascoltati, come se fosse quello il nostro destino. Il siciliano sa quali sono i mali di questa terra, ma preferisce ignorarli, per farglielo capire ho pensato che un siciliano può parlare col suo io più profondo, per cui ho scritto: Vieni anche se da tempo siamo litigati e  poche volte ci siamo incontrati. Vieni, anche se sei il mio caro “Io”, che con la mente attenta osservo e spio. Vieni, con te voglio finalmente parlare, senza che nessuno ci possa ascoltare. Ti parlerò della miseria vestita di nobiltà,dell’uomo che vuole apparire ma che niente ha. Della boria spocchiosa dei professionisti,che, nella sostanza, sono degli uomini tristi. Di tutti i politici tronfi e saccenti siciliani, che fanno sempre i fatti loro a quattro mani. Della coscienza civica del popolo siciliano, omertoso, schivo e sempre pronto con la mano. Vieni, è da tanto che veramente ti aspetto, lo sai che per te io nutro un gran rispetto. Vieni, nel buio della mia pura coscienza, parlami con amore e riaccendi la speranza, di vedere i nostri figli giovani sistemati e non come adesso che sono solo sfruttati. Vieni, e spazza il modello americano importato, che lacrime e mani vuote ci ha lasciato. Vieni, a demolire tutto questo becero teatrino, dove solo lo spettatore è un emerito cretino! Vieni, a dissipare l’offesa alla intelligenza, ed a far parlare di nuovo la vecchia coscienza. Vieni, mentre il fiume scorre tranquillo nella notte e potremo finalmente dire insieme: “Chi se ne fotte!”

 


Entra in scena Cece’ che ancora si sta’ truccando.
Signore del pubblico (presente in sala): Chi e’? Chi apostrofa? Chi e’ questa?
Costumista: Che donna … che donna …! Lei è stata vilmente, anzi spudoratamente ingannata, da quel farabutto, da quel cagliostro. Anzi lasciatemelo dire: biscazziere, donnaiuolo, ladro, assassino.
Signore  del pubblico: E chi più ne ha, più ne metta.
Cece’: Vedo che lo conoscete molto bene. Ha ingannato pure voi?
La parrucchiera la rincorre per completare la pettinata.
Parrucchiera: Che scappi? Cerchi un alto pollo? Che coraggio che ha questa a voler ricominciare tutto punto e a capo.
Custode: Ma lei per caso le ha prestato i suoi servizietti.
Cece’: Cosa sta tentando d’ insinuarmi?
Custode: Magari è stata generosa con lui? O lui è stato generoso con lei? Confuso sono.
Cece’: Cosa sta cercando d’ insinuare, mica faccio la escort. Io provo schifo per lui, anzi rabbia per quel mascalzone.
 Costumista: Oramai lei, cara signorina è come se fosse una cambiale. Capisce? Non la vuole più nessuno. Anzi se io fossi in lei, neanche al pubblico mi mostrerei. Chi ti credi d’ essere.
Fotografo: Una racchia in scena? Come mai una così in scena?
Cantante: Me la pagherà il vigliacco, gli farò vedere chi diventerò. Un giorno sarò più famosa della Coca cola.
Cece’: Ma è proprio surreale questa qui.
Tecnico luci: La scema sei tu (rivolgendosi alla cantante), innammorata di un usuraio, un despota. Uno che ti dice: l’ asino vola e tu da scema a corrergli dietro per anni e anni.
Cantante: La tela l’ ho tessuta io. Lui mi teneva la posta, mi faceva seguire ed io? L’ ho svergognato pubblicamente.
Cece’: Ma questa è proprio matta, matta davvero. Mettersi contro quello, contro un cravattaro, un colletto bianco. Quello tiene spie dappertutto.
Tecnico luci: Zitte, zitte, ma siete ammattite?
La cantante disperata sale su una colonna della scenografia.  
Cantante: Ah! Ah! Ma non penso a nulla a me non importa. Non voglio ricordare e a me non importa. Non voglio ricordare e già non m’ importa. Ma scherzo, non vedete che scherzo. Non voglio ricordare. Ma sono seria quando dico: l’amore? Chi mi può amare? Chi? Che ora è? In che tempo sono? Dove sono? Chi mi può amare? Ma perché mi pongo tutte queste domande? Strano vero? Ma non c’ è niente di straordinario! Forse ho esagerato. Forse.  Ma tranquilli. Voi che vi struggete di passione per me.
Risata del pubblico presente; tutti ridono.
Cantante: Basta! Basta! Io vi do’ il mio cuore e voi vi burlate di me. Vili, siete vili.(Pausa) Le mie urla partono dal mio petto e mi abbatto qua proprio qua. Potrei schiantarmi. (Scruta lo sguardo nel vuoto,  pensa di buttarsi giù). Ma ditemi avete voi il coraggio di essere come me? Dannata e libera? Una furia, si una furia sono. E voi? Chi siete voi? Piccoli e miseri. Nulla siete dei nulla. Guardatemi in volto;  nei miei occhi si può  leggere di tutto, anche la pazzia se volete. Ma non sono una pazza sono pur sempre una cantante. Anzi proprio voi siete dei pazzi, come l’ acqua contro lo scoglio. Ma meno male che mi e’ rimasta la voce. Siete voi, dunque quelli che sono rimasti soli.

Cece’:  Immagina che vita sarebbe stata... Diversi, non si può essere se non con gli altri. — Tu, con lui...

Giornalista:(tra sé), Domani si esce in prima pagina!
Regista romano: Caro Onorevole, penso che sia scordato de tutti quelli che cor core lo hanno votato, delle su’ promesse co granne  partecipazione pe  migliorà  la vita sociale der nostro rione. Sto giorno semo in tanti con ansia ad aspettallo, me sa che divento vecchio e resto solo er tarlo. Alle prossime elezioni pijerà tanti voti senza spese, i voti de tutti quelli che lo manneranno a quer paese!
Onorevole: So venuto a tenè questo comizio cara gente, pè dirvè tutto e pè non dirvè proprio gnente. L’ impegno mio oramai è bello che certificato nun ve resta che damme er voto e er mannato. La coalizione si è sciorta e nun avevo dubbi, dovevano fini’  tuttu questi strani connubi. Ereno diventati pretenziosi e sospetettosi come degli innamorati beceri e gelosi. Proporrò un programma elettorale a tutto campo, tutto a favore vostro senza via de scampo. Lavoro sicuro alla nova generazione e pane abbonnante pe tutta la nazione. Lo so che l’ aspettative vostre so’ tante, ma m’ impegno a realizzarle tutte quante, senza risparmiamme ner mio duro lavoro, come saddice  ad un omo serio cò decoro. Abbiate la bonta’ de aspettà ‘m paro de anni, e sortirete fora de tutti li vostri affanni. Se nun se  realizza nun è certo corpa mia, ma della vile opposizione che fa la spia. Iniziano  a battere le mani co convinzione, pe cui   pareva riuscita tutta la manifestazione. Ma quarcheduno, dritto e testardo come un mulo grido’: Lo sai mo’ che te dico: ”Ma vaffanculo!”.
Sindacalista dello spettacolo: L’ Italia è una Repubblica fonnata sur lavoro, recitava la nosta Costituzione cò decoro. Adesso sta fase risurta un po’ antiquata, bisognerebbe dì che sur precariato è fonnata. ‘Na vorta se studiava co la speranza de ‘n ‘occupazione, adesso se studia co la certezza della disoccupazione. Se riempiono la bocca de promesse e de paroloni, ma poi ce trattano tutti regolarmente da cojoni.  La Cisl Spettacolo che predica lo sviluppo nazionale, ma poi se ne vanno all’ estero ad investì er capitale. Poi se lamentano tutti della recessione imperante, ce vole ‘na gran faccia pe raccontanne tante!
Spettatore romano: (che osserva una body guard): Gigetto e’ un bullo atipico, frutto der quartiere, spesso se mette sulle scale da solo a sedere. Indossa na maglietta dove c’ è scitto: “Dalla” ma nun ha trovato nessuno disposto ad attualla. Pieno de tatuaggi e de percing sulla faccia pensa che questo lo aiuti pechè piaccia. Nun ha capito ancora che er tesoro è la mente e che è proprio questo che piace alla gente. Quanno lo scoprira’ in età ormai assai avanzata, capirà che la maglietta gli ha dato ‘na fregata, comprennerà che ar monno ce vole solo er core pe pote’ trovare fra la gente che passa l’ amore.
Presentatore: Er core puro, der nostro parlamentare è  e quorum e nessuno lo può negare. Ogni vorta che c’ è una nova votazione, je piglia ner petto un gran magone. Comincia a fa’ li carcoli elaborati, pe capì se ce la fanno coi deputati. Quarcuno sta’ un po’ fori dalla vista e se mette a fare tosto er bon pianista. Se se vole tirà er tempo pe un momento se presenta  un fantoccio de emendamento. Quarcuno allunga un po’ er suo intervento pe piglià der fiato bono in un momento. Er  quorum nun se sa se sarà toccato, ma armeno conta che ce se sia provato. Der tempo perso nun se ha imbarazzo, quello nun è contato mai un ber cazzo!
Entra un’ attrice di un’ altra compagnia, che interpreta Cornelia, vestita da matrona romana con le  braccia aperte come se stesse per mostrare i suoi  due rampolli.
Cornelia:  Buona sera a tutti, sono Cornelia la madre de li Gracchi, una vorta ner mostralli dicevo: “Ecco li miei gioielli!” oggi nun se po’ più dire, perché pe voi li gioielli so n’antra cosa. Oggi nella vostra  società c’è l’infrazione de li gioielli! Na vorta noi avevamo ‘na città co li carri pe li  trasporti, oggi avete un mare de trasporti de tutti li generi però nun funzionano quasi mai c’è sempre ‘na protesta e le ragazze dicheno ar ”Baciami co trasporto ! “ forse perché vonno un passaggio! Alla stazione Termini ‘na vorta c’era un montacarichi   dove c’era messo un cartello co la scritta: Fermo per  lavori.” Un romanaccio der popolo la modificò così: “Fermo, perché lavori? “. Da allora e non solo da allora  fu ‘na corsa all’ozio e adesso se aperta la caccia ai  fannulloni ed all’etichetta da mettegliè addosso. I tempi anche allora erano a vorte grami, però ce se  consolava cantanno, anche voi lo avete fatto ve ricordate : “Er progresso l’ha fatta granne chesta   città ma nun è chella dove se viveva tanti anni fa “Bisogna sapesse risollevare in questi tempi de crisi   quanno si è contristati, io ad esempio canto questa.    
Cantante: Quanno me sento un poco contristato,
canto un motivetto allegro e sincopato.
De corpo la mente se immerge ner ricordo
e de tutti li guai der monno io me scordo.
Ritornello del  Motivetto: Canto un motivetto allegro e sincopato
anche se nelle tasche so’ sempre squattrinato.
Ma nun me importa so’ ricco se ner core
conservo sempre er valore dell’amore.
Certo nun sarà un metodo razionale
Ma me aiuta a stare meno male.
Er tempo felice ritorna ar mio pensiero
E er prossimo me pare pure più sincero.

Cornelia: Anche a li nostri tempi se tirava la cinghia e a vorte se digiunava, ma anche voi nun è che sete messi meglio,       sentite cosa dice ar riguardo un pensionato:
 Voce fuori campo: Er digiuno forzato è sempre duro assai pensi de magnà e nun magni proprio mai! Questo è er destino mio da pensionato dopo tant’anni de lavoro onesto e timorato. Co la pensione devi stare sempre a carcolare quello che puoi o che non puoi comprare. Se compro‘ na camicia co li sconti, alla fine nun me tornano li conti. Pe cui ogni mese me tocca sarvo ognuno de fare qualche giorno de digiuno. Lo dedico ar governo stramaledetto come se stessi a fare un ber fioretto! Cornelia: Avete sentito come va er monno, nun se ne po’ più, ‘na vorta se campava e se annava in guerra pe ‘na ragione, oggi è tutto cambiato se va in guerra pe  vennere le armi e nun c’è da stare allegri sentite    che dice la mi’ amica Gaia.
Gaia:(vestita da matrona romana). So’ Gaia la moglie der centurione Gaio, in famiglia semo tutti gai , er tempo in cui so’ vissuta è er tempo de Nerone che s’era  costruita la su’ statua der colosso, tutti quelli che arrivavano a Roma la guardavano dar basso in arto e se chiedevano: “ Ahò ma questo indove vole arrivà ? “. Va bene che lui se diceva figlio de un Dio e che diceva de parlà cò su’padre che gliè dava consigli, poi tutti sappiamo che consiglia oggi e consiglia domani la cosa prese ‘na piega fumosa, stò figlio de ‘na mignotta te incendiò Roma pè falla diceva lui più bella de prima. Ma Roma in certe cose te rimasta sempre tale e quale, ar tempo nostro sur Tevere ce stavano li romani meno fortunati, quelli poveri, oggi ce sono li insediamenti rom s’ è accorciato er nome ma la sostanza rimane sempre la stessa. Gaio mio è partito pè le campagne de conquista, dice che così se guadagna la terra che poi assegneno a li reduci de la campagna, sì la terra pè essere seppellito. Me voi dì a che serve la terra che te danno se poi manco hai la forza de cortivalla? Armeno oggi avete er sussidio pè la non cortivazione e questo ve aiuta sì, ma  fa diminuì er prodotto, poi se lamentano che nun c’è più grano e che li prezzi de li cereali sono alle stelle, mortaci loro ma se so’ stati essi a provocà er danno. Quanno moriva un centurione alla vedova veniva recapitato solo l’ermo o la spada pè testimonià che aveva combattuto pè la patria, oggi te mannano la sarma ner sacco perché tutto ha origine da noi infatti ce fu er sacco de Roma. Poi che dire oggi avete due Camere: la Camera dei deputati e er Senato, a li tempi nostri c’era solo er Senato e le cose funzionavano bene oggi è tutto un casino, nun avete capito che un problema nun se risorve mortipricannolo. Ai tempi nostri la casta significava la pura una che nun se prostituiva e che stava attenta a nun concedere le su’ grazie a nessuno. Oggi la vostra casta è una che la da a tutti pè avè in cambio tutto. Poi nun parlamo de li crienti, a li tempi nostri se annava da loro ar mattino cò la sportula e se tornava cò la spesa, oggi dovete annà cò la spesa e nun sapete nemmeno se ve torneno la sportula. Nun parlamo de la Giustizia a li tempi nostri tutto filava veloce e sicuro, adesso è già un miracolo se cò tutti stì giudici e stì avvocati riuscite a celebrà er processo e se arriva la sentenza questa mica è certa. Roma te sei proprio cagnata nun t’ariconosco più sei sempre la meta der turista e dell’artista ma tutti passeno pè sfruttatte. Un’urtima cortesia pè favore se ve nasce ‘na figlia impresa ardua visti li vostri tempi nun la chiamate Gaia pecchè a guardavve c’è poco da stare allegri.
 Cornelia: Eppure in mezzo a tutto questo casino c’è chi riesce a sognare!
Scena: Un uomo dormiente su un letto, una voce fori campo comincia a recitare la poesia: DANZA DER VENTRE, uno schermo su cui vengono proiettate immagini di palazzi orientali e mentre la voce arriva all’ingresso di una danzatrice del ventre, da un fumo appare una danzatrice del ventre che accenna ad alcuni passi della danza e poi scompare.
Spettatore romano: Oggi te ballano tutti e passo doppio, forse saranno l’ effetti dell’ oppio che se consuma in giro a profusione e che te porta ‘na granne confusione. Stelle stelline, vallette e paparazzi, onorevoli senatori e granni intrallazzi, sembrano assillarti in ogni momento senza riposo, so’ proprio un tormento. Li piromani danno foco alla vegetazione, pe’ fa’ un dispetto alla civile protezione. Ognuno se carica de responsabilità co dichiarazioni de granne umirta’. Nun c’ è gnente da fa oggi c’ è  doppiezza come se fosse lei sana saggezza. Pe  cui trovare ‘n omo vero, onesto e gaio, è come cercare ‘n ago ner solito pagliaio. 
 Aladino: Nelle notti d’estate me rincorre un sogno strano, me trovo in un palazzo dorato a  fà er surtano. Cento odalische tutte belle e assai agghindate,me stanno attorno e fanno tutte le sdorcinate. C’è una che me dà acini d’uva in modo divino,una che me porge una coppa dorata de vino. Poi le artre tutte insieme te iniziano a danzare e li occhi miei nun sanno vero dove annare. Poi te entra ‘na ballerina bella e scatenata, e te ballà ‘na danza der ventre indiavolata. L’occhi miei sono attaccati ar su’ ombelico e quer che penso solo pe garbo nun lo dico. Er sogno è bello ed ha un effetto smisurato,sopra ar mio fisico dai freni inibitori liberato. Me sveglio attonito, sorpreso e tutto sudato e me convinco subbito che ho solo sognato. Vorrei nun fare più sto sogno che è ‘na tortura, che me affrigge e me tormenta spesso a dismisura. Spero che nella realtà trovi una che me consola,ma che nun sia solo er zolito sogno co’ la sola. (pausa).
Cornelia: Se sogna de innamorasse e se fantastica co la mente, quanti nella Roma nostra hanno sognato e se so innamorati è una        città che suscita l’amore che lo favorisce e in tanti le hanno               dedicato delle canzoni sentite un po’ questa: L’amore già quello co cui se faceva tutto a Roma, anche la politica se faceva con amore, oggi è tutto  un casino. Nella Roma antica veniva data ‘na veste  bianca ar candidato pe le elezioni e poi ùse scrivevano le scritte su li muri. Oggi ar candidato nun danno più la veste bianca er  perché è intuitivo e nun occorre che lo se spieghi. Oggi lo mettono in lista fanno li manifesti che de notte  mettono in ogni parte della città e poi lo invitano pe fa li comizi o a li raduni der partito.  Una vorta nella via Salaria c’erano nella Roma antica“ li vennitori der nulla” così li chiamavano quelli che vennevano ventagli de pavone o gingilli de avorio. Oggi li politici hanno puro il loro posto più confortevole e te vennono er nulla attraverso li comizi e le interviste te promettono mari e monti. L’imperativo è promettere quanto a mantenere mantengono solo er loro posto.
Aiuto regia romano: Quanno er pensiero corre e va ar passato me sento tante volte un poco frastornato. Me pare d’ esse un vecchio registratore, che riavvolge un nastro co stridore. Le voci allegre so’ lontane e accavallate, a stento se distinguono  sortanto le risate. Solo la sofferenza è chiara e strigne er core e scennono le lacrime copiose der dolore.
Il  Banditore (esce con rullo di tamburo ed una pergamena tra le mani non appena si accorge che la gente gli presta attenzione; spiega la pergamena e comincia a leggere l’ ordinanza del Sindaco.
Banditore: Sintiti, sintiti, ora ca ficiru lu novu stratuni; ci passano carrozzi e carruzzuni. Stati attenti a cu avissi aviripicciriddi nichi ha… Ca si cosa avissi a capitari u signor Siccasu sa senti scutulari!
Entra subito un cantastorie che stende una tela con un pannello che rappresenta Orlando vicino a Rinaldo, indicando il quadro con l’ abituale bacchetta.
Cantastorie (o puparo magari membro di una banda nunicipale): Ecco il nobile e coraggioso Orlando mentre camina accanto a Rinaldo, ca ci dici: “Caro  Rinardo compagno di tantissime tenzoni che sono state cuntate alle sicule popolazioni. Oggi supra di nui scinniu sulu silenzio, chinu di sberleffi, peni e di vili assenzio … Armenu li nostri cummattimenti eranu sinceri e aiutavano l’ omini ad esseri cchiu’ veri. Oggi  si sciarrianu tutti ni li televisioni e nun si capisci nenti e sulu confusioni. Nun si parla cchiu’ di la santa turlindana ma parlanu sulu e sempri di ogni buttana. L’ opera di li pupi è stata seporta nel passato è rimasto sulu l’ omu d’ora infami e sciaguato. Na vota alla fimmina ci si faciva la sirinata. Oggi si li talii, si fannu tutti sulu una chattata. Na vota la fimmina era cacciata dall’ omu oggi c’ è sulu la fimmina ca s’ appiccica all’ omu! Caru Orlando hai mille ed una sana ragione anche io mi sono abbattatu nei sacri coglioni. Le nostre  storie sunnu tutte quante dimenticate e in giro nun  sunnu cchiù da nuddu narrate. Nun si sapi cchiu’ dunni s’ avi a ghiri a parari è meglio pi nui c anni jemu tostu a defilari, nun vogghiu cchiu’ la giustizia dunni stà! – Pi cui caro Rinardo andiamo cu lu passu di li paladini e lassammuli a tutti quanti comu sunnu: sulu cretini.
Cornelia: Anche nelle comunicazioni tutto è cambiato noi                avevamo er corriere oggi voi avete le e-mail e le Chat che servono pure da paravento sentite un po’Lei se chiama " donna perduta"
lui se chiama " omo distratto" se so trovati in chat per un contatto. Lei dice che se vorrebbe ritrovare, lui le sussurra che sa come fare. Se danno ogni giorno appuntamento pe conoscersi co’ approfonnimento. Me manni la tu' foto dice serio a lei si te manno quella fatta su li Pirenei. TVB cara la mia donna perduta
finarmente io ti ho conosciuta. Stare coll'antri me dà imbarazzo
parlano e nun dicheno mai un cazzo! Ma adesso ce sei tu nella mi' esistenza, ringrazio la chat pe la nostra conoscenza. Io spero de leggere il TVB anche da te allora me sentirò davvero come un Re! Poi nun parlamo der casino dei call center, se blatera  De tutto e uno se confonde sentite cosa è successo a Un amico mio. Come siamo moderni, oggi la modernità ci esce da tutti i pori, d’estate non ci esce il sudore ma trasudiamo modernità. Tutti col nostro telefonino che ci segue come un cane con i suoi squilli continui e con i messaggini del gestore fedele o degli amici, del nostro ganzo o della nostra peschiella. Ci sembra di essere liberi ma siamo prigionieri di questa infernale invenzione. Anche quando  sei a casa e ti sembra di poterti finalmente rilassare, quando hai finito di pranzare e stai per andare a farti la salutare pennichella, già stai pregustando il tuo momento di relax ed invece, squilla il telefono!
Un ragazzo: - Pronto è lei il Signor Vittorio ?
Voce fuori campo: Si sono io
Ragazzo: Noi siamo della Telecom conosce la nostra ultima offerta?
Voce fuori campo: No, guardi che per adesso non ho tempo.
Ragazzo: Aspetti ci metto solo un minuto. Un fiume di parole ti investe e ti verrebbe voglia di dire: Adesso Telecommento io le tue offerte.
Altra telefonata: Siamo di Tele 2 conosce la nostra offerta?(Altra telefonata). Siamo di Infostrada, aspetti Signor Vittorio che le diciamo come evitare il canone Telecom.(Altra telefonata): Siamo del Centro sordità Amplifon, mi sente? Certo che la sento dica pure. Abbiamo predisposto per lei un esame gratuito del suo udito presso la nostra sede. Ma che cacchio di esame dell’udito se ti sento e ti sto rispondendo? In nome di quale logica mi proponi un esame dell’udito?
Cornelia: Anche li mestieri so sempre quelli de sempre ma co qualche stonatura, annate sempre dar parrucchiere e dalle stetiste               e Dio ce sarvi che fatica pe voi e pe loro sentite cosa dice Licia.
Licia: Sarve me chiamo Licia so’ venuta a Roma dalla Tracia dove facevo la parrucchiera e l’estetista ed anche qui ho portato li miei servizi a bella vista. Stò mestiere mi è sempre piaciuto perché co carma e co tatto puoi conoscere tutto de tutti. L’antro giorno è venuta la moglie di un senatore comincianno a sproloquiare senza arcun rossore. Me disse che ar marito nun gliè tirava gnente pe cui s’era messa co un tribuno assai aitante. Diceva che mentre er marito ar Senato faceva serio  la conta lei aveva trovato ner popolo chi le faceva la monta. Una me disse che voleva li riccioli assai pennenti perché desiderava avere addosso da tutti li maschi sguardi impenitenti. Voleva essere ammirata e finì  su tutte le bocche ed aveva scerto de risorvere er problema co le ciocche. Nun parlamo poi delle ciccione che venivano per er massaggio: M’arriccomanno Licia so’ nelle tue sante mani me devi fa sparire stò grasso dalle cosce perché Romolo mio  me deve trovà sempre attraente e stò lardo me fa apparire repellente.” Prima se abbuffeno senza riguardo d’ogni ben de Dio e  poi er  miracolo lo devo fare solo io. Ad una dissi de limitasse nell’alimentazione m’arispose che alle feste nun poteva esentasse dalla partecipazione e che confidava nell’opera santa delle mi’ mani pe riacquistà la su’ linea smagliante ner domani. Nun c’è gnente da fa sono l’artigiana e er nume della bellezza dispenso creme buffetti e consigli a profusioni però nun sapete,certe vorte, che rottura de cojoni!
Cornelia: Avete sentito come siete indecisi, poi nun parlamo                 De quanno ve decidete a fare delle proteste come  quella che            avete fatto ner sessantotto e per la quale lascio la parola ar mio amico Otto.
Otto: Buona sera mi chiamo Otto e sono un figlio del sessantotto.
Ottavo figlio degli altri miei fratelli che si chiamano Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto, Sesto e Settimo. Mio padre e mia madre erano ordinati per questo. A quell’epoca non c’era la pillola e le trasmissioni televisive finivano presto. Dicono che quando sono nato, gridavo. Avevo dentro me innato il germe della protesta. Mio padre in verità voleva chiamarmi Otto e mezzo in omaggio a Federico Fellini, ma mia madre si oppose sostenendo che era riduttivo e si poteva equivocare sulla mia interezza. Mio padre portava i capelli lunghi come si usava allora. Era un capellone e mi ha spesso raccontato che le ragazze vedendolo gli dicevano: A Bono! E lui, che da buon piacione si piaceva veramente tanto, s’accarezzava compiaciuto la chioma folta, convinto che da lì nascesse la sua forza. Così come per Sansone. In quel tempo si chiedevano chi fosse il gatto più lungo e dicevano che era Mao perché aveva la testa in Cina ed i coglioni in Italia! Erano tutti orgogliosi di avere fatto il sessantotto del sessantanove non ne parlava nessuno. Mio padre e mia madre alle pareti della nostra casa avevano appeso i poster dei loro idoli: i Beatles, i Rolling Stones e Wood Allen, che amavano e ammiravano tanto. Erano estasiati. La loro protesta si sa come è andata a finire. Si sono tagliati i capelli, si sono rimboccati le maniche ed hanno iniziato a lavorare. Finendo così di cazzeggiare.

Comincia a farsi strada la griffe preferita dai gay: Robbe di Kiappa!

Modello: Adesso ci sono: i rasati,i tatuati,i piercing a tutto spiano anche dentro l’ombelico e al naso. Io faccio parte della schiera dei rasati anche perché di mio ho perso i capelli.
Pazienza, vuol dire che risparmio sul barbiere. Come cambia il mondo. Loro erano i figli dei fiori noi siamo i figli delle rape pelate. Scusate stacco la spina: c’è la mia compagna che mi chiama per uno spinello.
Cornelia: Anche l’amore avete confuso ed inquinato, noi  armeno             avevamo le idee chiare ar riguardo e li ricordi li conservavamo gelosamente perché ce aiutavano ne li tempi grami. Un tempo nella Roma antica chi sbagliava  se suicidava o se bruciava er braccio come Muzio Scevola, oggi nun succede gnente e meno male che comincino a pentisse puro li mafiosi ormai è diventato un mestiere.
 MAFIOSO PENTITO:(in sottofondo il suono sommesso di un gangalarone): Ormai essere mafiosi è diventato un problema, il sistema è in crisi altro che esistenzialismo. Saviano per la camorra ha scritto: “Gomorra” per noi, visto che lo abbiamo sempre in quel posto, cosa doveva scrivere “Sodoma”? Io mi chiamo Alfio e facevo parte della famiglia del padrino ……. il nome nonlo posso dire perché adesso sono pentito, ho aderito alla campagna del Ministero della Giustizia che somigliava a quella del Ministero della Difesa quando reclutava giovani per la marina: “Arruolati in marina e girerai il mondo!“ e questa qui è quasi lo stesso: “Pentiti e girerai il mondo!“. Infatti ho cominciato a girare e tanto ho girato che mi giravano persino le palle. Cosa potevo fare era diventato impossibile fare il mafioso, ci hanno rubato il mar-    chio di fabbrica, in America lo mettono sui giochi, sulle magliet-te e poi dicono che siamo noi che ci speculiamo. Una volta ho incontrato un tizio che aveva una coppola nera ed un pizzo ed allora gli ho chiesto : “Scusi lei è mafioso? E lui mi ha risposto: “Sissignore non si vede dalla coppola e dal pizzo?“ Allora non ci ho visto più dagli occhi e gli ho detto: “Senti brutto stronzo, passi pure per la coppola perché sei una coppola di minchia, ma in quanto al pizzo non ti  devi permettere perché quello è: “cosa nostra!”. Non ci si capisce più niente, mio cugino poverino che tira avanti la carretta, perché ha un lavoro dentro il rinale o come dite voi interinale, una moglie e quattro figli da campare, stava comprando dal salumiere dei generi alimentari e quel poco che serviva a casa a credito e stava lasciando al salumiere un pizzino firmato, non ci crederete lo hanno arrestato perché dice che lo hanno sorpreso mentre stava passando un pizzino. Adesso c’è la sindrome del pizzino e prolificano gli interpreti degli stessi, quello di mio cugino lo stanno decifrando e sono arrivati a queste conclusioni: Duecento grammi di mortadella e loro pensano che si tratti di droga. Dieci uova  e loro pensano che si tratti di bombe a mano. Dieci rotoli di carta igienica e qui stanno incontrando un po’ di difficoltà per capire di cosa si tratti, nessuno avanza delle ipotesi per paura di essere presi per il culo. Il ponte di Messina a noi ci stà stretto e nessuno si avanza per maggiorare la taglia, quella preferiscono maggiorarla sui latitanti. L’appalto è diventato impraticabile prima potevamo prenderlo, adesso con la politica lo prendiamo in quel posto! Ci sequestrano i beni e lasciano in giro i mali. E’ proprio difficile fare il mafioso, meglio fare il pentito, almeno mi posso fare ogni tanto un buon vestito con l’aiuto dello Stato, senza rischiare che sia un vestito di legno!
Cornelia: Poi avete anche le intercettazioni telefoniche a questo                ed a quello ed in mezzo ce mettono pure er quizzarello            pe spillà quattrini.
Metronotte: Pronto chi sei, da dove ce chiami? È  vero che  possiedi  tre pigiami? Se risponni ar quiz in un momentino, te damo la soneria der gatto canterino. Quello che nun te dicheno ar momento è che  te stanno a  fa’ n’abbonamento che te succhia la ricarica der telefonino e che te lascia stecchito come un cretino. Poi nun parlamo der quiz der Milionario,che è proprio un fatto assai straordinario. Te danno un premio de mille pe estrazione e  loro se  pappano er  zolito supermilione. Telefonate  pe  votare a questo o a quello è  diventato tutto davvero un gran bordello. Striscia  la  notizia e  le cattive  nere Jene in questi casi so’ sempre fuori dalle scene. Nun c’è gnente da  fa’ semo tutti fregati e  questi qui nun sono certo mai indagati. Fanno  quello che vogliono in un istante e  nun interviene davvero mai er garante l’unica  tiritera  vera  è sempre quella lo sciopero della fame der Sor Pannella. Armeno  quer  poveraccio sta a digiuno e  nun rompe  li  cojoni mai a nessuno! Pannella nun lo poi chiamà cor nome vero ce  lo  sanno tutti  e nun  è un gran mistero. Napolitano nun lo chiama a la radio radicale ma  rinca  er  telefono der palazzo Quirinale.
Cornelia: Come diceva quella poesia: “Fai la progressista                 l’universalista mentre a casa se stà a digiunà” e mò sentitela:              
Roma te voglio mannare er mio caro saluto,
a te che dici spesso ar  vigile gran cornuto,
e  che  hai imparato ad essere indifferente
a chi giurava tanto e nun t’ha dato gnente.
Sei  come ‘na donna matura e smaliziata,
non  come  te dicheno a  vorte  spudorata.
Seguiti a nun credere a chi te venne sogni
e  poi  ha  soddisfatto solo  i  suoi bisogni.
Er  Tevere  ne ha visti passà de capoccioni,
che so’ arrivati  senza  manco li pantaloni.
So’  ripartiti  ricchi, tronfi, e  assai  stimati
la gente de Roma li ha sempre spernacchiati.
Er  potere  nun  ha  avuto  arcun  riguardo
e  nun t’ha degnata manco de uno sguardo.
Ma  tu  hai  mantenuto  intatto er tu’ onore
Mostranno  a  tutto er  monno  solo er core.
Cantastorie: Canti  d’amuri  persi  ni  la vecchia chiana, la vita dura nostra ca diventa cchiù buttana. Lu sangu di  tanti poveri vittimi  innuccenti, figghiu, di  la  Sicilia parti e non ppì ripicca, ca to matri ormai avi arridutta la minna sicca. Cerca  furtuna in tutti l’antri lontani contrati unni  funziona la  giustizia e ci sunnu li strati. Sarba  nnì lu to cori la tu nobili pura simenza ca  granni  fu  ed  è  la  tu  terra ppi la scienza fatti valiri sempre ppì l’onestà e la tu valintia, dimostra a lu munnu interu la Sicilia cosa sia!
Barbona: Mamma dove sei? Ho paura sono in questa stanza buia e non ho più la forza di alzarmi! Ricordi, mamma, quando ero piccola, il buio mi spaventava e tu venivi accanto a me mi prendevi la mano e mi cantavi la canzone degli angeli, io mi calmavo e mi addormentavo con la tua mano che stringeva la mia. Dove sei mamma? Mi manca quasi il respiro ed il buio qui è orrendo. Ho odiato papà quando ti ha lasciata, non ha lasciato solo te ma anche me, perché quando ci si separa si lasciano anche i figli. Io mi sono sentita abbandonata e lasciata da papà, ho cercato di continuare a credere nella vita ma, dopo di allora non mi è stato più possibile credere non ho più potuto sperare e la mia vita è diventata solitaria. Tu fino a quando ci sei stata hai cercato di tirarmi fuori da questo vortice che mi inghiottiva, ma non ci sei riuscita perché anche tu eri sola e non avevi la forza per farlo. Ho condotto una vita da barbona sempre nella solita strada con Luigi mio compagno nel dolore, ci mettevamo sempre al solito posto davanti alla gente che passava come della merce esposta in vetrina, merce che nessuno voleva comprare. Luigi è mancato due mesi fa vinto dalla polmonite contratta sulla strada. Adesso è il mio turno. Mamma dove sei? La mia mano è protesa alla ricerca della tua mano, ti prego stringila e cantami di nuovo la canzone degli angeli, poi mi addormenterò nel silenzio e nella pace!
Operaio: Chi amuru e tristi distinu mi tuccau in sorti, travagghiari nni stu loco angustu di la morti. La  mè peddi  tutta  appiccicata di  li  sudura, la mè gola  è  tutta  sicca  pi la granni arsura. Guadagnarisi lu pani dintra a la scura pirrera,dunni nun si vidi né estati e mancu primavera; semo  tutti  quanti cunnannati  a stari ‘o scuru comu  l’omu  fucilatu  contro a  lu  tristi muru. Anna  mia,  stasira  tornu  a  lu  nostru  paisi, cu  la  paga  ca  mi  dunanu  pi  tuttu  lu  misi. T’abbrazzu  cu  tuttu  lu  mè  duci  sintimentu, mentri  la  terra  mi duna  lu suli  un mumentu. Amara  sorti  disgraziata pi lu poveru surfararu, lu  distino  è crudeli  e lu  patroni  è tantu avaru. Ma dintra lu mè cori c’è tuttu lu tò granni amuri e  pi  chistu  ringraziu sempri a lu nostru Signuri.
Pirandello:In un vecchio diario dar tempo un po’ anticato ho scritto brevemente gli incontri der passato la gente che ho conosciuto nella mia esistenza facenno un loro profilo breve co coscienza.  Er notaro tutto attento e andaffarato a fa quattrini in modo molto smisurato. Er negoziante co la bilancia truccata, che regolarmente te molla ‘na fregata. L’ ingegnere cor tono da professionista, ma se guardi ner profonno è tutta vista. L’ architetto sogna da cambiare er monno, poi ce gira sempre attorno a girotonno. L’ avvocato delle cause da lui  patrocinate, che ar cliente molla sempre le fregate. Er giudice che dovrebbe essere attento e invece de pensieri lui ne ha cento. Er farmacista pronto e addottrinato rimpiagne er tempo che è passato.  Er dottore che te visita  telefonicamente e te dice che quello che hai nun è gnente. Er vigile pronto a fare sempre a  nasconnino pe mettete la, murta ner taschino. L’ onorevole pronto a promettere apertamente, ma che poi nun mantiene proprio gnente. Er commercialista che tiene la contabilita’, ma nun sa l’ esattezza  de casa dove sta’. Er becchino che specula sur caro estinto con fare accorto e impegno assai convinto. Le persone che se professano sincere e poi  te mollano le fregature vere. L’ amore dichiarato per tutta l’ eternita’ che nun sanno veramente dove sta’. L’ educazione che si e’ persa veramente e nun circolola piu’ tra l’ umana gente. La libertà che nun è più cercata, pare che sia proprio dileguata. La ragione che non e’ piu’ applicata, sembra solo una vecchia consumata. L’ attore che te recita convinto la pate e poi se defila e se mette en disparte.
Attore precario: Spinto dar bisogno della consunzione, so annato a parlà con l’ Onorevole Ceccone: “Eccellenza, avrei bisogno de trova’ un lavoro, pe vivere senza stenti e un pochino co decoro. A casa  mia sa, se magna solamente a rate, so’ piu’ i digiuni fatti rispetto alle abbuffate. Li figli so’ tanti e assai bisognosi, e guardeno solo a me un poco speranzosi. La pregherei se co la sua raccomannazione potesse muta’ in meglio questa mia situazione. Pe  questo da noi sara’ ricordato nelle preghiere come quello che ci ha fatto un gran piacere”. L’ Onorevole m ‘arrispose in modo  fiducioso. “Coraggio nun se abbatta e sia speranzoso, parlero’ co quarche amico mio assai fidato che le dara’, sono certo un lavoro assicurato. Consideri la cosa come se fosse già risorta, nun fara’ più, de certo, la vita  de ‘na vorta, ho bisogno de un po’ di tempo alla bonora se faccio rivede’ tra un mese alla stessa ora”. Dopo un mese esatto me ce sono ripresentato all’ Onorevole Ceccone, nostro caro deputato, pe chiedere notizie della sua raccomandazione e pe’ vede se cagnava in bene la mia situazione. L’ Onorevole me disse de ritorna’ tra un mese, a causa de impegni e de cause assai inattese nun aveva potuto parla’  della mia questione, ma promise tutta la sua massima attenzione. Er gioco se ripete’ cinque volte ancora me riceveva sempre alla stessa ora. L’ urtima vorta nun ce sono più annato avevo capito che me aveva cojonato. Er male granne è de chi ha bisogno e pe sfamasse rincorre pure er sogno e se fida der politicante onestamente che promette tutto e nun mantiene gnente!
 Clown - Prologo: Perché  la  pazzia è figlia della pura  genialità,la si mette in prigione privandola della libertà. Il  genio  si  libra con le  ali forti della fantasia, la ragione guarda attonita e cerca un’altra via. Rinchiudete  quel  folle  che  parla  di  libertà, nessuno  lo  comprende  è  fuori  dalla  realtà. Ridate  ai  folli  la  loro  libertà di espressione e  riavremo le voci che parlano con passione!
Tutti (brindano): In questo monno diventato morto strano, voglio prennere er calice nella mia mano e brindare co gioia in modo e assai sincero a quello che  è farso  e a quello che è vero. Brindo ai piaceri minuti della nostra vita, nun li si appezza se non quanno è finita; all’ umanita’ becera, storta e indifferente, che nun s’ accorge mai de tutta la gente. Brindo all’ omo onesto e ar farabutto, l’ onesto se riposa l’ antro vole tutto; alla carita’ che ormai e’ scomparsa e quella che se fa è tutta ‘na farsa. Brindo all’ onesta’ dei nostri politicanti, promettono e non mantengono in tanti; alla poverta’ che è in vertiginoso aumento e viene sempre ignorata dar parlamento. Brindo ai nostri giovani precari der lavoro, gli auguro de trova’ un ber posto co decoro; alla intimita’ che offesa oramai e’ fuggita, e’ solo un triste ricordo de n’ artra vita. Brindo all’ amore vero e disinteressato, oggi te esiste solo quello che t’ ha fegato; agli ambiziosi sfrenati della popolarita’, che nun sanno mai la decenza dove sta’. Brindo all’ autori del semaforo truccato, che er povero automobilista hanno fregato. Scoperto questo se ripeterà la manfrina e te escogiteranno n’artra bella rapina. Brindiamo alla sicurezza ner nostro ber lavoro, che viene sacrificata pe ingrossà er tesoro; alla giustizia che se ne sta’ sempre a fregà. Arzo er calice mio ar ber monno animale, che t’ è rimasto bello sempre tale e quale, nun s’ è lasciato corrompere dalla umanita’ ed ha continuato a vivere solo nella verita’.
Il custode, mentre prepara i biglietti al botteghino che non sa se li vendera’.
 Custode (tra i denti): Girano sempre di piu’ i trombati di qua, ricicciano sempre di più i trombati di la’.  Per ogni trombato c’ e’ bona sistemazione, un posto alla Provincia oppure in Regione. Se sei sfortunato te ne vai solo ar Comune e dalla consulenza ricca non sei immune. La Destra e la sinistra grata sempre ti dona la tua magica, bella e carissima portrona. Dicevano che abolivano i comuni montani, lo raccontino a Biancaneve e ai sette nani. Il politico oramai ha la flato-lenza dilagante come la reclame della caramella rinfrescante. Basta che alla sua bocca dia un po’ de fiato che er pubbrico te rimane subito congelato!
Rientra la cantante, inaspettatamente dal pubblico, vestita burlesque, rivolgendosi alla madre che si trova lì seduta.
Cantante: Mamma, ti ricordi quando da piccola ti dicevo che avrei voluto essere un gabbiano, si uno di quei gabbiani che noi vedevamo volare sopra il mare durante le nostre passeggiate sulla spiaggia. Ero affascinata dal loro volteggiare e con il dito ti indicavo quelli che man mano si libravano dagli scogli verso il mare aperto. Tu sorridevi e mi accarezzavi i capelli, io seguitavo, rassicurata dalla tua carezza, a guardarli e ad immaginarmi al loro posto chiudendo gli occhi e pensando ai mille riflessi prodotti dal sole sull’acqua del mare che essi ammiravano. Pensavo è questo il senso della vita, anche io da grande dovrò librarmi dallo scoglio della mia esistenza verso il mare aperto della vita. Quando sono diventata grande, lo sai, l’ho fatto e sono andata a vivere da sola la mia vita, lasciando la casa che mi aveva vista nascere spinta dal richiamo del mare della vita. Poi, lo sai, mi ero illusa di avere trovato l’amore ed in quel momento la mia casa mi è sembrata la nostra casa.
Questa è la gioia che avevo provata, ma poi quello che avevo pensato fosse l’amore, si è sciolto come neve al sole lasciandomi sola in quella casa che non era più la mia casa. Il pensiero subito ha rievocato nella mia mente il gabbiano ed ho pensato che anche esso nel suo volo si allontana dal suo nido e che certe volte si spinge per l’anelito di libertà oltre le sue forze raggiungendo un punto di non ritorno dal quale cerca invano di ritornare al suo nido, ma la lontananza ed il vento spesso contrario lo abbattono stremato sulla superfice del mare, dove dibattendosi, per qualche istante, trova la sua
dolorosa morte. Anche io, mamma, mi sono spinta nel mare della vita per l’anelito di libertà verso un punto di non ritorno.
Invoco la tua mano che possa tendersi verso di me per guidare il mio volo verso casa, quella vera dove vi era una famiglia piena d’amore, ma tu non ci sei più e quella casa ormai è vuota.
Le mie ali sono state tarpate dal vento della vita e non sono più capace di volare, mi dibatto stanca e malata ed i bagliori che appaiono sull’acqua prodotti dal sole della vita mi lasciano insensibile e mi rattristano profondamente. Mamma, voglio dedicarti l’ultimo mio alito di vita pensando alle tue dolci carezze sui miei capelli biondi, quella sarà l’ultima immagine che porterò nel cuore, quando avrò dato l’estremo battito delle mie ali ed esalato l’ultimo respiro.


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