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LUCE

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Era una giornata piena di luce e mi ritrovavo a bordo di una Alfa Romeo  decapottabile anni trenta con un vestito di lino bianco sulla pelle e un cappello di paglia poggiato sul sedile passeggero. Guidavo adagio su strade assolate e silenziose con una leggera brezza che veniva dal mare in lontananza che intravedevo appena e un aria colma di serenità che mi circondava e mi seguiva e che faceva da cornice ad una giornata che sembrava perfetta. Mi ritrovavo su un percorso che non ricordavo di aver mai conosciuto.  Poi svoltavo per una stradina che mi portava a fendere la campagna fino ad arrivare ad uno spiazzo. Scendendo dallauto mi ritrovavo improvvisamente che mi aggiravo incuriosito tra tavoli  in quello che mi sembrava essere un banchetto. Tavoli imbanditi di ogni ben di Dio, carni soprattutto arrosti di ogni genere, primi piatti e risotti, i piatti degli arrosti guarniti con la frutta, ananas e ciliegie, tante, tantissime ciliegie sparse in tutti i tavoli e in tutti  i piatti, poi ancora coppe dargento colme di altra frutta, banane, uva, ananas  e tanta altra frutta esotica. Tanti tavoli sotto ombrelloni ecru per creare frescura sotto il sole cocente in una giornata  di infinita serenità. Ma mi accorgevo  molto presto che non cera nessuno. Mi aggiravo solo tra quei numerosi tavoli e non toccavo nulla,  non avvertivo assolutamente il bisogno di mangiare e, oltre al fatto di non avere fame, era come se aspettassi gli invitati, ma in realtà non arrivava nessuno. E mentre aspettavo a poco a poco avvertivo che cera una presenza, ma che non vedevo, non  appariva, ma sentivo che era vicina a me fin dalla prima volta che feci questo sogno ricorrente e dalla sensazione di serenità che accompagnava questo sogno fin dallinizio quando arrivavo in questo spazio verde fuori da un casolare, diventava un  forte senso di solitudine e frustrazione che con il tempo era divenuto man mano sempre più forte.

 

 

 

ROMA 1982

 

Era ormai un uomo che viveva da solo, essendo rimasto vedovo da più di sei anni di una donna molto più grande di lui, morta dopo una lunga malattia. Sposata appena finita la guerra quando tutto era ancora da ricostruire, il classico colpo di fulmine tra una signora agiata della buona borghesia romana e di un giovane sotto-ufficiale che nei pochi mesi di guerra aveva visto di tutto e nel periodo che si trovava a Roma rimase ferito e  ricoverato all’ospedale civile della capitale per più di un’ anno, nel “45”, ferito gravemente alla testa  dall’esplosione di una granata, e lì conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie nel Giugno del “47, lui aveva ventisette anni lei quasi quaranta, non ebbero figli e nel corso della loro vita coniugale affiorò sempre più netta la differenza di età che all’inizio della loro seppur bella storia d’amore  la passione aveva in qualche modo coperto. Colpa anche della seria ferita riportata in guerra, ricordava poco degli anni della sua giovinezza  giù in Sicilia. Lui figlio unico di una famiglia agiata, proprietaria terriera della provincia di Agrigento, l’unico in paese che si poteva permettere di avere una macchina, sul finire degli anni trenta, che girava scarrozzandosi i suoi amici nelle polverose stradine di campagna. I suoi genitori che avevano avuto in lui  l’unico figlio in età avanzata, erano anziani, suo padre fece di tutto per non farlo partire, aveva amici in alto loco, ma non fece il  conto con il fatto che lui stesso aveva fatto domanda e che quello era un periodo troppo caldo per non essere arruolato. Ad Aprile del “43 fu chiamato al fronte, aveva appena ventitre anni. Sua madre nel giro di un’ anno morì di crepacuore. Finita la guerra fu dato per disperso, dopo due anni di solitudine e sofferenze morì anche suo padre . Un suo cugino da parte di padre riuscì infine a rintracciarlo poco prima di sposarsi e gli comunicò i tristi eventi. Assorbito il duro colpo, diede a suo cugino l’ incarico di valutare tutti i beni che aveva e di fargli avere le carte del notaio che  le avrebbe firmate, non aveva intenzione di scendere giù, troppo dolore, non avrebbe resistito. Seppur a  tratti nel corso degli anni ritornavano offuscati dalla sua memoria ferita dei ricordi di gioventù, improvvisi come lampi di luce. La spensieratezza di quegli anni spazzati via dall’efferatezza della guerra. Conobbe Giulia in ospedale dove lei faceva l’infermiera volontaria, ricca e di animo nobile, che si innamorò subito di lui di quel ragazzone dai lineamenti arabi con occhi di smeraldo. 

Con quello che aveva intascato dalla vendita della casa dei suoi genitori e parte dei terreni, altri li aveva lasciati al cugino per pochi soldi, e  con l’aiuto della moglie benestante , aveva messo su un commercio di auto fin da subito dopo la guerra, la sua unica e vera passione, era molto esperto di automobili e approfittò di questa competenza  appena ripresosi dalle ferite, che nell’arco della sua esistenza continuavano a torturarlo con lancinanti dolori alla testa e problemi di memoria. Con il tempo mise su diversi auto saloni. Una vita piena di agiatezze,  di lusso, e tanti,  tanti viaggi, anche per compensare una sottile sensazione di solitudine che man mano si allargava dentro di lui a macchia d’olio, sconfinando nell’ambito del loro matrimonio nel corso degli anni in modo sempre più incipiente, dovuta dall’impossibilità di lei di avere figli. Ma dei tanti viaggi malgrado Giulia più volte gli chiese di andare a vedere il suo paese di nascita, non scese mai in Sicilia.

 

I suoi sessantadue anni erano portati orgogliosamente bene, sempre elegante anche con il caldo che già a metà Giugno si respirava in città, nella già calda mattinata romana si apprestava come ogni mattina ad andare ad aprire il suo salone d’auto, E’ l’ultimo giorno prima della consegna del  suo unico locale, gli altri li ha venduti a poco a poco, non potendo con l’avanzare dell’età ma soprattutto per  problemi di salute sempre più pressanti e non avendo una persona di fiducia continuare a far fronte a tutti gli impegni che richiedevano la sua presenza. Prima di arrivare al cancello della palazzina residenziale dove abitava, qualcosa di strano attirò la sua attenzione. Si soffermò  nella cassetta della posta,notò che dentro c’era una strana cartolina che recitava così: “Maria e Antonio  ti aspettano con  Rachele e il piccolo Michele al casolare del vecchio carrubo”  altro non era che la contrada del suo paese  La data dell’evento, che non era chiaro cosa fosse, era per l’ultimo sabato di Giugno, praticamente il prossimo e tra soli tre giorni, tre giorni per pensare a cosa fare. Il mittente assente, ma era chiaramente indirizzata a lui. La mise nella tasca della giacca e si avviò con la mente che vagava in uno spazio indefinito quasi  assente, inerpicandosi  tra antichi ricordi che riaffioravano e certezze conquistate con fatica e dolore. La sera al ritorno dal lavoro in solitudine l’ennesima cena frugale, con la consapevolezza della  consegna delle ultime chiavi del negozio che si apriva per lui  una nuova fase della sua vita. Pensieroso con la strana cartolina di invito tra le mani, cercò di  ripercorrere a fatica sforzandosi oltremodo, cosi come nel corso della sua esistenza, tornavano come dei flash dei lampi di luce che squarciavano la sua memoria  in quegli anni spensierati prima della guerra. Ritornavano alla mente fotogramma per fotogramma, sfuocate dalla sua precaria memoria, come in un vecchio super 8, tra i polveroni alzati dalla sua macchina comparivano i volti sfuocati degli  amici di cui non ricordava più neanche i nomi, volti indistinti tra risa e schiamazzi, la semplice festa di paese e poi situazioni  accadimenti, confusi e poco chiari. Una camera oscura la sua mente, come carta fotografica che molto lentamente stenta a  rilasciare impresse  le immagini dove ancora non gli apparivano chiare, erano ancora sfumate dal tempo trascorso colpa anche della granata che in guerra gli procurò dei grossi problemi alla testa, tanto da rimanere un anno ricoverato in ospedale 

 

Mancano  solo due giorni allo strano evento, che fare pensava

lasciare stare i ricordi, non aprire quella pagina, del resto gli unici che potevano farlo ritornare in paese erano i suoi genitori, ma la questione si era tristemente già risolta con la loro prematura morte, qualche cugino ma non dopo quasi quarant’anni piombare così all’improvviso  non ne valeva proprio la pena, allora chi erano Antonio e Maria? perché lo invitavano con Rachele e il piccolo Michele? Chi erano Rachele e Michele?  Pensò a qualche cugino o figlio di cugini che si era sposato, ma non aveva senso dopo quattro generazioni passate far conoscere un parente che aveva tagliato i ponti con tutto e tutti. Malgrado le forti perplessità e la vita che lo attendeva troppo diversa senza impegni di lavoro, era stata una decisione dura da prendere e non sapeva che vita lo attendeva, ma era ancora troppo presto per pensarci, qualcosa avrebbe comunque fatto, e poi amava troppo le sfide del resto con coraggio e decisione aveva costruito un impero a Roma, ricco e rispettato aveva fatto fortuna con merito e audacia.  Da moltissimi anni portava dentro di sé una sensazione di vita già vissuta, di posti che la memoria gli riportava a singhiozzi scuotendolo o alle volte inibendolo nelle varie decisioni che durante la vita gli si presentavano, come ad esempio, la decisione di lasciare il suo ultimo negozio, aveva tentennato tanto ma anche le ultime apparizioni di quello strano sogno gli aveva fatto prendere la sua ultima irremovibile decisione di lasciare. L’incognito lo attirava e voleva capire chi dopo tanto tempo lo cercava.  Si informò sui voli avrebbe preso il primo volo per Catania il giorno stesso dell’evento. 

 

A Catania aveva preso un’auto a nolo che lo aveva portato al suo paese di origine, decise di prenotare una camera in una piccola pensione per non farsi notare più di tanto. Nell’ avvicinarsi al paese si sforzò di ricordare e non si rese conto del cambiamento, era cresciuto con nuove costruzioni  che avevano rubato la terra dei suoi ricordi, malgrado ciò il nucleo centrale del paese era rimasto pressappoco  intatto. Prima di andare alla pensione, si fece accompagnare al cimitero. Era la primissima volta del resto. Chiese all’autista di pazientare un po’ che avrebbe fatto presto, ed entrò con passi pesanti. All’improvviso avvertì una sensazione di rimorso per tutti quegli  anni passati senza essere mai venuto a trovare i suoi, a mano a mano che cercava il posto dove fossero seppelliti sua madre e suo padre, si imbattè in diverse tombe e stranamente riconobbe alcuni volti, tra i quali diversi morti giovani  e dalle date di morte li aveva senza dubbio portati via quella maledetta guerra, e tra fiori appassiti e odore acre di acqua stantia tra siepi malandate e avvizziti oleandri bianchi e rosa, improvvisamente due tombe una accanto all’altra si affacciarono davanti ai suoi piedi. Sua madre e suo padre dentro due lastre di marmo grigio con un semplice epitaffio  a ricordare chi erano e a chi avevano riposto le speranze nel rivedere il loro unico figlio. Rimase li a osservare la scena davanti a se, non aveva portato fiori ma solo il suo cuore colmo di rimorso. Pianse di un pianto muto, come pioggia di maggio silenziosa e dolente. 

 

Rientrando a casa, gli venne incontro il padre con aria furibonda, fuori di se’, non si era mai arrabbiato tanto con lui come quella volta, e non tardò a dirgli il motivo.

 

“Tua madre si è sentita male per colpa di questa lettera”!  gli  disse urlandogli.  Era la lettera del  comando che gli ordinava di raggiungere Roma entro ventiquattro-treantasei ore. Aveva fatto domanda di arruolamento volontario senza dire nulla in casa, ma ne aveva perso le speranze e invece lo sorpresero.  Ora  Ricordava che quando parti l’indomani mattina all’alba sua madre era ancora a letto, non si era ancora ripresa, lo salutò con le lacrime agli occhi e con voce afona, e quella è l’ultima immagine che ha di lei.

 

 

La pensione si trovava appena fuori il piccolo centro,  sobria costruzione, piccola camera con un delizioso balconcino che dava sulla campagna sottostante. Decise di rimanere in camera per il primo pomeriggio, evitando di farsi vedere in giro, ed all’ombra della camera davanti a se scorse con lo sguardo in lontananza le stradine di campagna e con la memoria ritornarono incerti ma prepotenti  i ricordi di ragazzo. Tra nubi di polvere lasciate dalla scia della sua auto, si materializzavano figure di ragazzi che raccoglievano fichi d’india ai bordi delle strade,  il vecchio carrubo vicino al casolare dei contadini che badavano il terreno di suo padre, il granaio, l’antico pozzo, dove nascondevano le sigarette rubate a suo padre e fumate di nascosto, il maestoso fico dove ci si radunava  tra soli ragazzi per sparlare delle ragazze e prendersi in giro, il pagliaio riparo  temporaneo di improvvisi temporali estivi, e tutt’attorno il mare giallo a perdita d’occhio sconfinati campi di grano che arrivavano a lambire all’orizzonte la linea blu di quel mare per loro troppo lontano. Dopo un leggero pasto, chiese di un taxi per le sei del pomeriggio. Svegliatosi da un lungo ma tormentato riposo,  resosi difficile dal rumore insopportabile delle pale sul soffitto  e il frastornante canto delle cicale che a Roma dove abitava  non sentiva più da tanti anni, si fece accompagnare  fin dentro la campagna in quel luogo dove non aveva messo più piede e non pensava di ritornarci mai più. D’improvviso chiese al tassista di fermarsi in un punto  della campagna e decise di farla a piedi, sfidando la sua memoria, voleva vedere fin dove l’avrebbe portato quel suo taciuto sentire antico che aveva ancora dentro in un angolo ben nascosto della sua anima. Disse al tassista di ritornarlo a prendere al casolare del vecchio carrubo  non più tardi delle nove. Il sole era ancora raggiante ma i suoi raggi cominciavano a tagliare l’aria calda in senso obliquo filtrando tra i fogliami riflessi di luce abbagliante ad ogni passo sempre più radenti, come se quel bianco e nero quella fotografia sfocata senza volto per decenni, prendesse forma  e dimensione.

 

 

 

Ed eccolo sfrecciare a gran velocità con la sua alfa, come se fosse in ritardo per un appuntamento e con unaria tirata in volto. Arriva in fondo alla stradina, cè una bicicletta  fuori  appoggiata al muro del Granaio capisce che è già dentro che lo aspetta, ha perso tempo per quello che è successo a casa e non è più tranquillo. Ha nei suoi occhi limmagine di sua madre, ha perso lallegria  per quell appuntamento da tempo sognato.

 

 

Camminando camminando si ritrovò di fronte al casolare del vecchio carrubo. Una struttura antica del seicento che seppur ristrutturata aveva conservato le stesse caratteristiche originali,  posto ideale per matrimoni e battesimi. Fuori nel giardino ecco il carrubo al centro dello stesso, fatto proteggere da una struttura di ferro bassa, ma ancora lì, che fa i suoi sparuti frutti, e tutt’intorno i tavoli.  Nel vedere i  tavoli  un brivido gli percorse la schiena. Erano imbanditi di ogni ben di Dio, gli stessi del sogno ricorrente di una vita, e come nel sogno non c’era nessuno. Si aggira tra di essi sgranando gli occhi, quegli arrosti così perfetti come nel sogno e la frutta a guarnire le carni, tanta frutta, coppe d’argento rimbombanti di colori forti e sgargianti , ma come nel sogno, un forte senso di solitudine cominciò a prendere il sopravvento, come se si trovasse nel posto sbagliato, un’ intruso nella vita degli altri, come un ladro penetrato notte tempo in casa di sconosciuti per razziarla. E non toccava nulla, anche ora che erano davanti ai suoi occhi, non aveva fame. E mentre si aggirava ancora stupito,  improvvisamente si ritrovò faccia a  faccia con una donna. 

 

“Ciao Michele”    gli disse subito appena si voltò, nell’attimo che i suoi occhi lo inchiodarono al suo passato, lui riconobbe quel suo sguardo languido, quello sguardo in continuo movimento come il  mare, che in lontananza da ragazzi  vedevano all’orizzonte come un miraggio. Quello sguardo di seta nera come il mare di notte.     

 

 “Anna” 

 

il suo nome uscì dalla bocca come un rivelazione.  E nella sua camera oscura l’acquea ondulazione gli rivelò l’ immagine. La fotografia  ora era chiara davanti ai suoi occhi.

 

 La corsa della sua Alfa si fermò con una brusca frenata proprio davanti al Granaio. Lingresso <semi aperto colpito dagli ultimi raggi di sole dava al luogo un aspetto che sembrava non appartenere alla realtà. Prima di perdersi in unaltra dimensione, aspettò prima di scendere e ripercorse per un attimo quello che era successo a casa, non tanto per il rimprovero di suo padre, ma le condizioni di sua madre che non aveva mai visto in quella situazione lo preoccupavano e fu forse proprio in quellistante che decise di non dire nulla ad Anna.

 

 “Ricordi il posto?”   

 

Si guardò intorno come se quei luoghi fossero sempre stati dentro di lui.  

 

“Lì in fondo c’è il Granaio” 

 

 Guardandolo si rivide inghiottito da quel portone.

 

 

“ Ti ricordi come mi chiamavi?”  

dopo un’ attimo di pausa, dove avvertiva che tutto stava ritornando dentro di se, dove tutto stava per tornare alla luce:

 

“ Cirasa”.  Le tue gote sembravano due ciliegie succose, e d’altronde è sempre lo stesso”

 

“Troppo buono” 

 

“ Dimmi,  come stai? come è andata a te?” 

 

Dopo un leggero respiro Anna rispose.

 

 “E’ andata. In fondo la vita è stata benevola con me.  Mi sono dovuta da fare e molto ma eccomi qui. Il casolare è mio, mi sto chiedendo ancora come mai un tuo cugino me l’ha venduto per pochi soldi” 

 

 E tu a Roma?” 

 

 “ Come facevi a sapere che ero a Roma” 

 

“Sapevo”  

 

“Ricordi la mia passione per le auto? Bene l’ho sfruttata e sono  diventato un grosso commerciante. Mi sono sposato e ora da circa sei anni sono vedovo. Lei era molto più grande di me.” 

 

Disse con tono dimesso.

 

“Si lo so, so tutto.”  

 

“come fai a sapere tutto?”

 

chiese ora fortemente stupito.  Dopo una breve pausa Anna, con voce catartica, gli raccontò, tacendogli il vero motivo.  Venuta a conoscenza da un suo cugino che faceva il militare vicino Roma, che si trovava lì a metà degli anni cinquanta ma non gli  disse che si era sposato.  Arrivò a Roma piena di speranza, ma quando lo vide con quella donna, capii  che era troppo tardi, che il destino per lei si era ormai compiuto e ritornò mestamente al suo paese e alla sua vita. La guardava con occhi pieni di ammirazione e nello stesso tempo di compassione, cosa che a lei non sfuggì. Distolsero gli sguardi per un attimo in un silenzio carico di cose incompiute, di vita non condivisa, di evanescente sentimento.

 

 

 

Entrò nel Granaio. Era lì che lo aspettava già da più di mezzora. Lei colse la sua preoccupazione,  era stranito, altrove, non aveva il solito sguardo limpido e luminoso, ma non disse nulla, del resto per tanto tempo aveva atteso quel momento, si erano piaciuti subito lei veniva da un altro paese i suoi erano dei poveri braccianti e lavoravano per suo padre. Anna era una bella mora dagli occhi neri e dallo sguardo languido, sempre in movimento e lui, quel pomeriggio dove rimaneva ormai poco tempo prima che facessero ritorno i genitori di Anna, si lasciò trascinare dal quel moto ondoso.  I suoi occhi erano due fiammelle accese di desiderio, ma dentro tremava di paura, sentiva il sangue scorrergli a flotti sotto la sua  pelle ambrata, e il cielo della sera che stava  già pericolosamente calando, era un mantello di seta che si sarebbe posato sopra i loro corpi giovani e nudi. 

 

 

“Ti sarai chiesto per chi è questo banchetto?”

gli disse distogliendosi dal suo sguardo magnetico di quando era ragazzo.

 

“E da qualche giorno che cerco di capire”

 

“Entra, entra pure e guarda lì in fondo alla sala” 

 

 In fondo alla sala stava seduta una donna con in braccio un neonato con accanto una bambina di circa sei anni e un uomo. A mano a mano che si avvicinava, non riconobbe nel suo volto somiglianze che lo riportavano in qualche modo ad Anna, ma quando gli fu  abbastanza vicino, aveva grandi occhi verdi e lo stesso sguardo languido di Anna . Anna  seguendolo da vicino vide il suo sguardo indagatore e gli disse con tono incrinato dall’emozione:

 

“E’ tua figlia”.  E quello che tiene in braccio è Michele, si chiama come te l’ha voluto lei la bambina accanto è Rachele. Sono i tuoi nipoti.”  

 

Rimase immobile ad osservare la scena. La donna che allattava  al seno accanto un uomo, una famiglia arrivata ora alla terza  generazione, senza mai averla vissuta, lui che aveva avuto una vita agiata tanti soldi  macchine di lusso, viaggi, ma povera di quel sentimento che, finita la passione  che li aveva travolti, si esaurì, come il sogno di avere figli. Era evidente il suo imbarazzo. La fotografia ora era nitida. Eccola  rivelarsi con tutta la sua luce dalla soluzione magica. Quel bianco e nero  trasformatosi in colore  carico di passione vissuta in un tempo troppo breve che la guerra aveva rimosso dalla sua memoria.

 

Ora capiva il significato di quel sogno ricorrente, quei tavoli pieni di prelibatezze e lui che si aggirava tra i di essi  ma non mangiava, solo senza nessuno, un banchetto con un solo invitato, lui, ma non aveva fame e tutta quella frutta e soprattutto ciliegie erano i suoi occhi che da lontano bramavano il suo ritorno, o più semplicemente  erano lacrime di passione dissanguatasi velocemente già il giorno dopo quando dovette partire per il fronte. Si ritrovò con la sala colma di gente, brusii e rumori di stoviglie a farlo ritornare ad un presente che mai avrebbe potuto immaginare fino a pochi giorni prima.  Guardava ora Anna il suo volto oramai  segnato dal tempo ma sempre con lo stesso  sguardo liquido, in eterno movimento, lo sguardo di seta nera come il mare di notte e quel sorriso luminoso come i cieli di Giugno della loro giovinezza. Si aggirarono tra i tavoli a buffet , prese due ciliegie unite dallo stesso picciolo e glieli porse sul palmo della sua mano     “Queste mi ricordano il tuo viso che per tanti anni inconsciamente ho cercato, perdonami, ti ho taciuto il fatto che mi avevano chiamato al fronte quel giorno stesso, non volevo rovinare quel momento magico che stavamo vivendo, ma mi rendo conto ora che avrei dovuto”.

 

 

Non si resero conto del tempo che era passato. Un imbrunire di pensieri lo colse con ancora le sue mani sul suo giovane seno. Quel corpo nudo  del color del melograno. Lei provò ad indagare i suoi occhi ma si perse dentro il suo sguardo magnetico,  uno sguardo senza fondo, infinito, come infiniti sembravano quei momenti che troppo presto si dissolsero alle prime luci dellalba.

 

 

Gli raccontò brevemente il sogno ricorrente di tanti anni.

Anna rimase stupita da tanta similitudine con la realtà.

 

Anna pensò che era arrivato il momento di dirgli come erano andate le cose. Maria era nata nel Gennaio del “44 , e gli disse che soltanto da poco tempo aveva fatto pace con lei, che per tanti anni non gli perdonò il fatto che gli aveva taciuto che suo padre fosse vivo, gli disse una bugia quando per la prima volta gli chiese di suo padre, facendogli credere che era morto in guerra era troppo delusa dalla vita e trovò più facile dire una bugia, ma non aveva fatto i conti con il fatto che la vita con il tempo ti restituisce, in altri modi, ciò che prima ti ha tolto, e qualche anno addietro preferì liberarsi di quel fardello.

 

“Poco dopo nata Rachele ho sentito forte questa necessità di dirglielo. Lei ovviamente la prese malissimo. Naturalmente gli sconvolsi la vita  che per lei non era più la stessa. Era da quasi sei anni che non mi parlava più, mi odiava, e la capivo perfettamente, ho frapposto lei i miei nipoti e suo padre con i mie rancori, per tanti anni più di trenta gli avevo taciuto che suo padre era ancora vivo, e che per giunta non sapeva di avere una figlia. Ovviamente il colpo è stato duro da digerire, ma alla fine dopo un laborioso percorso interno sicuramente difficile ha deciso di conoscerti ed invitarti al banchetto e come vedi gli ha dato il tuo nome. Quindi sono io a chiederti perdono per non averti detto che avevi una figlia e che avevi tutto il diritto di conoscerla ed amarla.”

“Io ti ho perdonato  da molto tempo, non c’è nulla da fare per il passato, chi ha rubato il nostro futuro ha già pagato il suo debito, non è colpa tua. Ora puoi riprenderti se vuoi, quello che la guerra ti ha tolto, ti chiedo solo di non farti sfuggire questa opportunità di riunirti con ciò che non hai mai potuto convivere” 

 

 

Dopo aver guardato intensamente sua figlia che rideva con amici seduta ad un tavolo, prima di andarle incontro ed abbracciarla, pensò che sarebbe stato un pazzo senza anima se se ne fosse andato, e se le conseguenze della guerra gli avevano  cancellato parte della memoria,  il suo cuore ha seguito le tracce di un’antica passione che ancora vive negli occhi di chi ha amato senza saperlo.

 

Avvertì la stessa sensazione di serenità di quel sogno, la stessa luce, riempiendo la sua anima e svanendo definitivamente la sensazione di solitudine che lo seguiva da una vita intera.

 

“ Fuori c’è un taxi che ti aspetta”   

 

 “ È il passato che torna a prendermi, digli pure che può andare via senza di me”

 

 

 

Autore: MONTEVERDI MAURO





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