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La signora Duvalier

La signora Duvalier

 

 

La signora Duvalier ha sempre problemi, quando deve decidere tra patate dolci e patate normali. Rimane immobile davanti alle cassette del supermercato come rapita da un qualche insodabile enigma la cui soluzione inesorabilmente le sfugge.

Signora Duvalier, le serve aiuto”?

Dolce, Francine. Minuta, biondina, lo sguardo pulito, le mani immacolate di chi non ha mai dovuto far lavori pesanti nella vita, la signora Duvalier vorrebbe chiederle della sua famiglia. Le piacerebbe capire come possa esser finita a far l'inserviente di un supermercato una ragazzina dolce e delicata come lei, nata per passare le giornate a prendere lezioni di tennis da un maestro bello e aitante con il sorriso da pubblicità di dentifricio, non per mettere a posto scatole di fagioli, sacchi di mangime per i cani e cartoni di articoli per la pulizia della casa.

Patate dolci o patate normali?

Decide di scegliere prima il vino. Le piace camminare lentamente lungo lo scaffale, come in un viaggio attraverso posti i cui nomi, stampigliati sulle etichette delle bottiglie, le suggeriscono la visione di luoghi esotici e lontani che le piacerebbe visitare non soltanto con la fantasia.

Giornata dell'arrosto, vero signora Duvalier? Dia un'occhiata in fondo, è arrivato un nuovo vino rosso perfetto per le carni, vedrà, non resterà delusa”.

sempre carino, Didier, il direttore del supermercato. Sa benissimo che lei non ne capisce niente, e che quel suo osservare con finto occhio critico le bottiglie, altro non è che un invito a consigliarla, cosa che lui fa con leggerezza e educazione, senza farle pesare questa sua enologica ignoranza.

E' il loro piccolo, privato giochino.

Non che la signora Duvalier non ne farebbe anche di altro genere, di giochetti, con quel bel giovanottone che se non fosse per la giacca e la cravatta, verrebbe probabilmente scambiato per l'addetto della macelleria, ma anche se si limita soltanto a pensarlo, a immaginare le sue grandi mani che l'accarezzano, arrossisce vistosamente e comincia a balbettare, perché una signora della sua età certi pensieri sconvenienti non dovrebbe farli.

Patate dolci o patate normali?

Come ogni giornata dell'arrosto da dieci anni a quella parte, alla cassa paga una bottiglia di vino, un pacchetto di crostini, deliziosi per fare la scarpetta con il sughetto della carne, una candela profumata per non far ristagnare l'odore di soffritto in cucina e fare un po' d'atmosfera, un barattolo di gelato di crema di caffè, che le piace tanto ma che non può bere perché altrimenti la notte non dorme, una scatoletta di sardine per Bijoù, il suo gatto, perché la giornata dev'essere speciale anche per lui, e sei patate, tre dolci e tre normali. Ivette le sorride e come sempre, mentre passa i prodotti alla cassa, le chiede se va tutto bene, come sta Bijoù, insomma le solite cose. La signora Duvalier si sorprende a pensare che quella ragazza perennemente allegra, sempre gentile, le piacerebbe proprio averla per nipote, ma questo non glie lo ha mai detto, perché certe cose non si dicono, è indelicato.

Uscendo dà il suo franco, quotidiano, a Roland, il barbone del quartiere, che vive accampato da tempo immemorabile in un angolo del parcheggio esterno. Ogni volta che lo saluta cerca di immaginare il bell'uomo che doveva esser stato prima di finire in mezzo a una strada a dormire tra cartoni, coperte vecchie e dormitori che puzzano sempre un po' di pipì e sudore. Lei è sicura che in un posto del genere non ci finirà mai. Ha una vita regolare, la signora Duvalier. Ogni ventisette del mese, ad esempio, ritira la pensione e fa diligentemente la spartizione delle risorse. Tanto per la spesa, tanto per i vestiti, tanto per le bollette. Un mese sì e un mese no ci scappa anche un cinema, le piacciono quei bei film in bianco e nero che la riportano a quando aveva quindici anni e si era innamorata del fruttivendolo biondo che le faceva l'occhiolino ogni volta che lei passava davanti alla sua bottega. Passeggia, la signora Duvalier, perdendosi piacevolmente nel baccano del traffico di automobili e persone.

Patate dolci o patate normali?

Bah!, avrebbe deciso un momento prima di infornare la carne.

Quello dell'arrosto è un giorno speciale, il suo giorno speciale, il suo secondo compleanno, in un certo qual modo.

Se lo concede una volta all'anno dall'autunno di dieci anni fa, quando aveva avuto il coraggio di tagliare per sempre tutti i ponti con Marcel, suo marito, ex marito, l'unico vero amore della sua vita.

Ci aveva pensato a lungo, prima di farlo, perché per una persona perbene certi valori devono venire prima di tutto, cosa che la signora Duvalier sapeva benissimo, ma nonostante questa consapevolezza non era riuscita a sfuggire al bisogno di mettere ordine nella sua vita e ricominciare tutto daccapo. Una nuova nascita, un secondo compleanno, appunto.

Giornata fredda, vero signora Duvalier”?

 

Anche se ha accettato, seppur a malincuore, che le donne non sono più soltanto angeli del focolare, come diceva sempre sua madre, perché i tempi son cambiati e non si può far nulla, ormai, per arrestare quella bizzaria dell'evoluzione culturale che tutti chiamano parità di diritti, alla signora Duvalier fa sempre uno strano effetto vedere una donna alla guida di una corriera. Che diamine, è lavoro da uomini. Si chiede sempre come sia possibile che una signora abbia la forza fisica per manovrare un grosso affare come quello sul quale sta viaggiando per tornare a casa. Una volta aveva fatto questa domanda ad una autista e quella le aveva parlato di un coso, come si chiamava?, servosterzo, forse, ma non ci avrebbe messo la mano sul fuoco se qualcuno le avesse chiesto di farlo. La signora Duvalier ama viaggiare in corriera. Trova estremamente rilassante immergersi nei suoi pensieri mentre osserva la città scorrere silenziosamente aldilà del vetro.

Le succedeva sempre quando era in auto con Marcel, soltanto che allora i pensieri ai quali si abbandonava erano diversi. Lui credeva quei silenzi espressione di quel genere di serenità che non ha bisogno di esser raccontata, senza avere neanche il sentore, che in realtà la signora Duvalier stava mettendo insieme il coraggio e le parole per dirgli che di lì a poco lo avrebbe abbandonato per sempre all'angosciante solitudine di quella casa di campagna divenuta troppo piccola per riuscire a convivere anche con il vuoto, pneumatico, silenzioso, che si era insinuato fra le loro vite.

Signora Duvalier, buongiorno! Mio marito ha riparato l'ascensore, e le ho portato su la posta”.

 

I signori Martinel sono una risorsa, per il condominio, la signora Duvalier ne è fermamente convinta, al punto che quando loro, un anno prima, volevano andar via perché erano stati chiamati a lavorare in una villa dei quartieri alti, lei era riuscita a dissuaderli grazie ad un eccellente discorso sulle virtù del vivere nei quartieri popolari e ad una ancor più eccellente crostata di marmellata di lamponi fatta con le proprie mani a cui aveva affidato l'accompagnamento del pomeriggio passato a chiacchierare nella guardiola della portineria. Quando non ci sono si sente, la mancanza dei signori Martinel. Manca la luce del sorriso bonario della signora Juliette, che esce sempre a salutarla, anche se sta facendo la pasta fresca ed ha il grembiule completamente imbiancato dalla farina, e manca l'incontenibile allegria del signor Alain, il mago delle riparazioni, che se non fosse per lui il palazzo sarebbe già crollato da un pezzo.

Appena varca la soglia del suo appartamento il profumo delle spezie nelle quali ha messo ad insaporire la carne l'avvolge dolcemente, Bijoù le si strusci sulle gambe per salutarla e farle presente che non vede l'ora di avere la sua scatoletta di sardine, perché lo sa anche lui che oggi è la giornata dell'arrosto. Le piacerebbe chiedergli coma faccia a saperlo, ma dato che non è una di quelle vecchie zitelle che parlano con i propri animali domestici, inizia a preparare per la sua festa, perché quello è il suo secondo compleanno, e vuole che tutto sia fatto come si conviene. Imburra la teglia, la signora Duvalier, mentre l'immagine degli occhi spenti di suo marito le compare davanti, come succede tutti gli anni durante la fase della preparazione.

Perché lo fai”?

Dieci anni fa la signora Duvalier aveva deciso di tagliare per sempre tutti i ponti con Marcel e con quella prima vita, e sebbene con la morte nel cuore, aveva sentito senza ombra di dubbio di star facendo quello che andava fatto. Probabilmente se ne sarebbe pentita, ma anche soltanto l'idea di passare un giorno in più in quella casa la faceva, che Dio mi perdoni, pensava, letteralmente rabbrividire. Non aveva smesso di piovere un attimo, quel giorno. La signora Duvalier detestava le giornate di pioggia, e in campagna le sembravano ancor più dure da sopportare. Stava guardando fuori dalla finestra del salone al piano terra, cercando di concentrarsi per trovare la forza di cancellare per sempre quell'uomo dalla sua vita, quando lui era entrato e aveva spezzato il filo dei suoi pensieri.

Perché lo fai”?

Era stata una conversazione a senso unico. Marcel la guardava senza dire una parola, incapace di una qualsiasi reazione, inerme, davanti alla forza e alla determinazione di quella donna minuta, perché minuta, la signora Duvalier, lo era sempre stata, che voleva riprendersi la sua vita a qualsiasi costo. Quando si era chiuso alle spalle il cancello d'ingresso della villa aveva inspirato l'aria fresca e umida della campagna fino a riempirsene completamente i polmoni, e aveva cominciato a vivere la sua nuova vita.

La signora Duvalier guarda soddisfatta la teglia con l'arrosto al centro e le patate, tre dolci e tre normali, tagliate in pezzi dalla forma regolare tutto intorno, rese appena più scure da una spolverata di noce moscata e pepe nero. Bijoù, compostamente seduto sulla sedia accanto al tavolo ha seguito tutta la preparazione e, ne è certa, se potesse parlare si complimenterebbe con lei per l'ottimo lavoro. Inforna con cura la teglia nel forno già caldo, la signora Duvalier, e intanto pensa che anche questa volta il suo sarà un fantastico compleanno.

Su, signora Duvalier, è ora di tornare in camera. Dia la buona giornata la suo ospite e andiamo”.

 

Buona giornata un cazzo! Dipendesse da lui il commissario Radusson manderebbe a fare in culo in un sol colpo la vecchia, l'ispettore Verlain e il ministro Fontaine. Ogni volta che viene per interrogarla, la vecchia attacca come un disco rotto con la storiella del supermercato, e quesi due stronzi non vogliono proprio saperne di ficcarsi in testa che è perfettamente inutile insistere con quella sceneggiata, perché la vecchia ha il cervello fuso, e non sarà certo lui quello che riuscirà a farle sputare il rospo. Il giorno in cui l'aveva arrestata si era reso conto, nonostante i trent'anni di servizio, che al peggio poteva non esserci mai fine. Durante la perquisizione avevano trovato un congelatore pieno di parti umane sistemate ordinatamente. Nell'ordine, tre paia di braccia complete di mani, un paio di fegati, qualche metro di budella, un barattolo di gelato di crema di caffè contenente occhi spaiati e non e una testa, completa di tutto ma calva come una palla da bowling. Quando si era accorto del forno acceso lo aveva aperto e ci aveva trovato una teglia con dentro due avambracci senza mani contornati di patate che profumavano di noce moscata e pepe nero. Dalle indagini era saltato fuori che la vecchia, dieci anni prima, aveva fatto secco il marito tagliandoli la gola da un orecchio all'altro con un coltello da macellaio, poi gli aveva strappato via il cuore e se lo era mangiato con contorno, appunto, di patate. Da allora ogni dodici Novembre festeggiava la ricorrenza cenando con i pezzi del povero coglione di turno. Era talmente fuori di cervello che al processo, quando il giudice le aveva chiesto se avesse nulla da dichiarare, lei gli aveva a sua volta domandato se secondo il suo parere i polpacci arrosto fossero più buoni con contorno di patate dolci o normali. E come se tutta quella storia del cazzo non fosse stato già abbastanza, gli tocca venire periodicamente in manicomio ad interrogare la vecchia perché una delle vittime era un parente stretto del ministro, e quello s'è messo in testa di recuperare i resti per dargli degna sepoltura. L'ispettore Radusson accende l'ennesima sigaretta e mentre torna alla macchina pensa che se fosse cresciuto con la passione per la filatelia forse tutto sommato sarebbe stato meglio, porca puttana.

 

La signora Duvalier aveva sempre avuto problemi, a scegliere tra patate dolci e patate normali. Oggi invece si dirige con passo deciso verso le cassette della frutta e verdura e ne sceglie tre di un tipo e tre dell'altro. L'hanno scorso, tanto per provare, aveva contornato l'arrosto miscelandole con la cura e la perizia che si richiedono per la conduzione di un vero esperimento. Quando aveva tirato la teglia fuori dal forno e aveva assaggiato il primo boccone si era resa conto che mai aveva cucinato un arrosto così buono e saporito, e questo non poteva che dipendere da quella felice contaminazione di aromi. Sta imburrando la teglia, la signora Duvalier, e intanto pensa a Didier, il direttore del supermercato, stamattina, per la prima volta da quando va a far spesa in quel supermercato, e riuscita a non balbettare quando ha immaginato le grandi mani di lui che la accarezzavano, e così ha rastrellato tutto il suo coraggio e lo ha invitato a cena stasera per festeggiare insieme la giornata dell'arrosto. Ha deciso che avere una certa età non significa per forza rinunciare ai piccoli piaceri che la vita può offrire. Altrimenti, pensa la signora Duvalier, a cosa mi sarebbe servito rinascere? Soltanto a capire se usare le patate dolci o quelle normali per accompagnare l'arrosto?

 

Fine





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