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Risorgimento? Ma per favore!

Tempo fa ho pubblicato un articolo dal titolo “Garibaldi: un lestofante per eroe”, dove mettevo in evidenza che eroe proprio non lo fu e che l’Unità d’Italia fu una questione decisa dall’Inghilterra in combutta con le bande armate e i Savoia. Ma  fu – soprattutto – un’aggressione ad uno Stato sovrano.

 

Tutta quell’epopea va sotto il nome di Risorgimento! Risorgimento di che? Ma davvero ancora vogliamo far credere ai nostri figli e nipoti che i Savoia, Cavour, Mazzini, Garibaldi i carbonari e  compagnia bella avessero la medesima idea di “unità” e che la stessa era agognata dai popoli italici? Il Risorgimento è stato solo  l’ingrandimento del regno dei Savoia a discapito di popoli che nulla avevano in comune coi piemontesi! Il tutto ottenuto calpestando il diritto all’autodeterminazione dei popoli!

 

Il Meridione della penisola non aveva nessuna intenzione di unirsi al Piemonte! Ma la propaganda di regime  se ne usciva ogni tanto con risultati plebiscitari con i quali  i popoli del Sud volevano unirsi a Torino! Falsi! Falsi storici. In realtà era Torino  che voleva annettersi il Meridione e – con esso – le ricche casse dello Stato Borbonico, che valevano molto più delle casse piemontesi. Ad unione avvenuta il Meridione incideva, come ricchezza fresca, ovvero soldi contanti, per 2/3 e il Regno sabaudo per 1/3! C’è poi il mistero dell’oro, per un valore dell’epoca pari a 445.000.000 di lire sabaude, ovvero circa 1.000.000 di ducati del Reame, sparito e solo in parte rientrato nelle casse ufficiali del  Piemonte.  Ma di questo parleremo in altra sede.

 

Torino incamerava un  tesoro e ridistribuiva al Sud molto meno di quanto prelevato! Nasce qui la mai risolta “questione meridionale”! Ma vediamo come era articolato -  economicamente -  il Regno delle due Sicilie (Reame), prima dell’aggressione.

 

1860 – il Reame  vanta:

 

1. la maggiore industria metalmeccanica  della penisola con oltre 100 aziende sparse  sul territorio;

2. il primo bacino di carenaggio  in muratura;

3. un terzo di tutta la forza lavoro  metalmeccanica della Penisola lavorava nelle province del Reame;

4. il primo Vascello a vapore fu costruito nel Reame;

5. fino al 1860, il 90 percento della produzione mondiale – ripeto mondiale – di zolfo fu quella siciliana e da sola assorbiva un  terzo di tutta l’industria estrattiva italiana;

6. la prima flotta mercantile della penisola apparteneva al Reame;

7. la prima Compagnia di navigazione  del Mediterraneo anche;

8. la più imponente flotta mercantile che commerciava con le Americhe e con l’Asia era del Regno delle due Sicilie;

9. il primo ponte sospeso della penisola, in ferro, fu costruito a Napoli e ci vollero i tedeschi nel 1944 per farlo saltare;

  1. il primo telegrafo d’Italia si trovava nel Reame;
  2. la prima rete di fari lenticolari per  la gestione del traffico portuale, le cosiddette “lenti di Fresned” l’ha avuta il Reame;
  3. la prima rete ferroviaria della penisola, idem.

 

Mi fermo qui senza accennare alle politiche di salvaguardia del territorio, alla alta densità di banche, delle prime società per azioni, della “Borsa merci” e altro ancora. Dai documenti contabili dell’ex Banco di Napoli, del Monte di Pietà San Paolo (in seguito Istituto San  Paolo), risulta in modo inequivocabile che il Reame era più ricco del Regno! Ed era all’avanguardia per quel che riguarda anche  l’assistenza medico-sociale. Dopo l’Unità d’Italia è mancata una giusta ridistribuzione della ricchezza al Meridione. E i soldi sottratti alle terre del Mezzogiorno d’Italia, hanno contribuito a fare la fortuna del Nord

 

Consiglio ai dubbiosi di andare a leggere Francesco Saverio Nitti, che proprio Borbone non era, dove c’è testimonianza che le riserve del Banco delle due Sicilie (che dopo l’annessione si scinderà in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) erano superiori a quelle torinesi! E possiamo dire, con amarezza, che  l’annessione  del Reame a Torino s’è conclusa  anni fa, ovvero quando – per ironia del destino – l’Istituto San Paolo di Torino  ha inglobato  il Banco di Napoli e quello di Sicilia! Tornando a Nitti, egli scrive che le riserve del Reame erano di “gran lunga più cospicue di tutti gli altri Stati della Penisola, compreso il Regno sabaudo”. E che il “potere di acquisto del Ducato era altissimo perché valeva 4.5 volte la Lira sabauda”.

 

La supremazia sociale e bancaria del Reame è ampiamente dimostrabile! In Piemonte, invece, il sistema sociale ed economico era povera cosa. Esistevano solo alcune Casse di Risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà, tra i quali spiccava  - come abbiamo già visto - quello di San Paolo, fondato nel 1563 (oggi Istituto San Paolo).

 

I primi ad avere una vera banca – nel Regno - furono i genovesi, con la Banca di Genova, fondata nel 1844 per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti.  E  solo nel 1846 si costituì la Banca di Torino. Nel 1849 le due  banche si fusero e nasce la Banca Nazionale degli Stati Sardi, la futura Banca d’Italia.

In Lombardia, addirittura, non c'era alcuna banca di emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la Banca d’Austria. E tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che, prima dell'invasione, il Sud era nettamente più avanti del nord, l’esatto contrario di quello che afferma – o meglio affermava – la storiografia  dei vincitori. Ed è proprio la presenza di banche, di industrie, di un valido stato sociale e di una moderata pressione fiscale, che allarma gli Inglesi, sempre attenti a seguire tutti i cazzi di tutti. La Corona inglese teme la crescita socio economica del Reame e si prepara a contrastarlo, sappiamo come!

S’è detto di una moderata pressione fiscale che però aumentò con l’annessione al Piemonte. Nel Reame si pagavano 5 tasse:

 

1. la tassa fondiaria, sui terreni di proprietà;

2. la tassa di Registrazione sugli acquisti di bene e servizi;

3. la tassa sul lotto. Esiste tuttora e – anzi – l’ha aumentata portando da una a tre le estrazioni settimanali, senza contare i “gratta e vinci” e i vari concorsi;

4. la tassa sulle poste;

5. la tassa indiretta che comprendeva i tabacchi,il gioco delle carte, la dogana, la polvere da caccia e il sale.

 

Nello stesso periodo, nel Regno, si inventavano una tassa al giorno! Ed oltre a quelle di prassi (che erano le stesse del Reame e di qualsiasi altro Stato, lotto escluso), i sudditi dei Savoia pagavano tasse su:

 

1.  le successioni;

2.  le donazioni;

3.  i mutui;

4.  le adozioni;

5.  le spese per la salute,

6.  le emancipazioni;

7.  sulle persone;

8.  sulle società;

9.  su pesi e misure;

  1. sulle esportazioni;
  2. sul consumo delle carni, dell’acquavite e della birra;
  3. sulla caccia;
  4. su i mezzi di trasporto;
  5. e la famigerata “manomorta”! Che non è la libertà di toccare il culo alle donne se uno pagava dazio! Ma si tratta di quella infamante tassa che  il Regno pretendeva se un piccolo proprietario voleva vendere il suo terreno. Se durante gli anni di proprietà non pagava annualmente questa tassa, non poteva vendere o – se vendeva – doveva onorare gli anni non pagati! Che era come dire: tu vendi ed io incasso! Oppure il bene veniva confiscato. Nasce da qui la lunga teoria di cessioni di beni alla Chiesa! Era meglio donare il bene al clero anziché allo Stato vessatore. Sulle donazioni alla Chiesa non si pagava tassa!

 

 

 

Ma veniamo a quantificare queste tasse. Le 16 province del Reame, prima che “il lestofante” andasse a “liberarle”, pagavano l’equivalente di 130.000.000 di lire sabaude, ovvero poco meno di 300.000 Ducati. Nel Reame vivevano circa 10.000.000 di persone, fatti quattro conti, lira più, lira meno, la contribuzione pro capite era di circa 13 lire sabaude, ovvero 2.9 ducati.

Nello stesso periodo nel Regno si pagavano  le stesse tasse ovvero  130.000.000 di lire ma con una differenza: gli abitanti del Regno erano poco più di 5.000.000 e – se due più due fa ancora quattro – essi pagavano il doppio!

 

Un esempio su tutti: secondo quanto riportato da documenti ufficiali del Banco delle Due Sicile, nel 1860 i sudditi del Reame pagarono 40.000.000 di lire sabaude di Tassa Fondiaria, ovvero  circa 900.000 ducati. Nel 1865, come risulta dagli archivi della Banca Nazionale degli Stati di Sardegna, gli stessi proprietari versarono nelle casse sabaude ben 70.000.000 di lire di Tassa Fondiaria: quasi il doppio! E la disparità è ancor più evidente se si pensa che nel Meridione si pagavano 9.6 lire per ettaro, nel Nord 7.4! E per fortuna che erano arrivati i  liberatori!

 

Dopo il 1860, quando l’unità fu fatta, il Sud si vide appioppare la miriade di tasse del Nord e possiamo affermare che da qui comincia l’evasione fiscale! Mentre il Nord mantenne lo stesso standard di pagamento, il Sud fu vessato. E lo fu due volte perché la ridistribuzione della ricchezza avvenne in modo massiccio al Nord che in pochi decenni elettrificò le ferrovie, ne costruì di nuove, fece strade, ponti, arginò i fiumi, si dotò di centrali elettriche, ampliò il porto di Genova, costruì case e finanziò gli industriali per avviare le loro aziende. Anche gli Agnelli ebbero  dei soldi a fondo perduto - ed altri a tassi ridicoli - per avviare la FIAT! Ma poi è stato sempre così!

 

E più la ricchezza veniva distribuita a Nord, più ne veniva data meno a Sud. Cominciarono a chiudere le imprese metalmeccaniche, le zolfatare e ben presto il fenomeno della disoccupazione si approprierà del Meridione. Comincia il grande esodo verso Nord per cercare lavoro e cresce il fenomeno delinquenziale, quella Camorra e quella Mafia che aiutarono  Garibaldi e i suoi  a perpetrare lo scempio del Sud.

 

Tutto questo malessere, i Savoia, lo scaricarono sui Borboni, tacendo la verità. Una verità che ci dice che quell’annessione indebita sarà fatale agli eredi di Biancamano che, solo dopo 80 anni, videro  dissolversi il Regno. Ed ironia della sorte vorrà che l’ultimo sabaudo – Umberto II – partirà proprio da Napoli per il suo esilio a Cascais.

 

Ore dico: possiamo considerare i Cavour, i Garibaldi, i Mazzini  e i Savoia i “Padri della Patria”?  Cavour, in una lettera al Farini, così scriveva del Re: “Il Re non mi ama ed è geloso di me, mi sopporta Ministro, ma è lieto quando non mi ha al fianco; dal canto mio mentirei se vi dicessi aver dimenticato che il giorno in cui il Re entrava nel palazzo Pitti, esso lungi dal rivolgermi una sola parola di ringraziamento, mi disse cose villane e dure, che dette da altri che da un re, ci avrebbero condotti sul terreno….come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanerne il più possibile distante". E a Costantino Nigra,  sempre Cavour, il 1° Agosto del 1860 scriveva: "Se Garibaldi passa sul continente e si impadronisce del Regno di Napoli, diventerà lui il padrone assoluto della situazione, il re Vittorio perde a questo punto quasi tutto il suo prestigio". Ci sono poi le richieste di Garibaldi a Vittorio Emanuele perché liquidasse Cavour il quale onestamente annotava: "Garibaldi è il più fiero nemico che io abbia". Ed ecco quello che  Mazzini scriveva a Cavour "Signore io vi sapevo, da lungo tempo, tenero alla monarchia piemontese più assai che della patria comune; adoratore materialista del fatto più che di ogni santo, eterno principio… perciò se io prima non vi amavo, ora vi sprezzo, eravate finora soltanto nemico, ora siete bassamente, indecorosamente nemico..". E poi c’è Vittorio Emanuele II che così scriveva a Francesco II di Borbone: "La Casa Savoia non è mossa da fini ambiziosi o da brama di signoreggiare l’Italia ……lungi dal volere e dal desiderare che sia turbato alla reale casa di Napoli il pacifico possesso degli Stati che le appartengono ……. non sarebbe migliore salvaguardia dell’indipendenza d’Italia che il buon accordo fra i due maggiori potentati di essa".  E questi sarebbero i “Padri della Patria”! Falsi, bugiardi, lestofanti e pusillanimi. Mi sembra proprio sia giunta l’ora di innalzare Gioberti a pensatore principe dell’epoca e a ridare lustro ai vari    Pietro Micca e Amatore Sciesa.

Ma l’unità d’Italia non poteva funzionare – e non funziona – perché troppo diversi erano i popoli che l’abitavano. Diversi per cultura, per tradizioni, per retaggi storici e per le influenze esercitate su di essi dai Galli  e dai barbari del Nord da un lato e dalla Magna Grecia e mondo arabo  dall’altro! Stiamo vivendo  ora noi le stesse cose patite dal Meridione, con l’Europa unita! Si sono alzate le tasse, abbiamo perso il potere  di acquisto degli stipendi, c’è crescita limitata e continuano a prosperare Mafia, Camorra, Ndrangheta e s’è aggiunta la  Sacra Corona Unita.

Nel 1861 s’era formata una Nazione anomala.  La base di una Nazione è la lingua e  l’Italia non ne aveva una! I Savoia - e gran parte del Piemonte - parlavano il francese, in Sardegna il loro dialetto che poi è una lingua, così come il dialetto veniva parlato  nelle altre zone della Penisola. E le attinenze con l’Europa di oggi si fanno preoccupanti.

Le idee chiare le aveva Gioberti, che per primo si rese conto delle difficoltà e ne parlò anche con Garibaldi,  senza però convincerlo alla causa federalista. Così scriveva: “L’Italia, tutto al contrario della Francia, è divisa in molti stati da parecchi secoli; stati diversi di costumi, di massime, di dialetto, d’interessi; stati che nutrono vicendevolmente un’avversione gli uni degli altri. Ora il voler riunire questi stati ad un tratto con una rigenerazione politica in un solo governo, in un solo stato, con una sola costituzione, è lo stesso che cercare il moto perpetuo o la pietra filosofale. Non si può distruggere in pochi giorni, e modificar subito diversamente l’opera di molti secoli, avvalorata dall’abitudine di tante generazioni, senza guerra tra popoli e popoli, senza spargimento di sangue, senz’anarchia. Andiamo per grado, e noi otterremo il nostro gran fine con poco disturbo, e col minimo possibile di disordini. La guerra a morte sia solo contro i birbanti coronati, contro gli assassini dei popoli. Si risparmino i popoli e si cerchi di avvicinarli, ma gradatamente, al comune interesse, alla generale felicità, in una sola parola, al FEDERALISMO". È significativo che oggi, dopo 140 anni di unità, si riparli di federalismo che probabilmente era la soluzione più giusta, allora come oggi.

Ho accennato alla situazione italiana di oggi rispetto all’Europa e il paragone mi sembra pertinente.  Vi rendete conto di quanto s’è ridotto il potere di acquisto degli stipendi? Prima, se un lavoratore guadagnava 2.500.000 lire mensili era un bel guadagnare! Oggi con l’equivalente in euro, ovvero 1.300 euro, si fa la fame! E siamo proprio noi Italiani che rischiamo di diventare il “Meridione d’Europa”!  Perché la squallida Europa di Maahastrict (non si scrive così ma fa lo stesso), è nata solo per salvaguardare gli interessi di una minoranza, ovvero di quella oligarchia socio economica che così controlla  tutto e tutti. E’ l’Europa delle banche e dei banchieri, degli arrampicatori e di chi si inventa alchimie finanziarie, è l’Europa degli sciacalli che arricchiscono sulla pelle dei poveracci. E’ un’Europa che non mi piace come non mi è piaciuta l’aggressione al Reame!  Oggi  gli Stati non si acquisiscono con le guerre militari, ma con quelle economiche. E noi ne stiamo combattendo una.  E intanto la metà delle famiglie italiane fa fatica ad arrivare alla fine del  mese!

 





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