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Quella strana voglia

1-IL VOLO

Stavi volando che strano.
Sembrava un sogno ma era così reale così vivido, sentivi l’aria che ti sollevava i capelli.
No non era un sogno, stavi volando e tutto il mondo si avvicinava e diventava sempre più grande.
Ma allora è questo che si prova quando si muore?
La sensazione di vuoto, un lungo brivido, la paura dell’ignoto e poi il nulla?
Già il nulla, perché adesso non vedi proprio nulla.
Chissà dove ti trovi, cerchi di aprire gli occhi ma non ci riesci, non riesci nemmeno a muoverti o a parlare.
A dire il vero non riesci neanche a ricordare niente a parte il volo.
Ma se sei morto come mai riesci a pensare?
Forse sei nell’anticamera della morte in attesa di Caronte o di qualcuno che ti traghetti in qualche altro posto che non sia questo.
Perché in questo posto non succede nulla.
Non ti sorge il dubbio di trovarti all’interno di una bara e non riesci più a uscirne, come hai letto in qualche racconto dell’orrore?
Ma no, non riesci a muovere nemmeno un mignolo, mentre quei disperati, con le loro unghie grattavano dall’interno il coperchio in legno della bara.
Lo hai saputo dagli addetti del cimitero, che a volte quando riaprono le bare, vedono quei segni orribili.
No, non sei morto e se ti sforzi riesci pure a sentire delle voci, come ovattate.
Sembra quasi che quelle voci ti parlino.
Uno sforzo ulteriore e riesci anche a socchiudere gli occhi, dai che ci riesci.
Quelle voci ti danno la forza per farlo, anche se uno spiraglio piccolissimo, una piccola lama di luce ti ferisce gli occhi.
Finalmente un’ombra in controluce, ma ancora non ti toglie il dubbio di essere già morto.
Potrebbe essere un angelo.
Magari è un angelo, perché si sta avvicinando e viene a sussurrarti qualcosa. Non ha le ali e cammina in punta di piedi per non disturbarti o per non farsi sentire da qualcuno.
Ma hai capito bene cosa ha detto?
Una frase che all’improvviso ti apre la mente e ti provoca una vera alluvione di ricordi:
“Ciao larva umana!”


2-IL RICORDO

Un afoso sabato mattina di agosto si appiccica pigramente sulla pelle di Emidio Limondi che come ogni fine settimana, resta volentieri spalmato sul materasso fino a quando il sole accecante non gli impone di alzarsi.
La sua camera si affaccia sul quartiere di Monticelli, una zona periferica assai popolosa di Ascoli Piceno.
Ha fatto le ore piccole con i suoi amici a far casino cantando e ballando nei pub e nei karaoke della costa adriatica e il risveglio è problematico.
Nemmeno la pressione continua e dolorosa alla vescica lo convince ad alzarsi, la birra scolata poche ore prima non ne vuole sapere di rimanere al chiuso.
E’ già sudato, ci saranno 30 gradi nella sua camera ed ha anche una gran sete e la bocca impastata.
La sveglia dello stereo si accende con una compilation di mp3, diffondendo “Creep” dei Radiohead, quasi a descrivere la faccia di Emidio in stato comatoso.

Porca puttana sono le 9 passate, e fra pochi minuti citofonerà Claudio, se perdi il treno sei morto!

Suo cugino Claudio lo deve accompagnare alla stazione di San Benedetto.
Ha un appuntamento molto importante a Firenze con Walter, un suo ex collega universitario di Pisa e recarsi insieme dal notaio per avviare un’attività di consulenza informatica.
Ha faticato non poco per convincere il padre Alessio, un ingegnere elettrotecnico dirigente dell’Enel, a farsi prestare un bel mucchietto di euro per finanziare la neo società.
Sarebbe stato socio con Walter al 50 per cento di un piccolo gioiellino dell’informatica che aveva già in mente da tempo.
I locali li avrebbero affittati vicino al centro di Firenze e lì si sarebbero installati dopo il costoso acquisto dei computer per la progettazione, dei server, della mobilia, e dei software per gli ambienti di programmazione.
Di Walter si fida ciecamente. Avevano studiato a Pisa, fra una passeggiata e l’altra a Piazza dei Miracoli in cerca di turiste attorno alla torre.
Walter aveva sprecato i primi 3 anni di università, facendo una vita da dandy e dicendo alla famiglia di aver passato un esame ogni due o tre mesi.
Il vitellone si era ritrovato con nessun esame ancora dato, mentre suo padre, un danaroso possidente cardiopatico, pensava che si stesse quasi per laureare!
“Qua bisogna che cambio vita”, diceva pensieroso Walter a Emidio, sorseggiando un calice di Morellino di Scansano abbracciato a una prosperosa olandese, “Altrimenti se viene a sapere come passo le giornate, mio padre tira le cuoia”.
Alternando periodi di studio a piccole parentesi avventurose con turiste curiose, si laureò tre anni dopo la laurea di Emidio.
Walter la laurea la festeggiò due anni prima della tesi, visto che la sua famiglia sapeva che aveva già finito gli esami, per cui ebbe in anticipo un sostanzioso regalo di laurea da parte di suo padre che gli voleva far aprire subito un’attività informatica.
“Walter, ancora non ho capito come hai fatto a non sputtanarti subito tutti i soldi che ti ha dato tuo padre”, gli disse Emidio ammirato una sera davanti a una teglia di melanzane alla parmigiana appena sfornata dal dandy che era anche un ottimo cuoco.
“Perché aspetto te per fare questa società di software che ci darà un mucchio di quattrini, non l’hai capito?” scherzò Walter, strizzando l’occhio alla svedesina a tavola, che era la copia della sorella minore della Silvsted.
Alla bionda scandinava che con aria da oca giuliva gli domandava “Vad pratar du om?”, Walter divertito sussurrava come fosse una frase d’amore, con l’aria da marpione italiano:
“Gretel, adesso cominciamo a fare delle applicazioni per Android a pagamento collaborando con grosse società, poi faremo il porting sull’Iphone e Ipad e ci faremo pagare a peso d’oro i servizi in abbonamento e l’assistenza”.
L’ ingenua Gretel gli sorrideva con aria sognante, pensando a chissà quale frase romantica gli fosse stata detta da quel rubacuori di un italiano, mentre Emidio sorrideva, pensando a quante turiste avesse infinocchiato Walter con la sua aria da sciupafemmine mediterraneo.
Walter aveva una rete di conoscenze che li avrebbe certamente facilitati, almeno all’inizio, per accedere come collaboratori in grosse società.

Emidio aveva dovuto convincere suo padre Alessio a farsi “prestare” quei 100 mila euro, necessari per partire con una società con i controcoglioni, sia per i locali, sia per le macchine, i software e un paio di programmatori a progetto.
All’ingegner Alessio Limondi non andava giù che suo figlio Emidio si impelagasse in una società con quel debosciato di Walter.
Avrebbe voluto farlo entrare come collaboratore esterno all’Enel per poi farlo assumere e fargli fare una ricca carriera in quel limbo parastatale che conosceva bene.
Già a suo tempo, era stato deluso quando Emidio non volle studiare da ingegnere elettronico o meglio ancora elettrotecnico come lui.
Da ingegnere per giunta figlio di un dirigente, la carriera all’Enel sarebbe stata molto facilitata.
“Gli informatici al giorno d’oggi, sono gli operai del 2000”,
diceva spesso seccamente ai suoi collaboratori, con quel tono che non ammetteva repliche.
L’ingegner Limondi era molto stimato e rispettato e da quando aveva perso la moglie anni prima, era diventato ancora più temuto dai suoi sottoposti.
Da qualche mese però il suo carattere si era leggermente addolcito.
Aveva conosciuto la procace Marina Stella, una italo brasiliana un po’ troppo in carne, che faceva la cassiera di banca alla Carisap, proprio in una delle filiali dove Limondi padre andava spesso a curare i suoi conti.
Gliela aveva presentata Antonio Grossi, il giovane e muscoloso vice direttore della piccola filiale di periferia dopo una riunione nel suo ufficio.
Antonio sosteneva che non aveva mai avuto un’impiegata così in gamba e che lei avrebbe potuto fare carriera e diventare funzionaria in pochi anni.
Magari aiutata abbondantemente da Antonio stesso che non nascondeva il suo interesse verso quella specie procace del gentil sesso.
All’ingegner Limondi, Marina Stella piacque da subito, con il suo carattere aperto e giocoso, con il suo sorriso perennemente stampato su un viso da bimba cresciuta.
Faceva anche discrete gaffe al lavoro e anche per questo risultava molto simpatica.
L’ingegnere seppe da Antonio Grossi alcune delle chicche per cui Marina era famosa fra i colleghi.
Notevole quella volta che si presentarono in banca due persone, lei più anziana con un giovane a fianco, che volevano usufruire di un’assicurazione legata al conto corrente.
“Se assicura anche suo figlio, la nostra banca può farle un bello sconto signora”, propose in tono professionale Marina ai clienti.
“Ma lui è mio marito”, rispose sdegnata la signora, guardando il suo giovane compagno.
Senza battere ciglio e continuando il suo discorso come niente fosse Marina continuò, “Lo sconto è valido anche per un parente!”
I colleghi si piegavano in due ridendo sommessamente, conoscendo la flemma di Marina nel risolvere le situazioni più incresciose nelle quali amava cacciarsi inconsapevolmente.
Ci fu quella volta che ricevette una telefonata in viva voce da un tizio che gli spiegava con uno strano accento che avrebbe voluto aprire un conto corrente.
“Allora, per prima cosa dovrebbe mandarci il permesso di soggiorno e un documento di residenza”, disse gentilmente Marina.
“Mma io sssono sssardddo!!!”, ribatté leggermente incazzato il tizio.
“Allora il permesso non serve”, rispose imperturbabile Marina fra le matte risate dei colleghi.

Si faceva notare quando camminava per strada, era un donnone alto, una Valeria Marini mora con più ciccia nelle curve.
Era proprio la donna ideale di Alessio Limondi che la invitò subito alla prima di molte cene nei suoi ristoranti preferiti.
Lei gli raccontò che anche il suo capo Antonio Grossi le faceva il filo ed era la sua cocchetta prediletta nella filiale dove lavorava.
Ma il dottor Grossi era sposato e da semplice vice direttore di una piccola filiale, non aveva tutti i soldi e le case che l’ingegner Limondi aveva accumulato nella sua fortunata carriera.
Pur avendo l’età del padre di Marina ed essendo vedovo, Alessio Limondi ebbe la meglio sulla scelta della cassiera rispetto al più aitante ma squattrinato Antonio Grossi.
Ed ora facevano coppia fissa nei locali di classe della città e della costa, per la gioia di un ringiovanito e rinvigorito ingegner Limondi, fiero di mostrare a tutti la sua bella bambolotta carioca.
Il carattere solare di Marina accattivava le simpatie di tutti, anche se le malelingue, numerose in una cittadina di provincia e chiusa come Ascoli, guardandoli passeggiare in Piazza del Popolo o seduti al caffè Meletti, dicevano che la storia non sarebbe durata a lungo.
Marina Stella andava anche abbastanza d’accordo col figlio di Alessio Limondi, Emidio anche se ultimamente avevano avuto qualche piccolo screzio su come investire parte del patrimonio del padre Alessio.
Marina diceva di avere un cugino intrallazzatore in Brasile che campava di import-export di pietre preziose e lei avrebbe voluto partecipare alla società con una consistente quota.
Per Emidio era una faccenda poco chiara e c’era il pericolo di perderci anche molti soldi e faceva di tutto per dissuadere il padre, le cui decisioni erano ovviamente annebbiate dalle abbondanti curve di Marina.
Ultimamente era quasi riuscito a convincerlo, dopo aver discusso anche con lei e un po’ gli dispiaceva perché la compagna di suo padre era molto simpatica, ma si sa che le donne bellone non vanno molto d’accordo con gli affari.

Invece di impegnare tutti quei soldi per quella stronzata  delle pietre preziose, perché papà non partecipa in modo più consistente nella nostra attività che potrebbe decollare?

A questo pensa ancora Emidio mezzo rincoglionito dal sonno quella mattina di agosto, quando si avvia verso la porta della camera per andare subito in bagno.
Ma tirando giù la maniglia c’è qualcosa di strano…
La porta non si apre!
Prova ancora freneticamente ma alla fine si rende conto di essere il protagonista passivo di una realtà grottesca.
Si ritrova chiuso a chiave nella sua camera!
In un lampo si rammenta che il giorno prima erano stati lì i nipotini di Marina che avevano dormito nella stanza degli ospiti.
Quelle piccole pesti si saranno divertite a chiuderlo a chiave nella sua camera, la mattina presto!
Un brivido gli corre lungo la schiena quando Emidio si ricorda che i nipotini dovevano partire per una vacanza di due settimane insieme a suo padre e Marina.

Porca puttana, adesso non solo hai la vescica gonfia ma hai anche la prospettiva agghiacciante di rimanere chiuso in camera tua per giorni. Ti ritroveranno mummificato!

“Fra poco arriva Claudio”, esclama Emidio con sollievo!

Bravo il fesso, ma Claudio non ha mica le chiavi di casa. Adesso citofona e non rispondendo nessuno ti manderà a quel paese andandosene, pensando che gli hai rifilato la fregatura!

“Calmo, devi rimanere calmo”, mormora Emidio mentre pensa alle varie possibilità, da bravo informatico.

Ma come hai fatto a non pensarci prima! Che rimbambito che sei, siamo nel 2012 esistono i telefonini, fesso.

Prende il cellulare e come nei peggiori film di serie B, si accorge che è completamente scarico, lo aveva già scaricato la notte prima, per mettersi d’accordo con i suoi compagni di bevute…
La sua vescica ha raggiunto le dieci atmosfere e Emidio comincia veramente a preoccuparsi.
Lo stereo diffonde la splendida Introduzione di YS dei Balletto di Bronzo e Emidio si sorprende a pensare che è la colonna sonora più adatta in quella situazione cupa e assurda.

Va bene, nei film funziona sempre, vediamo se adesso riesci anche tu ad aprire la porta.

Sopra il cassettone ha un bel cacciavite grande di quelli a croce che usa per aprire il suo amato computer e montare e togliere schede video e hard disk.
Si inginocchia, guarda nel buco e come immaginava, la chiave è proprio lì ancora nella toppa dall’altra parte della porta, le piccole pesti non si sono nemmeno preoccupati di toglierla, bene!

Allora… pensa con calma… pensa bene agli input del problema, porta chiusa, chiave, toppa, cacciavite… Cosa ti manca?

L’algoritmo da trovare è più semplice di quello che immaginava.

Che genio che sei! Basta un semplice foglio di carta, lo passi sotto la porta, direttamente sotto la toppa, poi col cacciavite delicatamente fai cadere la chiave sul foglio e il gioco è fatto.

Un po’ scettico Emidio infila un foglio A4 sotto la porta e col cacciavite comincia a muovere delicatamente la chiave dal buco che incredibilmente cade proprio sopra il foglio senza rotolare via.
Detto fatto! Più semplice del previsto, allora i film non raccontano sempre cazzate!
“Non cantare vittoria adesso”, esclama Emidio a voce alta come posseduto, “manca solo un dettaglio”.
Il foglio di carta con la chiave sopra non passa ovviamente sotto la porta, infatti Emidio prova lentamente a tirarlo verso sé ma sente il rintocco della chiave che sbatte sulla porta.
Si abbassa e vede chiaramente in controluce la chiave che non riesce a passare per pochi millimetri sotto la fessura della porta.
Ma adesso l’algoritmo nella sua testa gli suggerisce che basta usare di nuovo il cacciavite per alzare di quel poco la porta per far passare la chiave e per fregare quelle pesti dei nipoti della bambolona.
Emidio usa il cacciavite per far leva sul pavimento e alzare la porta che si solleva leggermente sui cardini…
Sente un colpo e poi un rumore di metallo che striscia sul pavimento accompagnato da un tintinnio.
“Ma cosa cazz…?!”, esclama sorpreso.
Capisce disperatamente che la legge di Murphy è sempre in agguato tra gli sfigati dopo che nel corridoio, al di là della porta arriva uno “gnao” giocoso del felino.
Si ricorda che quella sciagura di Caterina è rimasta a casa, non è cucciola ma è ancora una gatta giocherellona e dispettosa…
In casa la gatta si annoia e a volte si inventa qualcosa con cui passare il tempo.
Non le sarà parso vero di vedere un oggetto metallico muoversi da solo…
Vincendo la sua pigrizia, con uno scatto felino dà una zampata a quel buffo coso metallico che tintinna sul pavimento, poi si ferma ad ascoltare al di là della porta un possente “Nooooo” lamentoso che sembra provenire dalla bocca del suo padrone Emidio.

Grazie miciona! E adesso sei proprio nei guai, sfigato!

Gemendo Emidio, si rende conto di essere in trappola nella sua camera, vescica gonfia, sete immensa, temperatura che a mezzogiorno si alzerà a 40 gradi e nessuno che gli aprirà per chissà quanto tempo…
Prova allora a forzare la porta ma è di quelle pesanti, mica come quelle di carta velina dei telefilm americani.
Un ronzio del campanello lo scuote, ma non è quello della porta, è quello più metallico del citofono che suona insistentemente.

Cazzo è Claudio che ti aspetta sotto e adesso penserà che stai ancora dormendo!

Emidio si precipita alla finestra e grida “Claudiooo,  Claudiooooo”, ma già sa che non può sentirlo.
La finestra del quinto piano si affaccia sul retro del palazzo e davanti c’è una via molto trafficata e rumorosa.
“Che situazione grottesca!”, esclama Emidio con rabbia.

Se esci di qua ricordati di mettere il guttalax nei cheeseburger di quelle 2 pesti.

Affacciandosi dalla finestra Emidio si accorge di un movimento in un balcone del palazzo a fianco al suo a una trentina di metri di distanza.
C’è una donna, Anna, la casalinga maggiorata del palazzo a fianco che sta stendendo i panni!
“Santa donna, non sono andati tutti al mare oggi”, urla di gioia Emidio come se avesse vinto un superenalotto.

Sì ma adesso come la convinci, cosa le dici per rassicurarla che non sei un mezzo pazzo? Mica capita tutti i giorni che qualcuno ti chiami dal balcone per farti aprire una porta chiusa a chiave nel tuo appartamento…

“Ma chissenefrega”, si dice Emidio mentre la chiama a squarciagola: “Signoraaaa, signoraaaaaaaaaa!!!”
La casalinga all’inizio pare non accorgersi di nulla e continua a stendere i panni, poi comincia a guardarsi intorno sempre più incuriosita.
“Quassù signoraaaaa, guardi in altoooo verso la sua destraaaaa”.
Il balcone della casalinga è al terzo piano e il palazzo si trova a sinistra della finestra di Emidio che si affanna come un invasato per farsi notare da quella popputa della vicina di casa.
Finalmente la donna alza lo sguardo dalla parte giusta e gli grida “Cosa c’è?!”
Il tono di voce della donna è un po’ allarmato e Emidio se ne accorge.

Che fesso che sei, ti affacci a petto nudo e le urli contro.
Tutte le mattine pazzoidi seminudi sbraitano dai balconi verso le casalinghe, no?

Conosce la donna solo per averla incrociata qualche volta al supermercato del quartiere, tutta scollacciata e con vestitini corti ma non ha mai avuto il coraggio di scambiarci quattro chiacchiere.
Quindi per la donna, Emidio è uno sconosciuto vicino di casa che ora la sta chiamando per qualche oscura ragione.
A dire il vero Emidio conosce “di fama” Anna la tettona, tramite due suoi amici che hanno avuto uno o più incontri ravvicinati del primo tipo con lei…

Giulio e Rino, due compagni della squadra di calcio di quartiere nella quale militano con Emidio, avevano da sempre il mito della casalinga porca.
Dicevano che la maggior parte delle casalinghe che si aggiravano scosciate per la Conad, nel primo pomeriggio avevano un forte bisogno di affetto.
Quel tipo di coccole che provoca il prurito sopra la fronte dei loro ignari maritini.
Hanno raccontato a Emidio che da giorni si avventuravano per le corsie della grossa Conad di Monticelli, in cerca della casalinga disperata.
Dopo una serie di infruttuosi appostamenti, un pomeriggio fortunato Giulio sussurrò a Rino:
“Auà quanta roba! Non ti pare la Ferilli quella là?”
Rino si voltò e vide una mora tutta curve, con un vestitino a fiori attillato e tacco dieci, che stava prendendo un grosso fustino di Dixan da terra.
“Ellamadonna, tutta salute! Hai ragione, è quasi meglio della Ferilli”, recitò Rino, quasi ringraziando il destino.
“Andiamola ad aiutare dai”, fece Giulio, il più intraprendente dei due.
La donna stava effettivamente avendo un’ernia nello sforzo di issare il grosso fustino sul carrello.
“Signora la posso aiutare?”, cinguettò Giulio, mentre Rino a bocca aperta quasi divenne strabico, fissando ipnotizzato la generosa porzione di due meloni ballonzolanti e dall’aria consistente.
“Oh grazie! Due baldi giovani che arrivano al momento giusto”, rispose con voce roca Anna.
“Dai Rino sveglia!”, lo scosse Giulio mentre afferrava il fustino con una mano sola e lo sistemava nel carrello senza sforzo apparente.
“Ma non hai visto che bocce di marmo?! Ultraquarantenne ma ancora in piena forma”, sussurrò Rino con entusiasmo.
“Già, secondo me questa è in cerca di guai… Ho notato lo sguardo famelico quando ci ha visti”, bisbigliò Giulio.
“Io sono Giulio e lui è il mio amico Rino”.
“Ss-ssalve”, balbettò Rino.
“Piacere, mi chiamo Anna e di solito non mi faccio aiutare a fare la spesa come molte pensionate di questo supermarket”.
“Eheheh ma certo che non è pensionata, scommetto che fa un lavoro da dirigente”, ribatté Giulio, sbirciandole la scollatura.
“Magari! Mio marito fa il camionista e sta sempre fuori casa e a me tocca fare la casalinga e anche i lavori di casa che spetterebbero all’uomo”, occhieggiò Anna ammirando la guizzante muscolatura da trentenne palestrato di Giulio.
“Bè, se ha qualche problema di tubature a casa sua non si ponga problemi signora, è il suo giorno fortunato, faccio l’idraulico a tempo perso”.
Rino lo guardò con aria stupita e ammirata, sapendo che Giulio di idraulica non ci capiva proprio un tubo e faceva l’imbianchino quando aveva bisogno di soldi.
“Davvero? Ed io che pensavo che gli idraulici fossero una specie in via di estinzione! Di idraulici c’è sempre bisogno”, scherzò Anna avviandosi verso le casse.
“Questo è il mio cellulare”, disse subito Giulio, prendendo la palla al balzo e porgendole un bigliettino che aveva pronto in tasca.
“Nel caso in cui abbia un rubinetto che perde o un lavandino intasato mi chiami pure a qualsiasi ora”.
“Grazie mille ragazzi”, rispose Anna civettuola lasciandoli con un palmo di naso.
Rino la guardò estasiato mentre ancheggiava verso le casse e ritrovando l’uso della parola esplose verso Giulio “E ci ha pure un gran bel culo ‘sta zoccola! Hai visto che balconi rivestiti da fiori? Giulio vacci piano che questa è una mantide religiosa.”
“Vabbè Rino ma potresti farmi anche da spalla mentre stiamo in azione no? Sei stato tutto il tempo con un’aria da ebete a guardarle le tette! Ti mancava solo il filo di bavetta all’angolo della bocca e mi sembravi Bossi in un comizio a Pontedilegno, cazzo!”
“Sei stato un grande, Giulio. Quella cazzata dell’idraulico ti è uscita proprio spontanea. A proposito, se ti chiama per ripararle un tubo come cacchio te la cavi?”
“Sta tranquillo Rino, se la maggiorata mi chiama è per sistemarle qualche altra cosa!”, sghignazzò Giulio, dando una pacca a Rino.
“Comunque il marito camionista lo conosco di vista, è Rocco Cesari, un ex pugile violento e anche molto geloso”, fece Rino con timore.
“Certo certo, tutti molto gelosi i cornutoni e sono sempre convinti che la propria donna sia una santarellina!”, rispose Giulio sfregandosi le mani.

In una delle loro serate al pub raccontarono a Emidio tutta la storia ed anche il seguito.
Giulio qualche giorno dopo fu chiamato dalla signora che aveva bisogno di una riparazione allo scaldabagno.
Ovviamente Giulio si precipitò nel suo appartamento non  riuscendo a ripararle un tubo, ma la signora lo volle ringraziare ugualmente fornendogli un panorama completo della sua biancheria intima e una visita veloce in camera da letto, dove la poverina dormiva da sola da una settimana, visto che il maritino Rocco era in viaggio verso la Germania.
Dopo qualche altra visita e altrettante riparazioni, Giulio in uno slancio di altruismo (ma anche perché la signora si stava appiccicando un po’ troppo all’aitante imbianchino che fra l’altro è anche fidanzato), fece andare Rino al suo posto.
Rino ovviamente si assicurò che Rocco, il camionista fosse fuori dall’Italia.
Poi si presentò da lei un po’ intimidito e balbettante ma la casalinga, da gran signora quale è, lo accolse in casa e lo mise velocemente a proprio agio, prendendo subito l’iniziativa e fagocitandolo senza resistenze.
Giulio raccontò a Emidio che Rino continuava ad andare almeno una volta a settimana a trovare Anna la maggiorata, anche se era terrorizzato e non voleva farlo sapere a nessuno.
Qui a Monticelli è come un paesotto e ci vuole poco a combinare una frittata e far giungere alle orecchie dell’ignaro tapino, che ha ottenuto un altro paio di corna nella sua vasta collezione decennale!

Tutti questi pensieri si sono accavallati nella mente di Emidio mentre mezzo nudo si sbraccia e urla per farsi sentire dalla generosa casalinga.

Magari questa pensa che sei un maniaco sessuale e la stai chiamando solo per attirarla in chissà quale trappola, mannaggia alla sfiga!

Ma proprio mentre sta pensando di cambiare tattica, la casalinga gli urla:
“Non sento bene, adesso scendo sotto”.

Hai capito Anna la tettona, come è intraprendente? Altro che maniaco, questa è più curiosa di Caterina. Quasi quasi ti fai aprire la porta e poi le offri un aperitivo in cambio.

Mentre dallo stereo i Nerkias contribuiscono a rallegrare Emidio intonando “L’asculà”, la vede camminare con la sua andatura da rovina famiglie verso il suo palazzo.
Alla fine si mette proprio sotto la finestra di Emidio e gli grida “Cosa stavi dicendo?”.
“Lo so che pare strano, ma sono rimasto chiuso a chiave nella mia camera. Se per piacere sale al quinto piano e apre la porta dell’appartamento Limondi con la chiave che ora le lancio, mi farebbe un gran favore”.
“Va bene!”, risponde lei, provocando una smorfia di ammirazione mista a stupore in Emidio.

Vabbè che sei imbranato con le donne quasi come Rino, ma non avresti mai pensato di inventarti una scemenza simile per far salire nella tua camera una bella e procace casalinga!
Sta a vedere che questa ti ha visto con Giulio e Rino e sta pensando di completare il trio…

Emidio prende un paio di calzini dal cassettone e li avvolge intorno alle chiavi di casa e del portone, poi li lancia dalla finestra senza che queste rotolino chissà in quale tombino.

Mai mettere limiti alla sfiga!
E’ fatta, fra pochi minuti esci, le prepari un prosecco di Passerina freddo per ringraziarla.
Vi sgranocchiate qualche oliva fritta preparata dalla nonna con tutti i sacri crismi della ricetta doc con tre tipi di carne stufata e macinata.
La passerina con l’oliva fritta è la morte sua.
Basta che la passerona non sia la morte tua con quel Rocco che sta per diventare ancora più cornuto!
Metti su una bella suite strumentale dei Camel oppure un Bobo Rondelli che ti prepara l’atmosfera.
A proposito di atmosfere, qua se non liberi la vescica entro pochi minuti, scoppi!

Nell’attesa comincia a vestirsi, non vorrà mica accogliere la popputa in boxer nella sua camera.
Giulio lo avrebbe fatto sicuramente ma Emidio è meno sfrontato del suo amico.
Tutto eccitato dall’imminente apparizione della Ferilli picena a un passo dal suo letto, Emidio prende dall’armadio boxer, jeans e maglietta puliti e riordina alla meglio la sua camera che sembra essere sopravvissuta a un tornado.
Una bella deodorata alle ascelle sudate, visto che non può fare la doccia, gli sembra un’idea pratica e vincente.

“Si puòòòò?”, annuncia la più bella e squillante voce che Emidio ha mai sentito a casa sua, dopo che Anna ha aperto la porta del suo appartamento.
“Certo! Entri pure, io sono chiuso qua nella camera, esca dalla sala e venga nel corridoio”, le urla gentilmente.
La sente col suo tacco dieci che arriva dietro la porta della camera.
“Quei teppisti dei miei nipoti mi hanno chiuso dentro stamane”, si giustifica Emidio, sapendo che la situazione è anomala.
Lei gli fa con voce flautata “Ma qui non c’è nessuna chiave…”.
Il tono di voce è quello della svampita, allegra per essere stata accalappiata con un metodo così originale.
“E’ successo che ho cercato di prendere la chiave ma Caterina me l’ha trascinata non so dove per terra”, risponde Emidio accorgendosi che sta facendo sempre più la figura dell’idiota.
“La sua fidanzata è gelosa e lo ha chiuso in camera?”, ribatte divertita la Ferillona.
“Ma no, che scemo che sono! Caterina è la mia gatta che con una zampata ha fatto saltare la chiave lontano da qui”
“Allora la cerco qui sotto”, dice miss abbondanza, accucciandosi e cercando la chiave in ginocchio nel corridoio.

E dalle uno sguardo a quelle cosce no? Giulio e Rino ti hanno descritto a dovere pure quel culo a mandolino; che aspetti?

Emidio si mette in ginocchio e dal buco della serratura si gode la scena della popputa a quattro zampe che cerca nel corridoio in penombra l’agognata chiave e spera quasi che non la trovi subito.
La scena è da film erotico anni 70 con lei di spalle con indosso un miniabito che agita le chiappe notevoli davanti agli occhi sgranati di Emidio che finalmente ringrazia il destino per avergli risollevato la giornata e non solo quella.
“Ma dove si sarà cacciata?”, sospira Anna che nel frattempo si è girata verso la porta e dona a Emidio la visione del più bel paio di bocce traballanti di tutta Monticelli.

Appena esci da qui te la intorti, se l’è fatta pure quell’imbranato di Rino, non dirmi che poi ci fai solo il romanticone.

Si era pure dimenticato che aveva una pressione alla vescica da urlo, quando all’improvviso sente un rumore strano…
“Oddiooooo!”, grida Anna all’improvviso e a Emidio si accappona la pelle quando sente una voce gutturale che la zittisce: “ZITTA TROIA”.
Una figura imponente si frappone fra lui e la donna.
“Ma chi cazzo sei. Aiutoooo! Aiutoooo!”, urla Emidio che non riesce a staccare gli occhi dal buco della serratura e guarda inerme la scena irreale.
La bocca della donna viene tappata da una grossa mano e Emidio vede terrorizzato la lama di un coltello da caccia che comincia a colpire la poveretta sul collo e sul corpo.
Fendenti di una violenza pazzesca riducono le grida raccapriccianti della donna a strani gorgoglii.
A quella visione orripilante, un fiotto caldo di urina si riversa sui boxer e sui jeans preferiti di Emidio che a bocca aperta e con occhi allucinati non riesce più a muoversi fissando quelle spalle, quel braccio muscoloso, quella mano guantata e il coltello gocciolante di sangue.
”Rocco, cazzo Rocco fermati per l’amor di Dio, non è quello che tu pensi, lei è venuta solo per aprirmi la porta. Roccoooo fermati oddioddioddio”, oramai Emidio è in preda al panico e tremante non sa più cosa fare.
Vede sangue sparso dappertutto e va via da quella porta sapendo che adesso il prossimo sarà lui e non lo salverà nessuno.

Porca puttana adesso sei fottuto! Ma proprio a te doveva capitare la moglie di un pugile geloso. E nemmeno ci hai combinato una mazza con quella!

Emidio si precipita verso la finestra sapendo di avere pochi secondi, ma si rende conto che sta al quinto piano e da quell’altezza ci si ammazza.
Sente che l’energumeno sta forzando ripetutamente la maniglia con rabbia e non riesce ad aprire.
“Dove sta quella cazzo di chiave”, urla una voce grossa alla Bud Spencer, solo che Bud non ammazza mai nessuno ed è buono, mentre questo ha già un cadavere sulla coscienza.

Adesso la trova nel corridoio ed apre la porta e tu sei carne da macello, sbrigati!

Sbrigarsi a fare cosa? Emidio in preda al panico si sta arrampicando sulla finestra.
“Aiutoooo, aiutatemi mi vogliono ammazzare”, urla al quartiere Emidio in preda alle vertigini.
Sente che il gorilla sta cercando di sfondare la porta, allora si mette in ginocchio sopra alla finestra e cerca di arrivare al balcone accanto che però è un po’ troppo lontano.

Se con le mani ti aggrappi al davanzale, forse dondolandoti arrivi con le gambe al balcone.

Ci sono situazioni al limite dell’irreale che portano le persone a fare cose che mai si sarebbero sognate.
Emidio che è sempre stato terrorizzato dal vuoto si trova penzoloni appeso con le mani a una finestra del quinto piano e cerca di arrivare con i piedi al balcone a fianco.
All’improvviso sente un rumore di legno sfasciato e capisce che gli rimane ben poco tempo.

“Ti prego Rocco, non ho fatto nulla, aiutooo, non mi ammazzare, Rocco nooo nooooooo!”, urla disperato oramai sotto shock e guarda verso l’alto accecato dal sole una figura massiccia che comincia a staccargli le mani dal davanzale della finestra.
L’ultimo suo ricordo è quello di un braccio palestrato e di una mano guantata che gli afferra il polso della sua mano destra prima di lasciarlo cadere.

E’ buffo quando ti dicono che prima di morire, rivedi la tua vita in pochi secondi come in un flashback super veloce.
A Emidio successero due cose strane:
Uno: invece di rivedere la sua vita, nonostante il sole lo stesse accecando, notò che sull’avambraccio dell’energumeno c’era una macchia, come una strana voglia della grandezza di una grossa moneta.
Due: Emidio non morì.

Suo cugino Claudio non era andato via.
Lo aveva inutilmente chiamato al telefonino.
Era poi andato a cercarlo al bar ed era tornato a chiamarlo quando ha sentito le urla e il tonfo nel retro del palazzo.
Ha scoperto un poveraccio che ha avuto molta fortuna nella disgrazia. Cadendo dall’alto del palazzo aveva trascinato con sé due tendoni parasole arancioni che hanno rallentato la caduta e attutito l’impatto quel tanto che bastava per salvargli la vita.
Claudio passò dalla sorpresa alla disperazione quando scoprì che quello sfortunato che rantolava era suo cugino Emidio, molto malridotto ma vivo per miracolo.
Emidio era semicosciente e Claudio avvicinando l’orecchio alla sua bocca, sentì a malapena che sussurrava “Rocco, Rocco non mi ammazzare…”

Per gli inquirenti fu facile trovare il movente per il camionista ex pugile, da tutti conosciuto come un violento e geloso della moglie Anna.
La vittima era stata ritrovata sbudellata nell’appartamento dell’ingegner Limondi, dove era andata per una scappatella con lo sfortunato figlio dell’ingegnere.
Pur non avendo trovato le sue impronte digitali nel luogo del delitto, il presunto assassino non aveva nemmeno un alibi, inoltre c’era la testimonianza schiacciante del cugino Claudio Limondi che aveva sentito mormorare la frase che avrebbe inchiodato il camionista.
Caso lampante.
Non potevano interrogare il testimone principale, Emidio,  fatto cadere dal quinto piano, perché era entrato in coma e la prognosi era riservata.
I medici disperavano di salvarlo viste le lesioni alla colonna vertebrale, le fratture multiple e il trauma cranico.

3-IL RISVEGLIO


Non puoi muovere nulla del tuo corpo e non puoi parlare.
Sei uscito da un lungo coma e hai sentito dai medici che sei completamente paralizzato.
La disperazione interiore non traspare minimamente, perché non riesci a muovere nemmeno un muscolo del tuo corpo a parte le palpebre. Puoi solo guardare quello che succede intorno a te, come in un film.
Gli altri sono convinti che tu sia completamente rincitrullito ma la tua mente è ben sveglia e i ricordi sono riaffiorati completamente.
Hai saputo che Rocco il camionista è stato incriminato anche grazie alla testimonianza di tuo cugino Claudio e questo non ti consola.
I tuoi amici Rino e Giulio sono venuti a visitarti e si sono rassegnati a pronunciare poche frasi, vedendo che tu non capivi nulla e non rispondevi.
Ti hanno compatito e si sono detti molto fortunati, perché avrebbero potuto essere loro le vittime di Rocco.
Adesso sono andati via e c’è tuo padre che si avvicina e con le lacrime agli occhi ti spiega che avrebbe investito sulla tua società, ci avrebbe messo un bel mucchio di soldi, ma ormai purtroppo non serve più.
E’ arrivato Antonio Grossi il vice direttore di banca e tu lo vedi che saluta amabilmente tuo padre e Marina Stella.
E’ venuto con un suo amico notaio per far firmare a tuo padre un contratto di donazione che servirà a far aprire una SRL a Marina Stella.
Finalmente il suo sogno di aprire una ditta di import-export si avvererà.
Ascolti e ti sorprendi nel sentire che la cifra è più grande di quella che ti immaginavi.
Certo, adesso la cifra che tuo padre avrebbe dovuto impegnare per la tua società di informatica si è sommata alla donazione per Marina Stella.
Li vedi che ridono e scherzano e nemmeno si accorgono di te, la “larva umana”.
Già, chissà di chi era quella voce che ha pronunciato questa frase ignobile.
Ti senti un pesce fuor d’acqua in quella situazione, quasi estromesso dagli affari di famiglia.
Sei diventato un innocuo soprammobile, testimone passivo di una triste realtà che si svolge a pochi metri dal tuo volto immobile.
Tuo padre discute col notaio sui dettagli della nuova società di Marina Stella.
Poco lontano Antonio Grossi bisbiglia qualcosa a Marina che fa una strana smorfia con le sue labbra carnose.
E’ una smorfia che le hai visto fare altre volte in passato quando qualcuno la contraddiceva.
Anche quando discutevate sulla sua futura società e tu cercavi di farle capire che sarebbe stato un rischio e un grosso impegno per tuo padre.
Adesso che hai tutto il tempo di ricordare e di ragionare sul passato, puoi riflettere su come ti sia sembrata sempre un po’ troppo affettata e condiscendente nei confronti di tuo padre. Sapeva l’effetto che provocavano le sue forme giunoniche verso quel tipo di uomini e ne approfittava in modo subdolo.
Ha saputo conquistarsi abilmente tutta la fiducia di tuo padre ed ha anche cercato di farlo con te, non riuscendovi.
Per questo hai sempre avvertito un sottile fastidio nei tuoi confronti, magistralmente dissimulato dalla sua contagiosa simpatia e dal suo allegro carattere brasiliano.
Osservi anche come Antonio Grossi la guarda mentre le parla e non ti pare uno sguardo da conoscente o da vice direttore con una sua impiegata.
Qualcuno ti ha anche detto che un vice direttore di filiale è un impiegato qualunque, con una responsabilità maggiore.
Il suo stipendio è leggermente più alto di quello di un cassiere ma non a livello di un dirigente, di un funzionario e men che mai di quello di un direttore di banca.
Entrambi ogni tanto lanciano uno sguardo famelico verso il contratto sul tavolo vicino a tuo padre e al notaio che discutono del futuro della nascente società di Marina.
I due bancari non si curano assolutamente di te che li stai fissando e stai studiando i loro movimenti mentre una verità agghiacciante sta inesorabilmente apparendo nella tua mente.
I loro corpi si sfiorano, le loro mani si toccano mentre si sorridono e si bisbigliano frasi misteriose.
Ad un tratto osservi un particolare eccezionale, quella voglia strana che ti fa capire tutto, e non vuoi credere a quella verità lampante, dolorosamente accecante e inaccettabile.
Ma quale Rocco, ma quale camionista geloso!
Un pazzo geloso che segue impulsivamente la moglie per ucciderla, non ha la lucidità di mettersi dei guanti per non far risultare le proprie impronte digitali.
Lei ti ha chiuso a chiave in camera tua, mentre dormivi e ha detto al suo amante che aveva via libera per sistemarti, visto che a casa tua saresti rimasto da solo e prigioniero nella tua stanza.
Tu eri il bastone tra le ruote di una diabolica macchinazione ordita alle spalle di tuo padre.
Tu solo potevi far andare all’aria tutto l’affare.
Questa donazione è solo l’inizio…
Poi ci saranno altri contratti per prosciugare a poco a poco il ricco conto di tuo padre.
Antonio, bello giovane e squattrinato è sempre stato l’amante di Marina e la diabolica coppia ha preso al balzo l’occasione che si è presentata, quando tuo padre si è sciaguratamente invaghito di lei.
Tuo padre pensa che lei lo ami, ma allora perché adesso quei due si stanno prendendo per mano di nascosto alle spalle di lui, non curandosi di te, della larva umana?
A proposito, adesso ti ricordi chi era quell’angelo moro dall’accento leggermente portoghese e dalle labbra carnose che ti salutava così al tuo risveglio dal coma?
E se avessi ancora dei dubbi, cosa è quella strana voglia sul braccio del vice direttore Antonio Grossi?
Adesso la vedi bene no?
Stanno proprio davanti a te e si stringono per mano di nascosto da tuo padre che sta ancora leggendo il contratto e incuranti di te, oramai inutile testimone.
Mentre eri appeso alla sua mano guantata e al suo braccio, al braccio di Antonio, non hai avuto il tempo di guardarla meglio, anche perché eri accecato dal sole e dalla paura.
Ma ora finalmente lo vedi: non era una voglia, è un tatuaggio che Antonio si è fatto per lei, la sua amante.
Un bel tatuaggio colorato di una stella marina.
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