Tutte le categorie


DON TOTO' - PRIMA PARTE

CARAMELLE DA UNO SCONOSCIUTO


Erano gli anni del dopoguerra, anni difficili nei quali si cercava di ricostruire
 
quello che era stato distrutto, la gente con fatica cercava di ritornare al proprio

lavoro che, a volte, non esisteva più e questo rendeva ancora più difficile la

ripresa della vita normale.

In quei tempi le strade cantavano ed ogni strada era abitata nei bassi e nei primi

piani da famiglie di varia provenienza che avevano in comune una sola cosa di

cui si sarebbero volentieri disfatti : la povertà.

Si viveva per l’essenziale e già riuscire a mangiare due volte al giorno era una

grossa conquista.

In una di queste strade di Caltanissetta, una cittadina al centro della Sicilia,

abitava un maresciallo dei carabinieri con la sua famiglia composta dalla moglie

e dai loro quattro figli: Adriana la più grande aveva 15 anni, Ranieri di 11 anni,

 Riccardo di 9 anni e Luciano di 7 anni.

Ci si conosceva gli uni con gli altri e si sapeva tutto di tutti, vi erano degli

 agricoltori che si alzavano alle 4 del mattino e partivano in groppa al mulo verso

i campi dove andavano a lavorare per conto dei nobili che ancora conservavano

i loro privilegi ma che il tempo stava inesorabilmente scalzando dalle loro

 posizioni.

Le proteste dei contadini ed il progressivo blocco del mercato dello zolfo avevano

reso la loro posizione sempre più grave ed a malapena riuscivano a resistere agli

attacchi sociali che chiedevano a gran voce la riforma agraria per dare finalmente
la terra ai contadini.

La strada era il cuore della vita, la via che ci si ostinava a chiamare quartiere, forse

per tentare, almeno nominalmente, di elevarla socialmente.

I panni venivano stesi con dello spago messo ad anelli su delle canne, mentre nei

primi piani si soleva mettere delle canne legate tra due balconi dirimpettai e la

 strada si colorava dei colori dei panni stesi.

Nella strada oltre ad alcuni contadini vi abitavano degli artigiani, dei cantonieri,

cavatori e dei minatori, gli impiegati erano da contarsi sulle dita di una mano.

In quella via il maresciallo godeva di grande rispetto ed ogni volta che passava da

solo o con la sua famiglia veniva ossequiato da tutta la gente della via.

Vi era però un’altra persona anziana sui 50 anni Don Totò che, quando il tempo lo

permetteva, sedeva sempre davanti alla porta di casa sua, abitava in un basso e si

metteva seduto a prendere il sole ed a fumare la sua pipa di terracotta. Vestiva

in modo elegante con abiti di velluto nero o marrone e sempre con una coppola

intonata all’abito ed alla camicia che indossava; la cravatta era sempre nera a

 causa della morte di un suo fratello durante la guerra e questo lutto aveva

giurato di portarlo sino a quando fosse vissuto.

Dalla sua casa uscivano sempre dei buoni odori di carne arrostita e di varie

 pietanze che sua moglie Apollonia cucinava con grande maestria, nella strada

era l’unica famiglia a non soffrire alcuna privazione.

Nelle altre famiglie la carne si mangiava solo la Domenica, per loro,invece,

sembrava che tutti i giorni fossero Domenica.

Io avevo sette anni e mi chiedevo sempre come mai quell’uomo non lavorando

godesse di un tale benessere e soprattutto come mai tutta la gente della strada

lo rispettasse ed ossequiasse ogni qual volta passavano davanti alla sua casa e,

spesso, andavano da lui per consigliarsi sui loro affari.

Solo mio padre, il maresciallo, non aveva timore di lui ed ai suoi ripetuti saluti,

spesso rispondeva con sufficienza.

Avevo chiesto a mio padre il motivo per cui lui trattava Don Totò in modo

così staccato, mi disse che bisognava stare alla larga da certe persone che non

lavoravano e che avevano tutto, perché non erano persone delle quali ci si

potesse fidare.

Questa spiegazione, nella mia mente di bambino, non mi appagava e dato che,

essendo piccolo, non uscivo da solo, le mie osservazioni sulla strada erano fatte

dal balcone; ogni tanto Don Totò vedendomi mi faceva un cenno di saluto con

la mano ed io , intimidito, rientravo subito a casa.

Un giorno, inaspettatamente,tra lui e me si stabilì un contatto.

Mia madre mi disse che aveva bisogno che io mi recassi dal carbonaio per

andare a prendere del petrolio che era finito, a quei tempi si cucinava con

il primus un fornello a petrolio, mi diede una bottiglia ed un biglietto con

la commessa con su scritto che poi sarebbe passato mio padre a regolare

il conto.

Ero felice perché per la prima volta uscivo da solo, anche se mia madre

continuava a farmi tante raccomandazioni di non fermarmi per strada

e di stare attento alle poche macchine che allora circolavano.

Quel giorno, eravamo in primavera,il sole era particolarmente acceso e molti

panni erano stesi per la strada, Don Totò fumava la sua pipa seduto davanti

alla porta di casa e vedendomi passare mi disse:

- Dove vai giovanotto così di corsa, vieni qui un momento .

Mi avvicinai a lui e con grande impaccio risposi:

- Vado a comprare il petrolio per la mamma Don Totò .

Lo avevo chiamato Don Totò perché così lo sentivo chiamare da tutti.

- Aspetta che ti do delle caramelle di quelle buone e un cioccolatino .
 
Girò il capo verso la porta e chiamò forte la moglie dicendole:

- Apollonia, portami quelle caramelle speciali ed un cioccolatino di quelli buoni

  per questo giovanottino.

La moglie uscì poco dopo, mi guardò e sorridendo mi disse:

- Tieni giovanotto, porgendomi le caramelle ed il cioccolatino, sei simpatico

  prendili sono buoni, mio marito li da solo alle persone che gli sono simpatiche,

 devi essere contento se sei simpatico a mio marito.

Dopo che mi diede quei dolci rientrò a casa ritornando alle sue faccende.

Don Totò mi guardò sorridendo e mi disse:

- Adesso, Luciano siamo amici e possiamo stringerci la mano come fanno i veri

  uomini.

Io stesi la mia mano e strinsi quella sua mano grande e calda.

Sempre sorridendo mi disse che potevo andare ad acquistare il petrolio per mia

madre e di stare attento alla strada.

Corsi subito a sbrigare la commissione affidatami da mia madre e ritornando

a casa non dissi niente a nessuno dell’incontro con Don Totò né tanto meno

dei dolci che lui mi aveva donato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I giorni scorrevano tranquillamente, era appena trascorsa la festa di Pasqua e

nella via, noi bambini eravamo contenti perché ricevevamo in dono dai vicini

“u panareddu” un dolce tipico pasquale con delle uova sode a forma di paniere.

Don Totò seguitava a ricevere le persone bisognose di consigli e sedendo,come

al solito, fuori per prendere il sole osservava noi bambini che giocavamo per la

strada ed ogni tanto mi guardava e sorrideva.

La Domenica ci veniva data dai nostri genitori “la simanata” quello che oggi

chiamano la  paghetta.

Mio padre mi dava 15 lire e ricordo che tutti noi ragazzi con la nostra paghetta

correvamo da Don Gino il biciclettaio, ovvero colui che affittava le biciclette

a 30 lire l’ora e tutti andavamo per affittarne una per mezzora.

Quella Domenica prima che io mi recassi da Don Gino, fui chiamato da Don Totò

che sorridendo mi disse:

- Devi salutarmi a Don Gino e gli devi dire che voglio un trattamento speciale. Hai

  capito Luciano?

Risposi di sì e mi affrettai con gli altri compagni di gioco a correre da Don Gino.

Quando arrivammo, lasciai che tutti gli altri affittassero la loro bicicletta con la

quale avrebbero fatto pochi giri al viale che distava appena duecento metri dalla

bottega di Don Gino.

Mi avvicinai a Don Gino e gli riferii il saluto ed il messaggio di Don Totò.

Notai un certo turbamento nei suoi occhi ma fu solo questione di un attimo perché

subito corse nel retrobottega ritornando con una bicicletta nuova e prendendo le

15 lire che io gli porgevo mi disse che potevo girarci per tre ore liberamente.

Corsi subito al viale dove ritrovai i miei compagni che si meravigliavano della

bicicletta nuova che io portavo invidiandomi.

Nel mio intimo ero felice perché cominciavo a provare il piacere del possesso e

la ammirazione che suscita negli altri, ma dentro di me provavo un rimorso per

l’ineguale trattamento che avevano ricevuto i miei compagni, ma prevalse la

voglia di divertirmi e mi risolsi di non pensarci badando solo a divertirmi.

I compagni passata la mezzora cominciarono a sfollare ritornando a consegnare

le loro biciclette da Don Gino e così rimasi da solo a girare con quella bici, ma la

solitudine mi pesava sicchè, dopo mezzora anche io consegnai la mia bella bici a

Don Gino che meravigliato mi chiedeva se c’era qualcosa che non andava e si

dichiarava disposto di darmi un’altra bicicletta per farmi divertire, ma io dissi che

ero contento e questo lo tranquillizzò, mi ricordò di portare i suoi saluti a Don

Totò e gli dissi che lo avrei fatto.

Ritornai nella nostra strada dove ritrovai i compagni che avevano disegnato un

percorso col gesso e giocavano con i tappi al Giro d’Italia e mi aggregai a loro

nella evocazione che facevamo dei fuoriclasse di allora Coppi, Bartali, Magni e

Bobet e ci divertivamo con niente sino all’ora in cui bisognava far rientro alle

nostre case.

Andando a letto quella sera, pensai alla bicicletta a Don Gino e a Don Totò,

erano bastate solo due paroline di quest’ultimo per farmi ottenere un tratta-

mento speciale, la cosa da un lato mi tormentava ma dall’altro mi esaltava

perché ero considerato dai miei amici un fortunato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio padre spesso non rientrava a pranzo a causa delle frequenti battute in cui era

 impegnato per la cattura di alcuni briganti della provincia che con le loro ruberie

depredavano spesso le aziende agricole dei nobili con furti di bestiame e

 sottrazione di derrate alimentari.

Lui era solito avvisare mia madre delle sue assenze e lei quando le chiedevamo

 dove fosse papà ci esortava a pregare per lui perché era impegnato in una
 
missione difficile a ………. E ci diceva il nome del paese.

Uscendo da casa per andare a scuola spesso venivo chiamato da Don Totò per

 salutarmi, mi chiedeva della famiglia di come stessero i miei e fatalmente mi

 chiedeva di mio padre ed allora rispondevo che non sarebbe stato a casa perché
 
era a Mussomeli impegato in una battuta per la cattura di briganti che avevano

 rubato              80 capi di bestiame al Barone Ristretta.

Don Totò mi sorrideva e mi dava le solite caramelle poi andandomene lo vedevo

 che chiamava Gaetano un abitante della strada che aveva una lambretta e dopo

un loro concitato parlare osservavo Gaetano che partiva a razzo con la lambretta

diretto non so dove per eseguire la commissione di Don Totò.

Giorni dopo a casa seppi da mio padre che le bestie rubate al Barone erano state

misteriosamente restituite e che lo stesso aveva ritirato la denuncia dicendo che

si erano perdute in un vallone.

Una volta, dopo che avevo giocato al giro d’Italia con i miei compagni, Don Totò

mi chiamò e mi disse:

- Ti piace il ciclismo non e vero?

- Si che mi piace.

- Quale corridore ti piace?

-Coppi

- Si vede che sei un ragazzo intelligente e che dentro di te c’è un vero uomo,perché

 se tu avessi detto Bartali non saresti stato un uomo, perché devi sapere che Bartali

è un chiacchierone mentre Coppi stà in silenzio e fa i fatti e non le parole,

 ricordatelo Luciano che un uomo questo deve essere e non un farfallone che dà

 fiato alla bocca senza fare seguire i fatti.

- Adesso vattene a giocare e ricordati sempre quello che ti dico perché è importante

 per la tua vita, ma prima di andartene stringimi la mano come fa un vero uomo.

Gli strinsi la mano come mi aveva detto e non potei fare a meno di notare che era

una mano avvolgente nella quale la mia si perdeva e che il calore che sprigionava

era rassicurante per me che ero ancora un bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un giorno fui chiamato da Don Totò che mi affidò una commissione dandomi un

pizzino piegato e dicendomi di portarlo a Don Rocco che gestiva una osteria

frequentata, specialmente la sera, da minatori e muratori che mangiavano e

bevevano per dimenticare la dura e faticosa giornata di lavoro trascorsa.

Presi quel  “pizzino” e mi avviai verso il locale di Don Rocco che abitava nello

stesso posto dove aveva l’osteria in siciliano si dice : “avere casa e putia “

(casa e bottega) che è l’ideale per questo tipo di esercizio, tanto diffuso negli

anni cinquanta ed al quale, spesso, collaborano i componenti del nucleo

familiare per la conduzione dello stesso.

Il pizzino di Don Totò era nelle mie mani come un pezzo di carbone ardente

perhè la curiosità mi spingeva ad aprirlo per leggere il messaggio che Don Totò

inviava a Don Rocco, dall’altra cercavo di resistere perché capivo che se lo

avessi letto sarei stato partecipe dei segreti di Don Totò cosa che, sino a quel

momento, avevo saputo evitare.

Non sapevo risolvermi sul da farsi, il cuore batteva forte e la mia mente era

piena di sensazioni sgradevoli.

Ad un certo punto mi risolsi di aprirlo per leggere il contenuto del messaggio

dicendo a me stesso che avrei saputo dominare le emozioni qualsiasi cosa fosse

successa dopo la lettura del messaggio.

Aprii il “pizzino” e lessi il messaggio di Don Totò diretto a Don Rocco: “Rocco

vedi che l’uccellino di Vincenzo C. , un uccellino che cantava in libertà, continua

a cantare anche in gabbia per i soliti padroni, ho le prove.Il suo canto si è fatto

assordante ed arreca molto danno agli amici, bisogna farlo tacere mettendogli

una coltre nera sulla gabbia secondo le nostre usanze. Il latore del messaggio

è un mio caro amico, trattalo bene perché ci è vicino. Un abbraccio fraterno

Totò. “

Rimasi sbigottito perché tutto era detto in un modo velato, ma ero sicuro che

il messaggio era importante e malgrado i mille interrogativi che si affacciavano

nella mia mente, mi risolsi di consegnarlo subito a Don Rocco per porre fine

a quell’incarico e per dimenticare tutto.

Arrivai da Don Rocco ed entrando chiesi di lui, una bella ragazza con un

grembiule rosso su un vestito nero mi disse di essere la figlia di Don Rocco e che

lo avrebbe chiamato subito.

Il mio sguardo corse ai tavoli imbanditi con delle tovaglie di cotone rosso ed i

bicchieri di vetro spesso le sedie erano basse e con il fondo impagliato.

Avrei scoperto dopo che la ragazza si chiamava Lucia e che aveva 16 anni un anno

di meno della mia età. Era bellissima con gli occhi azzurri ed i capelli neri ed il

vestito dipingeva le sue curve che facevano girare la testa. I capelli neri invitavano

alla carezza, rimasi colpito dalla sua bellezza.

Mentre pensavo a lei, giunse Don Rocco gli porsi subito il pizzino di Don Totò,

questi lo lesse e mi pregò di sedere per bermi una bella limonata fresca, accettai

di buon grado anche perché le emozioni, unite al caldo che faceva, avevano

contribuito non poco a farmi sudare.

Mi presentò alla famiglia la moglie Rosaria sulla cinquantina, come lui, e le figlie

Lucia e Maria sui trentacinque anni, bevvi la limonata fresca che mi fu offerta in

uno di quei bicchieri di vetro pesante ed alzandomi per congedarmi li salutai

cordialmente. Don Rocco mi disse di tornare a trovarlo presto perché sarebbe stato

onorato di avermi come invitato a qualche pranzo o cena della sua famiglia.

Feci ritorno a casa e passando per la strada Don Totò mi chiese se avessi fatto la

commissione io risposi che tutto era stato fatto, ma non volli fermarmi per parlare

con lui , dovevo prima cercare di assorbire il colpo e studiare un atteggiamento

neutro in modo da non dargli ad intendere di avere letto il pizzino.

Questo pensiero mi tormentava e non avevo ancora deciso come comportarmi.

Ma in mezzo a questo buio una luce brillava, era il volto di Lucia, era bastato

un solo sguardo per capire che lei e soltanto lei sarebbe stata la madre dei miei

figli. Era bellissima come un raggio di sole in una buia giornata mi aveva

stregato con il suo viso roseo e con la sua bocca che avrei voluto incessantemente

baciare.

Presi a studiare le sue abitudini ed iniziai ad aspettarla quando usciva dalla scuola

che frequentava l’Istituto Magistrale ed un giorno la affiancai chiedendole se

potevo accompagnarla a casa e se si ricordasse di me.

Mi rispose che si ricordava perfettamente di me e che era stata colpita dalla mia

goffaggine e dalla mia semplicità in quella situazione nella quale i nostri sguardi

si erano incontrati per la prima volta.

Le chiesi perché avesse scelto di studiare al Magistrale e lei mi rispose che l’amore

per i bambini l’aveva spinta a questa scelta e che desiderava fare la maestra.

La Domenica ci vedevamo in chiesa per la messa ed all’uscita si facevano quattro

passi pressati dall’orario del rientro che doveva avvenire rigidamente entro il

mezzogiorno.

Il pensiero di Lucia aveva contribuito ad allentare per un poco il problema che

avevo con Don Totò verso il quale mi ero imposto di avere un atteggiamento di

distacco, in modo che lui non potesse scoprire quello che io pensavo. Mi risolsi

di incontrarlo e di fare in modo che tutto si concludesse velocemente come se

niente fosse successo.

Un giorno, a pranzo, come al solito, ascoltavamo alla radio il Gazzettino di Sicilia

ed una notizia catturò la mia attenzione: “Nel carcere Malaspina di Caltanissetta

un detenuto Vincenzo C. era stato strangolato durante l’ora d’aria ed il suo corpo

era stato trovato riverso nel cortile con una coperta nera addosso ed un sasso in

bocca, gli inquirenti stavano vagliando le circostanze per risalire agli esecutori”.

Subito collegai il contenuto del pizzino di Don Totò con l’accaduto la coltre nera

che avevano messo sulla salma ed il sasso in bocca destinato secondo il loro

codice a chi parla troppo.

Cercai di restare calmo, ma dentro di me sentivo un vuoto incolmabile, come se

si fosse prodotto un abisso o fosse stato demolito il ponte che collegava la mia

coscienza al mio cuore.

Non potevo crederci di essere stato “usato” per una simile barbarie e mi chiedevo

come si potesse continuare a vivere in una terra così desolata e così intrisa da una

violenza efferata e sordida che veniva continuamente perpetrata come se lo Stato

non esistesse.

Mi accorsi che non riuscivo a sostenere lo sguardo di mio padre che rappresentava

la giustizia e che cercavo di evitare qualsiasi discorso.

Don Totò mi aspettava al varco per capire che cosa avessi fatto del “pizzino”, che

lo avessi recapitato questo era certo dato il corso degli eventi, ma ero certo che lui

volesse scandagliare il mio animo per sapere cosa pensassi.

L’occasione venne presto quando, un giorno, uscendo da casa lo vidi che stava

seduto davanti alla sua casa come un comandante di nave sul ponte di comando,

mi salutò con la solita cordialità e mi fece cenno di entrare a casa sua, non ero mai

entrato nella sua casa avevamo,sino a quel momento, parlato sulla soglia, ma,

questa volta, l’invito sebbene cordiale, era perentorio.

Entrai e rimasi stupito della eleganza della casa il cui ingresso non lasciava

intendere la fastosità interna evidenziata da mobili antichi di origine nobile tutti

intarsiati, vetrine che contenevano delle statue scolpite in marmo e statue di bronzo

vi erano pure dei cristalli di Murano che rappresentavano vari animali, cose

inconcepibili per quell’epoca in cui una tale ricchezza era solo prerogativa del

ceto nobile.

Mi fece accomodare in una delle poltrone del salotto, lui si sedette di fronte a me

e cominciò il suo discorso esplorativo per capire cosa pensassi del suo “mondo”.

- Allora Luciano cosa ne pensi di Lucia la figlia di Don Rocco ti piace?

- Si è una bella ragazza, studiosa e simpatica, ma non penso che lei voglia sapere

 solo questo da me, non è vero Don Totò?

- Come sei precipitoso, voi giovani siete sempre così, volete subito arrivare al

 dunque, ma bisogna arrivarci per gradi così come si fa per un viaggio si parte

 da un luogo e si arriva ad un altro ma in mezzo vi è un percorso che bisogna

 fare ed il nostro percorso è il ragionamento la discussione Luciano è molto

importante nei rapporti tra uomini e noi siamo uomini e per questo parliamo.

- Cosa vuole sapere Don Totò ?

- Ti avevo chiesto se ti piaceva Lucia perché con te oggi voglio fare una

  discussione franca in modo che non ci siano equivoci nella nostra amicizia.

Vedi Lucia è un fiore bellissimo che è destinato ad un giovane che come te

sta studiando in una scuola così dura per diventare un tecnico minerario e

poterle assicurare un futuro prospero e felice.

- La ringrazio Don Totò di avere pensato a me, ma io ancora sto vagliando la

 situazione, perché alcune cose non mi sono chiare e perciò prima di fare un

passo del genere, sempre che mi decida, dovrò ultimare gli studi e trovare un

lavoro per potermi sistemare.

- Bando alle chiacchiere, adesso, parliamo di cose serie, ma devi rispondere

 onestamente. Hai letto il pizzino prima di consegnarlo a Don Rocco ?

- Si, l’ho letto Don Totò e non avevo capito niente sino a quando ascoltando

 il Gazzettino di Sicilia ho sentito la notizia della morte di quel detenuto nel

carcere di Caltanissetta con quel rituale che ho capito faceva parte della

vostre usanze.

- Non devi giudicare solo dalle apparenze, perché le apparenze a volte ingannano

devi sapere che quell’uomo che dalla nostra organizzazione era stato più volte

beneficato lui e la sua famiglia con un lavoro sicuro con tanti altri benefici ci

si è rivoltato contro ed ha cominciato ad accusare i nostri amici che, per causa

sua sono stati arrestati e le cui famiglie ancora piangono. Era una cosa che

andava fatta, perché devi sapere che la nostra organizzazione che tutti chiamano

mafia è una onorata società che garantisce ai suoi affiliati ed anche agli

amici una vita più buona al riparo di tutte quelle ingiustizie subite dal popolo

che ha dovuto subire le angherie e le vessazioni dei nobili e dallo Stato che

è stato sempre assente, anzi ha difeso sempre e solo gli interessi dei potenti ed

ai poveri non ha dato mai niente.

Ti ricordi quando mi dicesti che tuo padre doveva andare in una battuta a

Mussomeli per un furto di bestiame denunciato da un Principe, io ho disposto

la restituzione di tutto il bestiame rubato al Principe con il quale ho fatto

l’accordo di fornirgli tutta la mano d’opera a lui necessaria per la sua azienda

insieme alla nostra protezione, come vedi tu mi sei stato utile a tua insaputa.

La nostra organizzazione si regge sugli affiliati che fanno un patto di sangue

dichiarandosi disposti ad operare per il solo interesse dell’organizzazione,questi

fanno il lavoro sporco anche quello di eliminare i nemici nostri. Poi ci sono i

simpatizzanti che con la loro opera contribuiscono a rendere legale ciò che in un

primo tempo non può sembrare legale dandoci il loro aiuto a secondo delle

strutture in cui operano, perché sono professionisti ,operatori commerciali

 e politici, che ci sono tanto ma tanto utili.

Poi ci sono gli “usa e getta” persone che operano sotto lo stimolo dei simpatizzanti

e che non sanno e non devono sapere di operare per conto della organizzazione,

come vedi siamo bene organizzati e cerchiamo di operare per il bene del popolo.

Don Rocco è un simpatizzante e non un affiliato così puoi stare tranquillo, anche

per te avevo pensato di metterti nel rango dei simpatizzanti, tu cosa ne pensi?

- Don Totò io sono frastornato dagli avvenimenti che, onestamente, non pensavo

prendessero una piega così vorticosa, sono figlio di un servitore dello Stato e

l’educazione che ho ricevuto mi impone di non fare parte a nessun titolo di alcuna

di queste categorie alle quali io mi sento del tutto estraneo, passi che possa essere

stato usato come un “usa e getta” come dite voi, ma farlo in maniera cosciente no,

questo non è nel mio carattere né nella mia coscienza che riconosce come unica e

sola autorità quella dello Stato e poi per sanare le ingiustizie come le chiama lei

esistono delle leggi per le quali bisogna lottare nello spirito della partecipazione

alla democrazia dello Stato.

- Che mi vieni a fare la lezione di storia? Non siamo qui per questo ma per sapere

 se sei disposto ad entrare nel ramo dei simpatizzanti.

- Don Totò ho bisogno di tempo per pensarci.

- Va bene Luciano pensaci bene quanto vuoi, intanto noi siamo sempre amici.

Uscii da quella casa e respirai profondamente come se mi fosse mancata l’aria

da un pezzo, mi sentii rigenerato perché con quel discorso avevo messo un punto

fermo nella mia esistenza ed avevo del tempo per valutare tutto.

Pensai,sorridendo, che mi ero comportato come Rundolph Scott un attore che nei

western al cinema impersonava un eroe che lottava contro le ingiustizie del

tempo e che aveva come caratteristica quella di rispondere ad una domanda

con un’altra domanda in modo che il suo interlocutore non potesse mai capire

quello che lui stava pensando.

Ero soddisfatto Rundolph Scott e Don Totò al solo pensarlo ridevo e gongolavo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La strada continuava a cantare ed a volte lo faceva veramente perché si sentivano

le canzoni che le varie radio trasmettevano allietando le faccende delle casalinghe

che la seguivano.

Le voci di Claudio Villa , di Nilla Pizzi, di Gino Latilla e del Quartetto Cetra

scandivano le mattinate ed i pomeriggi dei giorni feriali le serate erano allietate

dal compagnuccio della parrocchietta l’inimitabile Alberto Sordi.

La Domenica pomeriggio ascoltavamo la mitica voce di Nicolò Carosio che faceva

la radiocronaca di una partita importante e ricordo che quando si giocava Inter-

Juventus succedevano delle cose comiche, perché mio padre,come me, tifoso della

Juventus ed il nostro dirimpettaio il Signor Salvatore che faceva il barbiere ed era

tifoso dell’Inter facevano una strana scommessa dove il perdente riceveva dal

vincente un sacchetto di limoni con la promessa che ne avrebbe mangiato almeno

uno per curarsi la bile provocata dalla sconfitta.

Tutto aveva un sapore particolare eravamo, fatte le debite ed inevitabili eccezioni,

come una grossa famiglia, che la sera si ritrovava nella strada seduti davanti alle

porte delle case a prendere un pò il fresco nella stagione estiva ed a dividere quel

poco che si possedeva con una generosità che non ho più visto nel resto della mia

vita.

I vecchi spesso, nella stagione invernale, quando vi era un poco di sole, sedevano

davanti alle porte di casa con lo scapolare (un mantello di lana o di panno nero) e

con una coppola e di tanto in tanto prendevano da una scatoletta un pizzico di

polverina che aspiravano con il naso e che provocava loro dei grossi starnuti.

Un giorno uno di loro me ne offrì un pizzico dicendomi che mi avrebbe scaricato

la fronte dalla umidità assorbita, dandomi un senso di sollievo e di benessere.

La aspirai e dopo aver starnutito forte mi prese un senso di malessere che non

ho più dimenticato e da quel giorno giurai a me stesso che non avrei più

ripetuto quella esperienza.

Ogni tanto qualche figlio di minatore portava nella strada dove giocavamo qualche

pezzo di zolfo e ci divertivamo ad accenderlo ed a raccogliere in piccoli stampi delle

strane fusioni che conservavamo tra i nostri trofei.

Ero affascinato da quella fiamma azzurrognola e da quell’odore pungente ed acre

che quel minerale emanava non sapendo che avrebbe condizionato tante mie scelte

future.

Don Totò seguitava sempre a sorridermi seguendomi con il suo occhio attento e

scrutatore, mi sentivo ossessionato dal suo sguardo e cercavo sempre di emergere

nei giochi con i compagni per dimostrargli che non avevo bisogno di nessuno.

Ogni tanto si informava su come andassero i miei studi e sentendo che andavo

bene era contento e visibilmente soddisfatto.

Un giorno tutti i minatori che abitavano nella via ed anche altri delle vie vicine si

radunarono davanti alla casa di Don Totò, lui con molta calma si sedette davanti

al suo uscio per ascoltarli, mi chiamò e mi disse di stargli accanto perché.a suo

dire, avrei imparato come funzionava il mondo dei grandi e quello che bisognava

fare davanti a certi inconvenienti.

I minatori cominciarono a gridare con voci concitate a Don Totò, lui non capiva,

fece un cenno mettendosil’indice in verticale davanti alla bocca e subito si fece un

silenzio totale, nessuno osava più parlare ed allora lui con voce pacata invitò uno

di loro a parlare per esporre i fatti ed i motivi del loro malcontento.

Giovanni, uno di loro, prese la parola e con voce piena di rabbia e di sofferenza

disse: “ Don Totò, vossia sa quante sofferenze affrontiamo noi nel nostro lavoro

pur di portare un pezzo di pane alla nostra famiglia, il nostro lavoro è duro e non

sappiamo, per i pericoli che corriamo, se faremo ritorno a casa per il fine settima-

na , tutto per noi è duro ed incerto. Voscenza sa che noi acquistiamo nelle botteghe

tutto a credenza ( una forma di credito che veniva estinta ogni volta che i padroni

davano un acconto ai minatori sulle loro spettanze) adesso il Barone da più di

tre mesi non ci ha dato una lira ed i bottegai , stanchi di aspettare, non ci fanno

più credito, le nostre donne sono tornate a mani vuote e non possiamo mettere

niente sulle nostre tavole per i nostri figli che piangono di fame, le sembra una

cosa giusta?

Don Totò stiede per qualche istante in silenzio poi cominciò a parlare :

- Il Barone non ha capito che siete voi a dargli i piccioli per costruire la sua

  sontuosa dimora in campagna e questa volta necessita di una lezione di vita,

per intanto non vi preoccupate perché penserò a tutto io, da questo momento

non andrete a lavorare così vediamo come si sente il Barone quando non potrà

onorare i suoi impegni nelle consegne dello zolfo.

Per quanto riguarda i bottegai non vi preoccupate che adesso ci penso io.

Fece un cenno a Gaetano e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio, questi subito partì

per eseguire l’ordine che Don Totò gli aveva dato.

Assicurò a tutti i minatori che nel pomeriggio avrebbero potuto recarsi dai bottegai

dove si sarebbero potuti rifornire dei generi necessari per la loro famiglia,riavendo

nuovamente il credito sospeso perché li avrebbe garantiti lui.

Li invitò a fare ritorno alle loro case e così fecero, restammo solo io e Don Totò, lui

guardandomi,sorridendo, mi disse:

- Hai visto Luciano come sono complicate le cose dei grandi, ma adesso aspetta

  ancora un poco perché verranno qui i bottegai e vedrai che con loro sistemerò le

cose.

In quanto al Barone ti prometto che tra qualche giorno verrà pure lui qui con la

coda tra le gambe ad implorare il ritorno dei minatori al lavoro ed allora dovrà

accettare tutte le mie condizioni.

Mi fa piacere che tu abbia potuto assistere a questi fatti perché così capisci che la

vita non è un gioco e che bisogna lottare con tutte le proprie forze per evitare di

essere fottuti, nella vita ci sono i fottuti ed i fottitori a me piace essere tra i fottitori

e spero che anche a te piaccia di appartenere a questa categoria, perché la vita

dei fottuti è una vita di merda ricordalo Luciano.-

Mentre finiva di pronunciare queste perle di saggezza vidi tornare Gaetano con

cinque persone che lo accompagnavano, evidentemente erano i bottegai che Don

Totò aveva convocati per parlare loro della questione dei minatori.

Don Totò li salutò tutti chiamandoli per nome e poi seriamente disse loro:

- Oggi pomeriggio verranno da voi i minatori o le loro mogli con la lista di tutto

 quello che necessita loro per vivere, date a loro tutto quello che vi chiedono e

continuate a segnarlo nella lista del loro debito, ne rispondo io di persona e vi

garantisco che tra qualche giorno loro saranno in grado di saldare il loro debito

in modo che possiate proseguire nel vostro rapporto di fiducia senza altri incon-

venienti ed intoppi.

Recepirono tutti il messaggio di Don Totò ed assentirono alle sue richieste, saluta-

rono facendo un inchino e tornarono velocemente alle loro botteghe.

Don Totò mi guardò ed io non potei fare a meno di sorridere, rispose al mio sorriso
 
mi fece una carezza e mi disse:

- Luciano oggi hai imparato l’arte del compromesso e della trattativa, ricordati che

queste cose sono importanti nella vita, non dimenticarlo mai, adesso vai a casa tua

e non dire mai niente a nessuno di quello che hai visto ed udito ricordalo, il silen-

zio deve essere sempre la nostra unica parola.-

Tornai a casa soddisfatto di avere assistito a questi fatti e ripensavo a come mi sa-

rebbe piaciuto di dominare gli eventi così come li aveva dominati Don Totò, con

la ragione senza incutere alcun terrore a nessuno, ma solo per far trionfare la

giustizia, ma sembrava che l’unico linguaggio che si potesse parlare era quello

del “potere” e del “rispetto”.

 

 

 

 

Nei giorni successivi la strada era tranquilla, ogni voce di protesta era sopita,

i minatori seguitavano nel loro sciopero “muto” e Don Totò seguitava a sedere

davanti al suo uscio con una espressione soddisfatta e speranzosa.

Mi chiedevo spesso se sarebbe riuscito nel suo braccio di ferro con il Barone

Giorlando proprietario della miniera o se era destinato a soccombere ai suoi

voleri.

Questo mio interrogativo trovò risposta un pomeriggio quando una Lancia

Ardea nera si fermò all’ingresso della strada ed un autista aprì la portiera

posteriore da dove uscì un uomo elegante con un panama bianco in testa,

degli occhiali scuri ed un vestito di cotone bleù elegantissimo disegnato su

misura, il suo incedere era signorile sembrava che in quel vestito vi fosse

nato tanto era naturale il suo movimento.

Fece pochi passi guardandosi attorno in maniera schifata come per biasimare

il luogo dove era stato “costretto”a venire.

Si avvicinò all’uscio di Don Totò e busso allo stesso con il bastone che portava

alla cui estremità vi era un leone d’argento, subito pensai al paradosso del

leone che si fa pecora ed al fastidio che questo gli arrecava nella mente.

L’uscio di Don Totò si aprì ed apparve la moglie Donna Apollonia che vedendolo

si limitò a dirgli con aria di sufficienza che il marito lo avrebbe raggiunto tra

qualche minuto e gli fornì una sedia perché vi si accomodasse ponendola

dinnanzi all’uscio.

Il Barone vi si accomodò ed era palesamente infastidito del fatto di essere messo

in mostra giacchè molti usci e molti balconi si aprivano e le donne cominciavano

a curiosare passandosi la voce e di lì a poco lui divenne l’oggetto della curiosità

della strada.

Finalmente, dopo un tempo che al Barone sembrò infinito apparve Don Totò con

la moglie che gli sistemava una sedia accanto a quella del Barone e chiedendo a

quest’ultimo se gradisse una limonata, lui cortesemente rifiutò e Donna Apollonia

rientrò a casa lasciandoli soli.

Dalla mia posizione sul balcone li osservavo e notavo che il Barone si era tolto

gli occhiali neri ed incrociava lo sguardo di Don Totò con l’aria di sfida, poi

ripose i suoi occhiali in un elegante fodero che estrasse dalla tasca della giacca

e seguitò a guardare Don Totò, aspettando che lui dicesse qualcosa, invece Don

Totò taceva e continuava a fissare gli occhi del Barone costringendolo ad

abbassare lo sguardo, ad un certo punto il Barone sospirò e quasi forzatamente

mise una mano nella tasca interna della sua giacca e ne estrasse una busta

arancione che diede a Don Totò che a sua volta la ripose, senza aprirla, nella

tasca interna della sua giacca con evidente soddisfazione che gli si leggeva

sul volto.

Il Barone a questo punto disse:

- Don Totò come potrete constatare dal contenuto della busta le vostre richieste

sono state tutte accolte, ho dato disposizioni alla mia amministrazione di pagare

subito un acconto ai minatori sulle loro spettanze e di normalizzare la situazione

nel più breve tempo possibile con la promessa che per il futuro non ci saranno

più ritardi e che la loro paga oraria sarà aumentata secondo i vostri desideri.

Adesso,voglio sperare, che i minatori tornino subito al lavoro perché siamo

in arretrato con la produzione e con le consegne.-

Don Totò sospirò poi con aria soddisfatta estrasse la sua pipa di terracotta e,

dopo averla caricata di trinciato la accese e quando si accorse che il tiraggio

della stessa era ottimo inspirò una profonda boccata ed alzando gli occhi verso

il mio balcone mi fece cenno di raggiungerlo.

Il Barone seguì con lo sguardo tutti i movimenti di Don Totò e, quando mi fece

cenno di raggiungerlo anche lui alzò lo sguardo verso il mio balcone e non potei

fare a meno di incrociare il suo sguardo indagatore.

Mi precipitai subito nella strada e raggiunsi Don Totò che facendomi una carezza

mi presento al Barone dicendogli: - Le presento Luciano un mio caro amico, un

ragazzo sveglio e coscienzioso, ha iniziato a studiare alla scuola mineraria e

confido nel suo interessamento per una sua buona sistemazione. –

Il Barone mi guardò e mi strinse la mano dicendomi che gli amici di Don Totò

erano anche suoi amici e che quando io avessi avuto nelle mani il pezzo di

carta, così veniva chiamato il diploma, dovevo andarlo a trovare e lui mi avrebbe

dato un lavoro di dirigente tecnico nella sua miniera.

Don Totò mi disse di andare a chiamare a Gaetano e di dirgli che aveva urgenza

di parlargli, corsi subito a chiamare Gaetano e questi si presentò subito da Don

Totò che lo invitò ad avvisare tutti i minatori della strada e delle strade vicine che

aveva delle comunicazioni urgenti per loro.

Gaetano partì per svolgere quella commissione e nel frattempo Don Totò

rivolgendosi al Barone disse: - Sua eccellenza se ne può andare tranquillamente

perché domani mattina i minatori saranno tutti al lavoro regolarmente, si ricordi

ti tenere fede ai patti perché il nostro è stato un patto tra uomini ed io so che Sua

Eccellenza prima di essere un nobile è un uomo ed io mi fido di questo.-

Si strinsero la mano ed il Barone raggiunse la sua macchina con l’autista che

pronto gli aprì la portiera posteriore e lo aiutò a salire, la macchina ripartì

velocemente lasciando una scia di fumo che per qualche secondo invase la

strada.

Don Totò mi guardò e sorridendomi disse:- Hai visto, Luciano, come è venuto

il Barone qui da me a fare “tessi tessi margarina” così come a me è piaciuto.-

- Che vuol dire tessi tessi margarina, Don Totò, non lo capisco.-

Lui sorridendo mi disse che era un modo di dire tipicamente siciliano, per

indicare lo stato di chi è costretto da una situazione a soggiacere ai voleri di

chi lo ha messo in quella situazione e che traeva origine da un gioco che facevano

da ragazzi quando catturavano un insetto che si posava sulle margherite e gli

conficcavano uno spillo nel corpo e reggendo lo spillo osservavano l’insetto

che roteava attorno allo stesso non riuscendo a staccarsene e che era in potere

di chi reggeva lo spillo.

Rimasi affascinato da questa descrizione ed in cuor mio avevo deciso che avrei

catturato uno di quegli insetti per vedere se tutto avveniva come Don Totò aveva

descritto.

Poi continuò dicendomi che per il Barone e per quelli della nobiltà congenita

od acquisita, le persone si dividevano in due categorie i criati cioè i servi e gli

uomini, i primi avevano sempre abbondato mentre i secondi loro li identificavano

solo nei loro pari e quando si trovavano di fronte un “uomo” che non era della

loro cerchia restavano meravigliati nello scoprire che esistevano uomini con la

u maiuscola anche al di fuori del loro comprensorio e come diciamo noi in

siciliano “truzzanu duru “ (cozzano contro il duro) ed allora per loro, sono

guai seri.

Questo è quello che è successo oggi Luciano, adesso te ne puoi andare a casa

perché il resto lo puoi capire da solo in quanto, tra poco, verranno i minatori ed

io darò loro la notizia che riceveranno un acconto subito e che la loro paga

oraria sarà aumentata e che non ci saranno più ritardi nei pagamenti delle

loro spettanze, così le loro famiglie potranno campare.

Lo salutai e lo ringraziai per il suo interessamento riguardo al mio avvenire,

ed ero contento, quel giorno, di avere conosciuto una persona ricca, nobile

ed importante come il Barone. Lieto feci subito ritorno a casa.

 

 

 

 





Più visti - Tutte le categorie



© 2012 Racconti.it