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Anche in Sardegna i Savoia non sono amati

ANCHE IN SARDEGNA I SAVOIA NON SONO TANTO AMATI.

Nel 1720, con il trattato di Londra, l'isola passò ai Savoia e Vittorio Amedeo II divenne re di Sardegna.

In quel periodo d'incertezza politica, il territorio dell'isola rimase senza controllo: questo stato di cose diede così il via libera al banditismo e alla criminalità rurale.

Il disordine e l'insicurezza nelle campagne, già notevoli nei secoli precedenti, divennero sempre più gravi.

La popolazione della Sardegna versava in uno stato di miseria diffusa e i problemi erano tali e tanti che il governo sabaudo sperò per un po' di tempo di cedere l'isola in cambio di qualche altro possedimento. Tuttavia questi problemi non poterono essere ignorati per molto tempo dal governo piemontese.

La questione del banditismo fu la prima ad essere affrontata con decisione attraverso l'uso di contingenti militari, impegnati contro i malviventi soprattutto nelle montagne del Logudoro e della Gallura.

Questi interventi repressivi colpirono anche le popolazioni dei villaggi, soggette a perquisizioni ed arresti di massa ma il banditismo, che trovava le sue radici nelle condizioni economico-sociali e culturali della società sarda, continuò ad esistere.

La miseria delle popolazioni era la causa prima del banditismo, che però traeva nutrimento da una mentalità diffusa fra la gente: i banditi erano visti come paladini del popolo in miseria e le loro gesta erano cantate nelle poesie popolari poiché erano interpretate come l'unica forma di difesa e di ribellione alle prepotenze delle classi dominanti e dello stato.

Nei primi tempi quindi l'attenzione dei Savoia fu diretta a tenere sotto controllo l'Isola e a garantirne l'ordine interno.

Gli ordinamenti tradizionali del periodo spagnolo furono conservati anche se, il sovrano piemontese evitò di convocare il Parlamento, impedendo così alla nobiltà, al clero e alla borghesia di far sentire le loro richieste.

Nella seconda metà del XVIII secolo l'atteggiamento politico dei Savoia cambiò: il nuovo re, Carlo Emanuele III considerò definitivo il possesso della Sardegna; tutto ciò si tradusse in un impegno nuovo, indirizzato a modificare le condizioni dell'Isola.

A questa spinta riformatrice diede un notevole contributo l'azione del conte Lorenzo Bogino cui fu affidata nel 1759 la direzione politica di tutti gli affari riguardanti la Sardegna. Egli, con la riforma dei Consigli Comunitativi creò organismi di villaggio in grado di contrapporsi al potere feudale e di limitarne gli abusi.

Nel settore dell'istruzione si procedette alla riorganizzazione degli studi universitari e delle scuole secondarie. Nel 1760 si stabilì l'obbligo dell'uso della lingua italiana, che avrebbe dovuto sostituire lo spagnolo nelle scuole e negli atti ufficiali.

Nel 1764 fu riaperta l'Università di Cagliari e l'anno dopo quella di Sassari, entrambe create nel corso del seicento sotto Filippo III e che, dopo un periodo di sviluppo, erano andate decadendo.

Per risolvere il problema dello spopolamento si crearono nuovi centri abitati. Già nel 1738 era stato fondato il villaggio di Carloforte (dal nome del re) con il trasferimento di una parte degli abitanti, di origine ligure, dell'isola di Tabarca, nel mare di Tunisi, all'isola di S. Pietro vicino alla costa sarda sud occidentale.

Nel 1771 e 1808 furono fondate Calasetta e Santa Teresa di Gallura.

Tutti questi interventi per modernizzare la vita economica sociale e culturale dell'isola non bastarono: l'arretratezza era dovuta, sia alla gestione comunitaria della terra, che limitava la possibilità di innovazioni tecniche e miglioramenti agrari, sia alla presenza opprimente della feudalità.

Su questi aspetti non ci fu alcun intervento del governo sabaudo che non mostrò una volontà decisa di riformare la società isolana.

In questa situazione di povertà e malcontento maturò in Sardegna un movimento di rivolta: per la prima volta dopo secoli le popolazioni rurali e urbane decisero di lottare per conquistare condizioni di vita migliori.

Nel 1789 numerosi villaggi insorsero rifiutandosi di pagare i tributi feudali e costringendo le autorità ad intervenire con la forza per riportare l'ordine e per difendere gli interessi dei feudatari. Il movimento di proteste continuò negli anni novanta, anche per l'effetto della Rivoluzione Francese.

La Francia, diventata una repubblica, tentava di diffondere i principi della rivoluzione in tutta l'Europa: nel 1793, un'armata francese occupò Carloforte e Sant'Antioco e, successivamente, attaccò il porto di Cagliari. Gli aristocratici e gli ecclesiastici con un abile campagna propagandistica convinsero le popolazioni di Cagliari e dell'entroterra della pericolosità dei Francesi, additandoli come nemici di ogni religione, violenti e schiavisti. La propaganda fu efficace e dei volontari cagliaritani s'improvvisarono militari respingendo il tentativo di sbarco delle truppe francesi; anche Carloforte e Sant'Antioco furono liberati dopo pochi mesi.

Questo episodio di resistenza all'attacco francese illuse i Cagliaritani che il governo piemontese avrebbe accontentato una richiesta delle classi dirigenti sarde per una gestione più autonoma dell'Isola. La risposta, infatti, fu negativa e suscitò la protesta dei Sardi che nel 1784 insorsero, allontanando tutti i Piemontesi da Cagliari, Alghero e Sassari. La rivolta urbana si intrecciò con i tumulti antifeudali delle campagne, scatenando un vero e proprio movimento rivoluzionario.

In questa situazione emerse la personalità di Giovanni Maria Angioy che assunse il ruolo di guida contro il feudalesimo e i Piemontesi. Ma nel 1796 Giovanni Maria Angioy fu sconfitto con le sue truppe e per evitare l'arresto raggiunse la Francia dove morì esule.

Le rivolte nonostante questa sconfitta non terminarono e la repressione dei Piemontesi fu sanguinosa: molti furono i morti e moltissimi gli arresti.

La parentesi rivoluzionaria sarda era chiusa, ritornarono il potere baronale, le carestie e i gravosi carichi fiscali.

In questa situazione di crisi economica continuò, legata soprattutto all'arretratezza dell'agricoltura sarda.

Il Piemonte emanò l'Editto sopra le Chiudende, che autorizzava la chiusura, con siepi o muri, dei terreni sui quali i privati avevano qualche diritto. Si cercò così di stimolare la formazione di una classe di piccoli e medi proprietari terrieri in grado di migliorare i sistemi produttivi.

Tuttavia le operazioni di chiusura avvennero in modo affrettato e spesso illegale, a danno dei piccoli contadini che non avevano i mezzi per costruire siepi o muri di divisione e dovettero subire quindi gli abusi dei proprietari più grossi. Anche i pastori furono danneggiati da questo sistema di chiusure poiché videro notevolmente limitati gli spazi aperti e destinati al pascolo.

Nel 1839, sotto il regno di Carlo Alberto, ci fu l'abolizione del feudalesimo ma il sovrano non volle scontentare la nobiltà feudale: decise, infatti, che i nobili fossero ripagati dalla perdita delle rendite feudali, con un "riscatto", un compenso che fu addebitato alle comunità rurali, che dovettero quindi pagare a caro prezzo la loro libertà.

Nel 1847, su richiesta delle classi dirigenti sarde, ci fu l'unificazione di Sardegna e Piemonte sotto un'unica legislazione; l'Isola rinunciò alla propria autonomia e accettò leggi e modi di amministrazione diversi da quelli che avevano regolato per secoli la sua vita.

Portarono grande disagio l'istituzione del servizio militare obbligatorio, che sottraeva alle famiglie il prezioso aiuto dei figli maschi, e i pesanti tributi fiscali che gravavano soprattutto fra i tantissimi piccoli proprietari terrieri, ridotti sul lastrico.

La speranza del governo sabaudo di conquistare la fiducia e il consenso dei Sardi non si realizzo: gli squilibri provocati dai Piemontesi favorirono solo sospetto e rancore nei confronti dello stato.

 

 

 





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