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Economia politica

Cos’è l’Economia Politica? E’ la materia che studia il funzionamento di un sistema economico.
Questa è la definizione classica, poi – con l’andar del tempo - è stato aggiunto “moderno di tipo "occidentale". Io rifiuto questa aggiunta o, meglio, rifiuto quell’occidentale perché mi sa discriminante nei confronti di economie più povere o di quelle tribali, che pure hanno una loro logica. Ma i moderni guru del pensiero economico, che nelle Università “occidentali” fanno il bello e cattivo tempo, tengono a far valere le loro idee, che non necessariamente sono quelle giuste. Anzi, il più delle volte sono sbagliate. Ma se sbagliano tutti – o quasi – è come non sbagliasse nessuno! No, anzi chi sbaglia è la minoranza che non si omologa al pensiero di lor signori. E per spiegare quell’Occidentale, tutti ormai – o quasi tutti – adottano la formula Stond che recita: Di tipo occidentale “perché il modello preso in considerazione è quello capitalistico della libera iniziativa produttiva e della proprietà privata dei mezzi di produzione, in contrapposizione al modello di tipo “collettivista”, caratterizzato dalla proprietà statale degli stessi mezzi. Anzi, attualmente questo criterio distintivo tra le due filosofie economiche è superato. Si parla più correttamente di economie con centri di decisione decentralizzati, per riferirsi ai paesi capitalistici, e di economie con una scelta centralizzata, per identificare i paesi socialisti. ”Ma torniamo al concetto di Economia Politica e scusate lo sfogo.
Cos’è un sistema economico? È un insieme di persone ed Istituzioni che fanno parte di una collettività – più o meno grande – che può essere uno Stato, o una città o anche un quartiere, all’interno del quale si manifestano azioni economiche. Ovvero c’è chi avvia una attività commerciale, chi industriale, chi agricola, altri artigianale o di servizi. Ed è appunto del funzionamento di questi apparati che si occupa l’Economia Politica. E di spiegarli a chi deve controllare quegli apparati, ovvero la classe dirigente. Diciamo allora che l’Economia Politica è il primo vagito di uno Stato liberale e democratico.
Queste collettività, ad esempio uno Stato, possono anche essere un agglomerato di più Stati (vedi gli USA o L’Europa di oggi) hanno come impegno quello di soddisfare i bisogni dei cittadini, che possono essere soddisfatti con beni prodotti e/o con beni introdotti.
I beni che soddisfano i bisogni sono necessariamente “limitati”, mentre i “bisogni” sono illimitati! Cosa vuol dire? Che quello che l’uomo produce è “limitato”, ovvero non infinito. Illimitati invece sono i bisogni. Esempio: ci sarà sempre necessità di pane ma non è garantita una produzione illimitata di pane, da oggi all’infinito. Ci sono poi i beni illimitati, ma che non dipendono dalla funzionalità dell’uomo. Come, ad esempio, l’aria che respiriamo! E per questa contrapposizione tra bisogni illimitati e scarsità di beni, ha senso lo studio dell’economia politica.
Questa contrapposizione viene accentuata dalla diversità di fruizione di un bene. Esempio: il gelato che mangiano i nostri figli è molto più di quello che mangiano i bambini del continente africano! E così è per tutti i bisogni primari e non. Cosa voglio dire? Una cosa semplicissima: il 30 percento della popolazione mondiale consuma il 70 percento dei beni prodotti! Il restante 30 percento di beni prodotti è consumato dal restante 70 percento di popolazione! Una aberrazione! Cui è compito – o meglio, dovrebbe essere compito – della politica rimediare. Politica che se ne frega, perché troppo impegnata a far valere le proprie ragioni nel proprio orticello.
Ed allora parlano di globalizzazione, ma di globalizzato c’è solo la povertà! E meglio non sono i no-global, che nei fatti sono i primi fruitori della globalizzazione e, anzi, sono i primi ad alimentarla. Perché se è vero che vanno in piazza a fare casino, a distruggere tutto ciò che richiama alle multinazionali, dopo sono gli stessi che entrano da McDonald’s, bevono Coca cola, comprano i CD della Sony, fumano Marlboro e col bancomat di papà o con la carta di credito di mammà, vanno a prelevare i soldi presso quelle banche cui hanno distrutto le vetrate! Questi sono i no-global!!
Ma parlavamo dei bisogni della popolazione. Come abbiamo visto questi bisogni, illimitati, sono soddisfatti da beni limitati. Ed allora v’è necessità di produzione, di allocazione, di gestione e di qualità.
Ovvero: cosa produrre, quanto produrre, come produrre e per chi produrre.

A questo punto una precisazione è doverosa. L’economia politica si divide in due grandi filoni, a seconda dell’ottica con cui viene analizzata l’ottima ed efficiente allocazione delle risorse di cui abbiamo detto:
• microeconomia
• macroeconomia


La microeconomia studia le scelte dei singoli operatori economici nei singoli mercati (p.es. nel mercato del pesce, nel mercato televisivo, dell’acciaio, ecc...), arrivando ad individuare delle modalità secondo le quali il mercato reagisce e si muove.

La macroeconomia
 fa la stessa cosa ma a livello di aggregati economici, cioè considerando il sistema economico come un unico grande mercato, risultante dalla sommatoria di tutti i mercati che ne fanno parte. Pertanto, le grandezze economiche prese in considerazione sono le quantità aggregate del sistema, quali la produzione complessiva del paese, il livello generale dei prezzi, il tasso di inflazione, di disoccupazione, ecc...

Mentre la macroeconomia può essere approcciata da diverse teorie economiche (da quella neoclassica, la quale riteneva che per raggiungere l’efficienza economica basta lasciar fare al mercato, senza nessun intervento di politica economica da parte dello Stato, alla teoria della domanda e offerta globale, passando per Keynes ed i nuovi macroeconomisti classici), la microeconomia può esser vista solamente sotto due aspetti:

quello dell’equilibrio economico generale (metodo della “scuola di Losanna”), dove si tiene conto, nella ricerca dell’equilibrio di mercato, dei riflessi che la minima variazione di una qualsiasi grandezza può causare. Si ottiene quindi un equilibrio generale che considera tutti i cambiamenti di tutte le variabili che entrano in gioco. E’ il metodo sicuramente più esatto, visto che ormai viviamo in un villaggio globale, dove qualsiasi avvenimento produce reazioni e contro-reazioni in tutto il mondo, ma è anche un metodo che alla fine si riduce allo studio di un modello puramente matematico. Esso è composto da un numero elevato di equazioni e disequazioni, che fanno però perdere di vista i concetti fondamentali dell’economia, cioè la domanda e l’offerta di un bene;

 

 quello dell’equilibrio economico parziale di Alfred Marshall (metodo della “scuola di Cambridge”), dove lo studio dell’equilibrio di mercato è portato avanti tenendo ferme tutte le variabili che non c’entrano con quel mercato (cosiddetta regola del coeteris paribus: “a parità di altre condizioni”). E’ sicuramente il metodo meno verosimile, perché in realtà le altre condizioni (che per opportunità si tengono costanti) non sono affatto fisse, ma è un metodo che permette di comprendere meglio le regole fondamentali che determinano l’equilibrio di prezzo (P) e quantità prodotta (Q) in un mercato qualsiasi.

Quest’ultimo metodo (dell’equilibrio economico parziale) è quello che utilizzeremo per capire come si arriva all’equilibrio microeconomico di un mercato.

 

 

Riprendiamo adesso il discorso sulla illimitatezza dei bisogni e sulla scarsità delle risorse disponibili. Esso impone delle scelte di produzione e da origine al problema economico dell’efficiente allocazione delle risorse.

Ipotizziamo che un sistema economico produca solamente due beni (bene A e bene B). Dato che la quantità di risorse, necessaria per la produzione di questi due beni, è limitata, il sistema può infatti decidere di produrre solo il bene B, oppure produrre solo il bene A. Oppure può, più intelligentemente, produrre entrambi i beni e in questo caso la combinazione possibile di produzione di una certa quantità di A e di una certa quantità di B, date le risorse disponibili, sarà un semplicissimo (A+B). Quest’ultima identifica tutte le combinazioni possibili di produzione in cui le risorse a disposizione sono completamente sfruttate, cioè quelle combinazioni produttive dei due beni. 

Questa semplice raffigurazione del sistema, ci permette di fare le seguenti importanti considerazioni:

anche se è possibile optare per una produzione combinata del bene A e del bene B, questa scelta sarebbe sicuramente inefficiente. Infatti, una produzione siffatta determinerebbe uno spreco di risorse (cioè una situazione non di pieno impiego delle risorse), perché si potrebbe aumentare la produzione del bene A senza dover rinunciare, in termini di diminuzione della quantità prodotta, al bene B e viceversa. Anzi, sarebbe possibile aumentare la quantità prodotta di entrambi i beni e dunque soddisfare maggiormente i bisogni della collettività


inoltre, è possibile trarre un’altra osservazione: ogni scelta che si effettua comporta sempre un sacrificio in termini di minor quantità prodotta di un bene. Se si decide di produrre più quantità del bene A si dovrà necessariamente rinunciare ad una certa quantità del bene B e viceversa. La limitatezza delle risorse impone sempre un trade-off, cioè un’alternativa, tra la decisione di produrre un bene piuttosto che altri e questo determina in ogni caso dei costi-opportunità;

abbiamo detto che l’economia politica trae origine proprio dal fatto che la scarsità delle materie prime impone delle scelte produttive, scelte che sono appunto oggetto di studio della nostra materia. In particolare, se è pacifico che l’allocazione ottimale delle risorse debba situarsi sulla frontiera di produzione, perché solo le combinazioni ivi ubicate sono efficienti, non è chiaro quale dei tanti punti che si trovano sulla frontiera è il più ottimale, in grado cioè di realizzare meglio l’efficiente allocazione delle risorse disponibili. E’ in questo momento che interviene l’economia, la quale individua, con le sue regole ed i suoi meccanismi, la scelta di produzione più efficiente tra tutte quelle possibili;


per concludere un’ultima osservazione. Un sistema economico non può e non deve accontentarsi di raggiungere la sua frontiera di produzione, ma deve cercare di spostare questa frontiera il più possibile verso l’esterno. Ciò allo scopo di aumentare la produzione di tutti i beni e quindi accontentare il maggior numero di componenti della collettività, soddisfacendo meglio i loro crescenti bisogni.

 

 

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Ho accennato alla Scuola di Cambridge commentando un intervento di Voodoo. Ora entreremo nello specifico e il metodo di studio che utilizzeremo in microeconomia sarà quello dell’equilibrio economico parziale, sviluppato dall’economista Alfred Marshall esponente della “scuola di Cambridge”. E’ opportuno ricordare che il presupposto di questo metodo è la costanza di tutti i parametri al di fuori di quelli del mercato studiato. In particolare, la teoria del prezzo di mercato determina il prezzo (P) e la quantità (Q) di equilibrio di un mercato, a parità di tutte le altre condizioni, cioè tenendo ferme tutte quelle grandezze economiche che non siano il prezzo e la quantità scambiata di quel mercato (quindi P e Q di altri mercati, ma anche i salari dello stesso mercato, il tasso di interesse, di disoccupazione, ecc...).

E’ questa una premessa che non va mai dimenticata.

La teoria del prezzo considera la domanda dei consumatori come una curva decrescente posta su un grafico i cui valori sono il prezzo (P) e la quantità (Q).

Questo significa che la domanda di un determinato bene, qualunque esso sia, è una funzione inversa del prezzo alla quantità Q= f(P). In altre parole la condizione che è alla base del ragionamento è che la quantità domandata diminuisce all’aumentare del prezzo e aumenta al diminuire del prezzo.

Il ragionamento che porta ad una domanda inclinata negativamente è abbastanza intuitivo: è infatti verosimile ritenere che i consumatori riducano la quantità domandata di un certo bene se il suo prezzo aumenta, mentre sono portati a domandarne di più se il prezzo si riduce. 

Purtroppo però, in economia il ragionamento che porta ad una determinata conclusione non può limitarsi ad essere intuitivo e quindi andiamo a vedere qual è la teoria economica che “sta sotto” alla curva di domanda e ne giustifica l’andamento decrescente.

Quanto ho detto a proposito della domanda lo posso ripetere per l’offerta da parte delle imprese di un certo prodotto, qualunque esso sia.


Qui però notiamo che l’andamento dell’offerta è crescente, perché esprime una relazione diretta tra la quantità offerta dai produttori ed il prezzo del bene. Più aumenta il P e più i venditori sono incentivati ad aumentare la quantità offerta sul mercato e viceversa. Anche questo è un ragionamento abbastanza intuitivo, perché il produttore che vede salire il P del suo bene è stimolato ad offrirne di più sul mercato, per aumentare il suo guadagno e viceversa in caso di diminuzione del P.

A questo punto per giungere alla situazione di equilibrio del mercato è sufficiente mettere insieme le 2 domande e offerte. Ma prima definiamo il concetto di equilibrio di un mercato qualsiasi. 

Secondo questa teoria della domanda e dell’offerta, un mercato è in equilibrio quando si determinano un P ed una Q scambiata che siano stabili, cioè destinati a perdurare nel tempo. Ogni altro valore, non di equilibrio, di queste 2 variabili (P e Q) comporta un’instabilità del sistema, perché le forze di mercato spingeranno sempre P e Q verso i valori di equilibrio. 

Vediamo ora in concreto come si forma l’equilibrio di mercato.

Se il prezzo fosse più alto di quello di equilibrio, per es. P1, ci sarebbe nel mercato un eccesso di offerta, pari alla differenza tra Q2’ e Q1’, corrispondente alla distanza tra B e A. In questa situazione si accumulerebbero le scorte di magazzino a causa della merce invenduta, costringendo i venditori ad ordinare (o produrre) minor quantità di quel bene, per mancanza di domanda da parte dei consumatori. La restrizione della quantità offerta, accompagnata dal minor prezzo a cui gli offerenti sarebbero disposti a vendere pur di eliminare le giacenze di magazzino, spingono il mercato verso un prezzo più basso e precisamente verso il prezzo di equilibrio P*.

Il discorso è analogo, ma speculare, nel caso in cui il mercato avesse un prezzo più basso di quello di equilibrio, per es. P2. Nel caso prospettato ci sarebbe un eccesso di domanda, pari alla distanza tra Q2 e Q1. Al prezzo P2 una parte dei consumatori non avrebbe la possibilità di acquistare il bene e vi dovrebbe rinunciare, per cui questi consumatori, pur di avere il bene che domandano, sono disposti a spendere un po’ di più. L’eccesso di domanda porta quindi a spinte al rialzo del prezzo, causate dalla mancata soddisfazione di alcuni consumatori. I venditori assecondano questi consumatori accompagnando l’aumento del prezzo con una maggiore offerta. Tutto ciò porta il mercato ad aumentare il prezzo, fino a raggiungere quello di equilibrio P*.

In ambedue i casi, le tendenze del mercato si arrestano quando si raggiunge il punto d’intersezione tra domanda e offerta.

La microeconomia potrebbe finire qui, perché una volta spiegato il funzionamento di questi strumenti di domanda e offerta si ha la conoscenza necessaria per comprendere le forze che agiscono in un mercato qualsiasi. Tuttavia quello che non abbiamo approfondito è il ragionamento economico che c’è dietro le funzioni di domanda e offerta.

Prossimamente analizzeremo le teorie che spiegano e giustificano la costruzione e l’andamento di domanda e offerta, sia per il mercato dei beni, sia per il mercato dei fattori produttivi.
Vedremo la domanda dei beni di consumo, analizzeremo la corrispondente curva di offerta, rispettivamente nei mercati perfettamente concorrenziali ed in quelli con forme diverse dalla concorrenza perfetta (monopolio, oligopolio e concorrenza monopolistica).

Prima di chiudere questo paragrafo faccio un accenno alla difficoltà che, in microeconomia, incontrano gli studenti. Essi spesso, studiando i grafici, confondono gli spostamenti del mercato “sulle curve”, con gli spostamenti “delle curve” di domanda e offerta. Il trucco per non cadere in tale confusione è il seguente:
• quando le variazioni riguardano i valori degli assi, cioè, generalmente, prezzo (P) e quantità (Q), allora ci spostiamo “sulle curve” di domanda e offerta.
• quando le variazioni riguardano altre grandezze economiche (il salario, il tasso di disoccupazione, il prezzo di altri mercati, le quantità domandate o offerte di altri mercati, il tasso d’inflazione, i gusti dei consumatori, ecc.), diverse dal P e dalla Q di quel mercato, allora c’è lo spostamento (traslazione) “delle curve” di domanda e offerta. 
In particolare, la domanda si sposta verso l’alto e a destra quando cresce (perché a parità di P la quantità domandata è maggiore) e verso il basso e a sinistra quando diminuisce. L’offerta si sposta verso il basso e a destra quando cresce (perché a parità di P la quantità offerta è maggiore) e verso l’alto e a sinistra quando diminuisce.

 





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