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La morte di Anita Garibaldi

Tutto inizia a Roma, dove Garibaldi è accorso per difendere la Repubblica nata l’8 febbraio 1849. A fine giugno la città si arrende e il 2 luglio, il generale con quattromila volontari, parte verso la costa Adriatica e Venezia, una delle ultime città italiane che resiste all'assedio degli austriaci. Con lui ci sono padre Ugo Bassi e la moglie Anita, incinta per la quinta volta, che lo ha raggiunto a Roma il 26 giugno.

Anna Maria Ribeiro da Silva, è questo il nome di Anita, è una donna coraggiosa, una donna-guerriero. Nel 1962 Indro Montanelli e Marco Nozza tracciano un ritratto di Anita, una donna che “nelle battaglie, salutava alzando la mano incurante delle granate che la sfioravano, ma se non vedeva più il suo José perdeva la testa”. Era una moglie gelosissima che voleva al fianco un marito normale ma che dovette rassegnarsi perché, come scrive spregiudicatamente Luciano Bianciardi nel suo Antistoria del Risorgimento recentemente ristampato, Garibaldi “era uno di quegli uomini con le formiche dentro i pantaloni, che senza far niente non ci sanno stare”.

Fuggito da Roma, Garibaldi raggiunge Collescipoli, paese a 4 KM Da Terni, ed esattamente l’abitazione di tale Froscianti – che sarà uno dei Mille. Qui si sente al sicuro anche perché la sua base di partenza per Roma era la “Gabelletta di Terni”, situata all’ingresso dell città, sulla via Flaminia, mentre il paese di Collescipoli resta più a sud.

Il nome “gabelletta” deriva da “gabella”. Che era una tassa che tutti i comuni versavano al Papa per le merci che transitavano. Nulla da meravigliarsi: IGE e DAZIO, abolite nel 1973, erano le gabelle moderne: se tu trasportavi una merce da Roma a Terni e viceversa, per ogni comune attraversato pagavi dazio. Naturalmente lo versavi tutto al comune di arrivo che poi ridistribuiva agli altri. Le Gabellette erano gestite tutte dai marchigiani, che erano i “gabellieri del Papa”. Da qui il detto: meglio un morto in casa che un marchigiano dietro la porta! Perché se un marchigiano bussava alla porta era per esigere un pagamento. 

Torniamo a Garibaldi. Che commette qui una stronzata: dovendo ripartire coi suoi uomini, invita i contadini a dargli delle vivande che pagherà regolarmente – dice lui – e che gli stessi depistassero gli inseguitori. 
Intanto a Terni lo raggiunge il Colonnello Forbes con dei volontari. I contadini portano le derrate alimentari e Garibaldi consegna una busta coi soldi a Froscianti il quale doveva provvedere a ridistribuirli. Ma quanto uno è carogna, carogna lo è sempre. Aperta la busta, Froscianti non trova la carta moneta a corso legale, ma la cartamoneta della inesistente Repubblica Romana: pezzi di carta buoni per il fuoco! E Froscianti per poco non ci lascia le penne, perché volevano linciarlo credendolo complice del mariuolo. Ed il dubbio c’è perché lui si arruola nei Mille e…gatta ci cova.
I contadini non depistano gli inseguitori ma – per vendetta – li aiutano. 
I fuggitivi arrivano ad Orvieto e qui Forbes lascia Garibaldi accusandolo di giocare con la pelle dei soldati.

Il 31 luglio Garibaldi giunge con 2.500 uomini ai piedi delle mura di San Marino e chiede ospitalità al capitano reggente Belzoppi. La notte stessa, con 250 uomini e Anita, fugge dalla rocca per continuare la marcia verso il mare. La sera del primo agosto, i fuggitivi sono a Cesenatico dove requisiscono 13 bragozzi - le grosse barche da pesca usate nell'Adriatico - coi quali raggiungere Venezia. Qui Garibaldi ritrova il fedelissimo Giovanni Battista Culiolo, detto Leggero.

Il 2 agosto, alle 6,30 del mattino, la piccola flotta salpa da Cesenatico. Anita è divorata dalla febbre. Nel pomeriggio, tra Porto Garibaldi e la Punta di Goro, le barche vengono intercettate da quattro navi austriache che cominciano a bombardarle. Il cannoneggiamento dura tutta la notte e all'alba del 3 agosto 8 bragozzi vengono catturati dagli austriaci. La barca su cui viaggiavano Garibaldi, Anita, Leggero e padre Ugo Bassi approda alla spiaggia di Magnavacca (a 7 km dall’odierno Porto Garibaldi). Il nostro, presa in braccio Anita, scende nell’acqua bassa e, raggiunta la terraferma, ordina ai suoi compagni di disperdersi. Con lui resta solo Leggero. Sulla spiaggia c'è un povero comacchiese in cerca di legna che guida i naufraghi in un rifugio di canne, il capanno Cavalieri (oggi presso il Lido delle Nazioni).

Da Comacchio intanto, Gioacchino Bonnet, patriota mazziniano, corre in aiuto dei superstiti. Giunto al capanno, Bonnet conduce Garibaldi e i suoi compagni fino ai margini di Valle Isola, alla casa del Podere Zanetto, dove Anita è soccorsa dalla padrona di casa, Teresa De Carli Patrignani. Bonnet ritorna a Comacchio per organizzare la “trafila”, la fuga di Garibaldi non più verso Venezia ma verso sud, verso Ravenna e l'Appennino. Unica via di salvezza sono le Valli di Comacchio nelle quali gli austriaci non osano avventurarsi.

Garibaldi non conosce il territorio e deve quindi affidarsi alla generosa catena formata da patrioti e vallanti dai curiosi soprannomi: “Sgiorz”, “Scozzola”, Michele Cavallari detto “Gerusalemme”, il “Tetavac”, “Erma Bianca”, “Bunazza”, Lorenzo Faggioli detto “Nason” e Gaetano Montanari detto “Sumaren”. A sera giunge la barca: Anita viene adagiata su un materasso apprestato sul fondo.

A mezzanotte Garibaldi, Anita e Leggero giungono al Casone di Valle detto della Lanterna, che a quel tempo sorgeva accanto alla chiesa di S. Maria in Aula Regia e al Loggiato dei Cappuccini a Comacchio. La fuga prosegue fino alla Tabarra Agosta dove vengono cambiati imbarcazioni e battellieri. Alle 8 del mattino del 4 agosto, la “trafila” riprende.
Il caldo è opprimente, e occorrono 5 ore per attraversare le Valli. Quando alle 13 i nostri giungono alla Chiavica Bedoni, sulla sponda sinistra del Reno, Anita è ormai agonizzante. 

Bisogna raggiungere con un carretto la fattoria Guiccioli a Mandriole, primo anello di congiunzione della “trafila” comacchiese con quella romagnola predisposto da Bonnet.
La fattoria è a meno di 3 km, ma i fuggitivi impiegano più di un'ora e mezzo per coprire quel tratto di strada. Giunti a Mandriole, trovano ad attenderli il dottor Nannini, medico condotto di S. Alberto, e Stefano Ravaglia, il fattore di Guiccioli.
Alle 19,45 del 4 agosto del 1849: a 29 anni Anita spirava nella fattoria di Mandriole chiamata oggi la “casa rossa”.

Garibaldi resta per meno di un'ora accanto al corpo della moglie. Le pattuglie austriache si avvicinano. Ed è a questo punto che il dramma si tinge di “giallo”. I Ravaglia nascondono il corpo di Anita seppellendolo nella sabbia alle Motte della Pastorara, a circa 800 metri dalla casa, dove rimane fino al 10 agosto quando una ragazzina di 14 anni, Pasqua Dal Pozzo, vede affiorare una mano dal terreno. Le autorità pontificie riesumano il corpo. Arrivano le guardie, dissotterrano la salma e richiedono un’ autopsia, del cui risultato viene redatto un regolare verbale in cui si afferma che la morte della donna.
è avvenuta per strangolamento

quello che segue è il testo del rapporto stilato dal Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli, e consegnato a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, il 12 agosto 1849:

"Eccellenza Reverendissima, mi reco a premuroso dovere rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Reverendissima sul reperimento d’ ignoto cadavere. Venerdì scorso 10 corrente da alcuni ragazzetti in certe lande di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal Porto di Primaro, e di circa 11 miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana. 
Presso la ricevuta notizia accedette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio, che erano stati divorati da animali, e dalla putrefazione.
Fatta levare la sabbia, che vi era, per l'altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa (1,65 cm) dell’apparente età di 30 in 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro piuttosto lunghi, così detti alla Puritana. 
Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. 
Ne alcuna altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari della mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. 
Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di circa sei mesi. 
Era vestita di camicia di cambrik (tela di cotone) bianco, di sottana simile, di sournous (un corto mantellino) egualmente di cambrik, fondo paonazzo,fiorato di bianco. 
Scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie, tuttoché forate. 
Li piedi mostravano di essere di persona piuttosto civile, e non di campagna, perché non callosi nelle piante. 
La massa delle persone accorse da Mandriole, da Primaro, da Sant ‘Alberto e altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale. 
Ne si credette trasportarlo in più pubblico luogo per lo ricognizione, atteso il gran fetore per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute. 
Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza.
Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima. 
Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all'Eccellenza Vostra Reverendissima alla opportunità l'analogo risultato" 
[Fonte: Ivàn Boris e Mino Milani, op.cit., pagg. 156- I 57]

Dopo l'autopsia, il corpo venne sepolto nudo, avvolto in una stuoia di canne, nel piccolo cimitero delle Mandriole, 1’11 agosto 1849.

I fratelli Ravaglia vengono arrestati con l'accusa di omicidio. Movente? Avrebbero ucciso Anita per impossessarsi del “tesoro di Garibaldi”: ne sanno qualcosa i contadini di Terni.
I Ravaglia vengono scagionati e allora chi ha ucciso Anita Ribeiro?
[Fonte: SRS di Gilberto Oneto]

 

 





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