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Addio professore

Avevo dodici anni, ero in seconda media, quando il primo giorno di scuola iniziò con una notizia che mi turbò non poco, la professoressa d’italiano non c’era più. Era stata sostituita da un insegnante maschio, giovane, con un naso importante direi oggi, ma allora era un “pippone”. Quante domande rimbombavano nella mia mente. Che cosa sa questo di noi? E se gli sto antipatico? E se è cattivo? Domande che oggi fanno ridere di me, ma che allora, giuro mi mettevano in un forte stato d’ansia. E poi sono sempre stato un sentimentale, un nostalgico, già a quei tempi mostravo un’accettazione incosciente di questo incompreso amore per il passato che rigettava ogni cambiamento. Ormai, non c’era altro da fare che affrontare la realtà e sciogliere la curiosità sotto il caldo del sudore che di lì a poco sarebbe spuntato sulla mia fronte, quando un uomo dai capelli brizzolati, con un naso grande come anticipato, vestito sportivo, jeans e t-shirt, agghiacciandomi entrò in classe salutando con un cordiale buongiorno e presentandosi accennando a un sorriso carismatico e affascinante. Professor Bruno Sinopoli.

Rimasi di stucco, mi aspettavo un professore vecchio, di quelli seri che non ridono mai, di quelli che abbassano la testa sul libro e senza nemmeno guardarti, inizia a parlarti di verbi, sostantivi, l’importante uso del vocabolario ecc.

Invece il professore passò tutta la prima giornata a conoscerci, non accennò una parola sui libri, sulla scuola, facendoci parlare molto e a tutti, discutendo anche di calcio, di recite e con il permesso del preside addirittura di gite; noi che non eravamo mai usciti per una visita extrascolastica. In poche ore diventò il “mio professore d’italiano”. Era un nostro amico.

L’impatto del primo giorno non deluse le attese, il professore era proprio un tipo forte, ci raccontava delle sue partitine di calcetto, veniva a scuola con la moto, era sempre sportivo ma curato, faceva studiare tutti rendendo le lezioni interessanti, non l’ho mai sentito urlare, ma tutti lo rispettavamo, piaceva a tutti. Lo amavamo. Era il nostro professore preferito, il mio soprattutto.

Un giorno entrò in classe, era quasi finito l’anno scolastico, ci disse che in terza media non sarebbe stato più lui il nostro insegnante d’italiano, la notizia fece calare un silenzio tale che dovette ripetere ancora una volta quel malinconico annuncio, per sbloccarci tutti da quel mutismo, il quale fu seguito da proteste e inutili parole di spergiuro. Non ricordo i motivi della sua partenza, ma ricordo la mia opposizione alle sue volontà, non facevo più i compiti a casa, il mio professore mi aveva abbandonato.

La scuola finì, e per i dodici anni che avevo, trascorrevo le giornate inseguendo una palla cercando di imitare i miti del calcio. Giocavo nel mio parco che aveva delle scale all’ingresso, il quale era situato come un balcone sulla strada. Rincorrendo la palla, i miei occhi posarono su una moto ferma, sopra di essa un uomo dal volto coperto dal casco, guardava nella mia direzione, aveva una mano tesa verso l’alto che mi salutava, certo, era il professor Bruno Sinopoli, mi aveva riconosciuto, si era fermato per salutarmi, per darmi qualche ultimo prezioso consiglio. Rimasi immobile, volevo andargli incontro correndo, abbracciarlo, ero felice, mi sentivo importante, un adulto che ci teneva a salutarmi, ero al settimo cielo, ma non riuscì a fare nient’altro che alzare anch’io il braccio e ricambiare il saluto con un sorriso a trentadue denti stampato sul volto. Quella fu l’ultima volta che lo vidi, non ci fu nessun congedo, nessun abbraccio, nessuna stretta di mano, nessun ultimo suggerimento ma oggi che ho ventisette anni,  porto ancora con me quella visione di lui che si allontana con la moto tuonando, rammaricato di non essergli andato vicino, ricordo quel saluto come il più dolce addio.





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