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5 agosto 1573 alla prima dell'Aminta

“Signori, presto! Salperemo per l’isola Belvedere tra pochissimo! Non rallentate la fila, forza!... e lei, signorina con il cappello blu, venga avanti!”

“Oh? S-sì, arrivo!”

Quell’uomo tanto risoluto fu il primo che mi rivolse la parola in quella splendida giornata. Era il cinque di agosto e faceva molto caldo; per mesi avevo risparmiato i soldi necessari per comprare un bell’abito e il biglietto della prima de “L’Aminta”, opera del mio amatissimo Messer Torquato. L’avevo sempre apprezzato per il suo grande talento letterario e forse, mi accorsi in seguito, amavo rispecchiarmi nella sua timidezza e insicurezza. Certo, una timidezza diversa da quella di cui sono vittima io che, povera me, non riesco a rivolger parola ad un uomo senza che mi si ingarbugli la lingua e la mia mente non si inceppi inesorabilmente senza produrre alcuna frase d’interesse, nessun pensiero che si convenga ad una signorina come me per intrattenere un qualsiasi uomo e dilettarlo con affabili parole!

Dunque finalmente ero riuscita ad imbarcarmi; sfoggiavo il mio abito blu e il mio già citato cappello per proteggermi dal sole cocente. Il viaggio fu breve e feci giusto in tempo a darmi un’occhiata in giro e a sorprendermi nel constatare che su quell’imbarcazione non vi fosse nessuna personalità di spicco dell’alta società; nessuna dama con la servitù al suo seguito né uomo di grande fama. Ne compresi il motivo non appena attraccati alla rinomata isola Belvedere: accanto alla nostra imbarcazione attraccarono tante piccole barche, di gran lusso, da cui scendevano, con il portamento elegante e signorile, donne e uomini di corte dalle vesti sgargianti ricche di mille colori. Le donne portavano i capelli acconciati proprio come si conveniva alla nobiltà e tutte, con i loro begli abiti, apparivano come dee di indescrivibile bellezza.

Il mio abito blu e il mio ampio cappello, che prima, sull’imbarcazione, mi facevano sentire la più bella e ammirata, ora perdevano quello splendore e lucentezza; sembravano abiti grezzi e di scarsa qualità, ma d’altronde ero ben conscia del fatto che quell’abito fosse il meglio che potessi permettermi con il lavoro giù al forno di mio padre.

Persa nei miei pensieri mi sentii spinta sul fianco sinistro e stetti quasi per perdere l’equilibrio. Mi voltai furiosa ma dovetti desistere dal proferire alcunché: una donna meravigliosa dai capelli quasi d’oro mi guardò con indifferenza e subito capii che un uomo della sua corte mi aveva scostata bruscamente per permettere il passaggio della propria padrona.

La mattinata trascorse veloce. Assistetti di nascosto ai preparativi per la presentazione e, non vorrei sbagliarmi, mi parse addirittura di scorgere messer Torquato Tasso che intratteneva una gentil conversazione con una qualche dama.

“Oh, che fortunate quelle donne!” – mi accorsi di non aver solamente pensato ma anche pronunciato queste parole.

Lo squillo di una tromba richiamò l’attenzione della grande folla e un cicerone presentò l’opera con queste parole: “Signori e Signore, giungete tutti da lontano per assistere alla prima rappresentazione dell’inedita favola di Messer Torquato Tasso: sono certo che apprezzerete con sincero entusiasmo gli attori e l’incredibile trama. La famiglia d’Este spera che possiate gradire d’intrattenervi sull’isola Belvedere questa mattina!”

Terminata questa breve introduzione il cicerone si allontanò. E mentre il vociare tornava ad echeggiare tra le fronde e raggiungeva le onde che, indifferenti a ciò che accadeva sull’isola, lambivano incessantemente la costa, il mio cuore iniziò a battere con rinnovata foga e incredibile desiderio.

Dopo qualche tempo la rappresentazione ebbe inizio e tutti noi facemmo la conoscenza della bella Silvia, del povero Aminta e degli stravaganti Tirsi e Dafne.

La favola emozionava tutti i presenti e sembrava che non esistesse più nulla se non gli splendidi attori.

Non regnavano più differenze sociali fra gli spettatori, ma il silenzio, e solo i dialoghi degli attori risuonavano, come gocce d’acqua che inumidiscono la sabbia arsa del deserto e da cui tutti avidamente traggono piacere immenso dal sentirsi i prediletti nel poterne godere…

La semplicetta Silvia, pietosa del mio mal,  s’offrì di dar aita a la finta ferita, ahi lasso, e fece più cupa e più mortale la mia piaga verace, quando le labbra sue giunse a le labbra mie.”

All’udire questi versi, il mio cuore giovane ancora non avvezzo a ragionamenti d’amore si colmò di gioia, e io proruppi in un pianto silenzioso e felice.

Al termine della rappresentazione mi accorsi di non essere l’unica donna in lacrime e di certo ne fui sollevata! Messer Tasso sapeva conquistare con la sua poesia, e così aveva fatto, ancora una volta, con me!

Mi imbarcai nuovamente, per far ritorno al forno di mio padre, alla mia vita di sempre; e più mi allontanavo da quelle dame coi loro abiti favolosi, più il mio si liberava da quell’alone di malinconia che l’aveva avvolto sull’isola e riacquistava i suoi colori lucenti.





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