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Garibaldi: un lestofante per eroe

 GARIBALDI: UN LESTOFANTE PER EROE!

Fin dalla quinta elementare, grazie – o per colpa? – del mio maestro, un sanguigno siciliano – sono stato abituato a vedere  il nostro eroe, con diffidenza perché il maestro ci diceva cose che non riscontravo nel sussidiario.  Poi, alla scuola media, il mio insegnante di italiano , latino, storia e geografia, fu ancora il  mio maestro delle elementari, che aveva vinto un concorso a cattedra! Vi dirò: è un’esperienza bellissima quella di avere un insegnante che per 8 anni ti segue! E in terza media ancora una volta ci spiegò che l’eroe dipinto come tale, tale non era! Poi all’Università conobbi Saitta e appresi cose che già conoscevo. Cose che anche De Felice confermava così come Durant ed altri. E allora chi era Garibaldi?

 

Sicuramente, dopo che avrò postato questo pezzo, la lista dei miei nemici si allungherà di un bel po’ perché “toccare” l’eroe dei due Mondi  è deleterio. Garibaldi, nell’immaginario collettivo, è l’eroe senza macchia e senza paura, osannato e venerato;                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   e non c’è Comune – grande o piccolo - che non ha una Piazza o uno slargo o una Via intitolata
”all’eroe”!  E  non solo: in molti di questi Comuni ci sono case – più o meno ben tenute – dove una targa ci dice che “qui riposò l’eroe il giorno prima della marcia su Roma” , riferito – in questo caso - alle mie  parti. Nei paesi della Romagna il solito cartello ci dice  che “qui riposò l’eroe con la sua  compagna ferita pria ch’ella dipartisse”. E così i cartelli cambiano a seconda della posizione geografica interessata.

 

Soltanto a Terni ci sono due ruderi, protetti dal Comitato Storico  per la Salvaguardia dei Beni Ambientali del Risorgimento, che hanno in comune una cosa: in entrambi “dormì” Garibaldi!  E fin qui niente di male se non fosse che  dormì lì la stessa notte. Il primo di questo  rudere storico trovasi in Zona Polymer, è un vecchio fabbricato color rosa, e l’altro  è ubicato a Collescipoli, a circa tre chilometri dall’altro! Come abbia fatto  lo sa solo lui. L’unica cosa certa è che nel 1867, per l’ennesimo tentativo di liberare Roma, partì da Terni.

 

Ma la mia riflessione sul Garibaldi è un’altra: credete davvero che l’Unità d’Italia l’abbia fatta lui? E come ha fatto se ha  passato il suo tempo a   gozzovigliare fra un Comune e l’altro?

 

Garibaldi assomiglia ad un eroe dei fumetti, più attento alle sue esigenze, ovvero quella di difendere la sua leggenda costruita a Montevideo. Ed eccolo allora vestire anche da noi  il poncho e restare fedele al “personaggio”! Una cosa gli va riconosciuta: era uno che le donne  le battezzava appena gli arrivavano  a tiro! Vittorio Emanuele lo considerava un simpaticone, lo stesso non si può dire di Cavour: i due si detestavano! Ma Cavour ebbe il merito di…ma lo vedremo più avanti.

 

Nei suoi 12 anni di permanenza in Sud America, vive di espedienti, mai svolgendo un lavoro onesto. Frequenta ambienti esoterici e giunto in Italia si avvicina alla Massoneria. La stessa Massoneria che frequentò,  appena ventenne,  quando era al soldo degli Inglesi  come spione. Poi, sempre al soldo di Sua Maestà Britannica, divenne un apprezzato comandante  della  filibusta, ovvero  un pirata. Dopo l’apprendistato inglese il buon Giuseppe è pronto al salto di qualità e chiede – ed ottiene – di mettersi in proprio. E da furbo lo fa in Uruguay, dove ripara per sfuggire alla galera di Genova, dove era destinato per una  condanna. L’Uruguay è terra non pericolosa, coi grandi fiumi che  portano i suoi legni in Argentina e Brasile. Dove arriva saccheggia, impone la sua legge e, se necessario uccide. Stanno con lui i satrapucci di quartiere, ma anche gli evasi di galera e quelli che la galera la devono fare,  ma erano latitanti.  In tutto questo bailamme si becca anche una condanna per abigeato, ovvero furto di bestiame. La condanna prevede  che  venga mozzato un orecchio al condannato. Cosa che il nostro “eroe” subisce. Ma, per non far vedere l’incidente di percorso, don Peppino si fa crescere i capelli e indossa sempre il cappello  atto a nascondere l’infamia.

 

In una delle  tante scorribande incontra Anna Maria Ribeiro da Silva, sposata con Manuel Duarte de Aguilar, bella e non indifferente al fascino de “L’italiano”. Ma Anita (così viene chiamata, ovvero “piccola Anna”) è sposata e…oplà: il marito muore ma non si saprà mai come! Anzi: si  sa ma non si dice! Anita è ora libera di seguire il suo amore italiano.

 

Nonostante la sua attività poco consona, Garibaldi  “non fa soldi” come dicono gli americani. Si arricchiscono i suoi uomini ma lui, è più interessato alla cura del suo mito che a quella di  incassare e metter da parte. E questo suo poco interesse per il denaro diventerà la sua fortuna quando, in certi ambienti uruguayani, si comincerà ad indagare su di lui. Smette di fare saccheggi e robe del genere e si  mette a lavorare in una fabbrica di candele: si rifà così una verginità!

 

Rientra in Italia e subito organizza un gruppo di persone per liberare Roma!  Ha carisma e tutti pendono dalle sue labbra. Ma l’esercito francese non è come quello argentino o uruguayano! È ben armato, civile,  ha generali che sanno il fatto loro e, soprattutto, ha il rispetto dei ruoli: ufficiali, sottufficiali e soldati. Dall’altra parte c’è  Garibaldi, che si fa chiamare Generale e poi i soldati! La batosta è cocente e drammatica e il “generale” è costretto alla fuga col suo manipolo di soldati  e la sua amata (tradita però  decine di volte). E a Comacchio la  bella sudamericana muore. Anche qui l’ombra del dubbio aleggia: è stato lui o non è stato  lui? In un altro post tratterò della signora Ribeiro.

 

La batosta è salutare perché gli fa capire che l’Italia non è l’America Latina! Ma soprattutto, fa capire a Cavour che  “quello” è la persona giusta per attuare il suo piano di unificazione d’Italia. Cavour sa che con  la sola forza dell’esercito piemontese, forte e ben armato, con ufficiali di primissimo ordine, non ce la farà mai ad avere ragione – in tempi brevi – dei Borboni. E questo per  un  motivo molto semplice: la mafia (operosa ed  attiva) avrebbe  intralciato tale operazione. E non tanto per amor di Patria (ovvero salvate il Regno delle Due Sicilie), quanto perché voleva il suo guadagno. E la stessa cosa succedeva coi banditi calabresi,  quelli pugliesi e campani. Cavour capì che foraggiando il brigantaggio , fortissimo in quelle zone, poteva ottenere la caduta dei Borboni in poco tempo. E il tornaconto della Mafia? Duplice: incassava un  bel po’ si soldi e – soprattutto – si liberava della polizia borbonica che,  più di ogni altra, conosceva tutto dei banditi, essendo polizia del posto. Con l’avvento dei Piemontesi si sarebbero azzerate le cariche, ci sarebbero stati nuovi comandanti e la mafia avrebbe prosperato grazie all’inesperienza di questi. Non dimentichiamo che  la mafia odierna ha avuto i guai più grossi quando ad occuparsene sono stati Siciliani come Falcone e Borsellino: nulla è cambiato.

 

Ma per fare questo, ovvero comperare la mafia e averla ai suoi  servizi, non poteva poi essere l’esercito - diciamo così ufficiale – ad operare.  Ecco perché Cavour vide in Garibaldi l’uomo della provvidenza. Il Generale fu contattato  e nel contempo emissari  dei servici segreti (c’erano anche allora) cominciarono a trattare con la mafia e gli avi di n’drangheta, Sacra Corona Unita  e Camorra! Le trattative si protrassero per 3 anni e parte attiva fu recitata dall’Inghilterra: vedremo il perché! 

 

Quando tutto fu pronto i Mille partirono per la Sicilia dove trovarono i “picciotti” che si arruolarono e , facendo il doppio gioco, mandarono l’esercito dei Borboni  al massacro. L’impresa riuscì e a  supervisionare tutto c’era una vecchia conoscenza del Generale: la marina inglese! La quale voleva assolutamente che le cose andassero bene ed era pronta ad intervenire se si mettevamo male! Gli Inglesi, che non fanno nulla per nulla,  vedevano  bene l’operazione costruita da Cavour perché così si indeboliva la Spagna, che contrastava Sua Maestà nelle rotte commerciali col Nuovo mondo! Ma soprattutto temeva che la Spagna potesse invadere anche le rotte del “Nuovissimo Mondo” che Cook aveva scoperto nel 1600.

 

In tutto questo chi ci ha rimesso sono stati, come sempre succede, i poveracci che subirono l’annessione al Piemonte e che – soprattutto, impoverirono ancora di più perché i nuovi dirigenti guardavano più ai ricchi che a loro. Succedeva così che tutte le terre strappate al demanio  o alla Chiesa ed anche i piccoli appezzamenti di  piccoli proprietari, furono venduti all’asta andando ad arricchire la mafia o i nuovi latifondisti  conniventi con la mafia stessa! Ma andavano soddisfatti anche gli Inglesi che erano pronti ad agire se le cose si mettevano male. Orbene. per gli inglesi  furono riservate terre nei comuni di Bronte (dove peraltro la famiglia dell’Ammiraglio Nelson aveva già una tenuta) , Niscemi e Racalbuto. Qui le terre furono tolte ai piccoli proprietari e “date” ad alcuni Lord Inglesi,  con il beneplacito della Mafia. I piccoli proprietari si ribellarono, ma ecco mettersi in luce il vice del Generale: il “patriota” Nino Bixio!

 

Patriota un cazzo! Era un pazzo scatenato, psicologicamente instabile, sanguinario e fece uccidere, e lui stesso uccise, decine e decine di poveracci! Oggi sarebbe stato giudicato un criminale di guerra e giudicato dal tribunale dell’Aja. Ma si sa la storia la fanno i vincitori e Bixio è un eroe! Pensate un po’ che se vinceva  Hitler, anche lui  e Himmler e Gobbels e tutti i  gerarchi sarebbero stati eroi! E Patton, Eishanawer, De Gaulle e compagnia, dei criminali di guerra.

 

A Napoli contavano di fermare Garibaldi  sullo stretto di  Messina durante il passaggio in Calabria. L’esercito Borbonico era forte di 17.000 unità, quello del Generale di 1.500 unità. Sapete come andò. Andò che  i filibustieri  di mafia e soci chiesero ancora denaro a Torino e pagarono i comandanti dell’esercito napoletano, mentre ai soldato fu “consigliato” di lasciar  perdere. Morale: il Generale occupa la Calabria senza colpo ferire! Eh si perché la “Ferita d’Aspromonte” non si riferisce alla spedizione del Mille, ma al tentativo – maldestro – di  organizzare un esercito per occupare Roma (il suo pallino). I fatti: nel 1862 il Generale torna in Sicilia per un viaggio di piacere e qui incontra delle persone – piene solo di ideali – che vogliono liberare Roma. Garibaldi  si mette al comando di questa banda – simili agli straccioni di Valmy -  e da Catania salpa alla volta di Mileto , in Calabria, deciso a risalire  fino a Roma: sono il Garibaldi, non mi ferma nessuno!!!!! Illuso: il Regio Esercito Piemontese lo aspetta in Aspromonte. È il 29 agosto e gli fanno la bua ad un piede! Alt, finita la marcia su Roma! Io credo che qualcuno doveva dire a Peppino che qualche anno prima le cose andarono bene perché Camillo  Benso, Conte di Cavour, il Regno delle due Sicilie se l’era comprato!

 

La presa di Napoli avvenne allo stesso modo: sotto l’occhio vigile dell’Inghilterra e con l’appoggio della Camorra! Gli ufficiali  che si arrendevano venivano “promossi” e per quelli che non lo facevano c’era un certo Bixio! Chi si ribellava veniva fatto prigioniero e  furono  costruiti veri e propri lager nel bresciano dove furono deportati 32.000 tra soldati fedeli ai Borboni e cittadini  che volevano difendersi dall’invasore. Dei 32.000 deportati si sono perse le tracce! Ma è facile immaginare che fine abbiano fatto!

 

Preso il potere, Garibaldi instaurò, a Napoli,  un governo di transizione che resta una esperienza tragica e drammatica. Coi soldi dello Stato Borbonico, anziché far sviluppare le aziende, vengono pagati alti esponenti della camorra e vengono privilegiati “gli anici degli amici”. Non solo: vengono aboliti i dazi  portando le aziende in rovina e continuano a sparire soldi come fossero bruscolini. Si calcola che durante il governo provvisorio di Garibaldi , siano stati bruciati qualcosa come 2.000 miliardi di euro al cambio di oggi! Ci fu un tentativo di mandare in Francia un vascello con tutta la documentazione delle malefatte, ma  l’occhio vigile di Sua Maestà vigilava! Quel vascello affondò appena lasciato il porto di Napoli. Ma sappiamo dove sono finiti i soldi che sparivano: andavano a Torino! Dal Banco di Napoli al San Paolo! Cavour “rientrava” delle spese! Morale! I Borboni sono stati  abbattuti pagando loro  gli abbattitori! Una operazione economico-politico-finanziaria degna dei migliori guru della finanza di oggi! Ma  non scopriamo oggi Cavour: era davvero un grande! L’unico vero  statista che abbiamo avuto! Che il Piemonte ha avuto. Faccio notare come la storia si ripeta, in termini finanziari: oggi il Banco di Napoli non esiste più! E’ stato acquisito dall’Istituto San Paolo di Torino! Ma sappiamo che l’acquisizione cominciò  con la spedizione dei Mille

 

L’esperienza del Governo di Napoli poteva rappresentare  una svolta per la nazione Italia appena nata. E lo aveva capito Cattaneo che, sceso a Napoli, consigliò al Generale di imporre uno Stato federale. C’erano tutte le premesse e – soprattutto – lo vedeva bene anche Cavour che, da snob quale era (preferiva  parlare il  francese anziché l’italiano), male si rapportava  coi meridionali ed il federalismo  avrebbe mitigato quella corsa al nord che poi invece si verificò. Ma Garibaldi, consigliato da Mazzini, declinò il consiglio di Cattaneo. E fu persa un’occasione!

 

Dopo i fatti di Aspromonte, il Generale riceve un’offerta che non si poteva rifiutare: Lincoln gli offrì il comando dell’esercito del Nord conto gli secessionisti del Sud!  È l’ambasciatore di Washington a Torino che consiglia al Presidente il Garibaldi. Il quale accetta ad una condizione: che Abramo Lincoln dichiarasse ufficialmente che la guerra serviva per liberare gli schiavi del Sud! Cosa che Lincoln non poteva dire perché non era quello il motivo della guerra; e soprattutto  perché non poteva distruggere la forza economica dell’agricoltura che rappresentava una forte voce attiva nel bilancio della Nazione. Ma Lee  continuava ad infliggere solenni batoste agli Unionisti e , nel  1963, Lincoln torna alla carica, accettando di dichiarare pubblicamente  che quella era una guerra di     “liberazione  degli schiavi”! Ma, inspiegabilmente,  Garibaldi rifiutò! Probabilmente non si aspettava che Lincoln accettasse la sua proposta  e nell’attimo che l’accetta si sente fregato: non aveva mai avuta nessuna intenzione di recarsi in Nord America!

 

Dopo l’impresa dei Mille e l’offerta americana e nonostante il massimo grado raggiunto all’interno della Massoneria, Garibaldi non riuscì a capitalizzare la sua fama e – anzi – posizionandosi sempre più a sinistra, si isolò. La sua partecipazione – poi – all’Internazionale  Socialista, con Marx  e Bakunin, segna il suo tramonto in Patria. È però furbo quando Marx gli offre il Comando dell’Esercito della Comune a Parigi, memore delle botte rimediate dai Francesi a Roma, ringraziando, rifiuta.

 

Per concludere: era un uomo spregiudicato, vanesio, sempre al servizio del più forte cui  sapeva rispondere “ubbidisco”, ed era forte coi deboli, cui imponeva  le sue decisioni che poi Bixio faceva rispettare. Era un personaggio squallido che la vita ha premiato oltremisura. Un personaggio che ha costruito la sua fortuna  - oggi si direbbe mediatica – approfittando delle difficoltà dei poveracci e alimentando una aureola di consensi. E non è stato neanche un grande generale: ha  vinto solo battaglie truccate! Quelle giocate alla pari le ha  perse tutte! Aveva però un grande sponsor: la Corona Inglese! E per quei tempi era il massimo. Evidentemente i servigi resi quando spiava per conto di Londra devono essere stati notevoli. Si spiega così anche il forte contributo inglese all’unità d’Italia! D’altra parte gli Inglesi sono abituati a disegnare e cancellare confini e Stati! Basta dare un’occhiata agli stati del Medio Oriente (Giordania e compagnia bella) per rendersene conto. Ma, soprattutto sono le parole di Churchill: “quando abbiamo ridisegnato il Medio Oriente lo abbiamo fatto con sigari e wiscky! Ma forse era più wiscky!”. Tornando a Garibaldi, si può davvero dire che la sua è stata la vittoria di un lestofante!

 

Chiudo con le parole di alcuni studiosi. Comincio con quelle dello storico Gennaro De Crescenzo che si chiede: “chi fu, dunque Garibaldi? L’eroe che dedicò la vita a combattere per ideali di libertà e di giustizia? Oppure lo strumento inconsapevole di una trama di potere ordita da massoni e liberali per impossessarsi dell’intera penisola? O ancora, il rivoluzionario che collaborò attivamente alla conquista del Regno delle Due Sicilie, condividendo pienamente gli scopi e i mezzi delle forze unitariste?” E continua ancora De Crescenzo: “Garibaldi va riletto o meglio processato per la falsità del suo eroismo, per l'immoralità del suo comportamento (invase senza dichiarazione di guerra un regno pacifico), per i danni morali e materiali subiti dal Sud (con lui finì il tempo dei primati borbonici e iniziò una questione meridionale prima sconosciuta e tuttora irrisolta).”

Anche Del Boca riferisce cose interessanti, ovvero che la “Spedizione dei Mille” altro non fu che una scampagnata e che l’esercito Borbonico si  sciolse come burro a suon di milioni e promozioni sul campo. Scrive Del Boca: “Garibaldi non aveva più niente da fare. Poteva continuare a litigare con la grammatica poetica. Questi sono alcuni suoi versi:

Salve, o terra del Vespro

il tuo destino

è d’esser grande!

Salve, o falange di gagliardi! I Mille

Guerrieri avventurosi

Invan l’invidia

Della canaglia vi dilagna. (sic.).

E questo mentre veleggiava per Marsala dove sarebbe cominciata, appunto, quella scampagnata che con solo mille persone avrebbe, alla fine, portato alla conquista di un regno forte e ben armato. “.

E in Wikisource ci si chiede di: “rispondere alla angosciosa domanda di come mai abbiano potuto 1.000 armati irregolari, ancorché veterani e raggiunti da rinforzi, sgominare un esercito imponente che giocava, sostanzialmente in casa”.  E nella disamina troviamo le solite storie di soldi,  massoni e mafia!

Chiudo consigliando un libro dello storico inglese Gorge Trevelyan, “Garibaldi in Sicilia”, dove con dovizia di particolari parla della preparazione della spedizione. Nel libro sono riportate cifre e documenti della trattativa con la mafia e  le prime pagine dei giornali londinesi che annunciavano la cosa! Ma soprattutto è raccontato tutto l’intreccio diplomatico tra Torino e Londra – con l’avallo tacito prussiano e francese – che portava si ad unire lo stivale ma – quello che più interessava a Londra e Parigi - ad un indebolimento di  Madrid e Vienna! E lo storico inglese, pur giudicando  Garibaldi  un guerrigliero,  è affascinato dalla ingenuità dell’uomo che davvero  crede di aver  - da solo – unito  l’Italia! Secondo Trevelyan, Garibaldi è il primo “Che”, ovvero l’esportatore di una  rivoluzione quasi  empirica. Ma con una fortuna rispetto a Guevara: nessuno lo fece assassinare tra coloro coi quali si rapportava (leggi Cavour, Vittorio Emanuele  e Mazzini). Guevara – purtroppo per lui – aveva a che fare con Castro, che non esitò a sbarazzarsene vendendolo ai Carabineros! Guevara era un pericolo per  un Castro assetato di potere! Ma forse i Piemontesi non giudicavano pericoloso Garibaldi! Bastava farlo giocare alla guerra





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