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Lettera a mia figlia

Ho pensato di venire a parlarti, ma so che sei sulla difensiva e che a qualunque argomento avresti ribattuto mettendo le offese subite davanti a tutto.

Ho pensato di venire a parlarti legandoti e incerottandoti la bocca per non essere interrotta. E di incominciare dai tempi più remoti per spiegarti perché siamo arrivate a questa terribile discussione.

Ma tu conosci gran parte della mia storia, però la conosci attraverso le parole che ti ho potuto dire e che ti ho voluto dire.

Tu sei nata per salvarmi, per dare un senso alla mia  vita. Tuo padre è stato lo strumento.

Poi, quando il mio amore per lui è finito ne sono diventata consapevole e ti ho dato tutto quello che potevo  per lenire i sensi di colpa. Intanto tuo padre diventava sempre più un intruso nella mia vita.

Poi se n’è andato a cercare una vera compagna. E l’ha trovata.

Io l’amore lo volevo ma dentro di me sapevo che  non sarei stata in grado di conservarlo. Non potevo garantire una dedizione che l’unione tra due persone vuole. Così ci ho rinunciato.

Mentre sapevo cosa avrei dovuto fare per svolgere bene il ruolo di mamma, perché la mia mi ha insegnato quello che non bisogna fare.

Era soprattutto egoista. Nemmeno i suoi figli potevano avere esigenze che superavano le sue. Ci voleva bene, come fa una gatta con i piccoli. Una volta grandicelli dovevamo arrangiarci. Lei tornava a essere la persona che aveva in assoluto più bisogno di attenzioni.  Nessun programma per il nostro futuro né educativo né economico. Mi ha trovato un lavoro così potevamo mangiare.

Poi sono andata via di casa, nell’anno in cui ho vissuto con Francesca mi si sono aperti orizzonti nuovi, il grigiore della mia vita a casa è diventato un triste ricordo. La ammiravo per la sua capacità di comunicare, di esprimere i pensieri  con leggerezza e simpatia.

Mi sono anche resa conto che il mio corpo poteva essere lo strumento attraverso il quale sentirmi amata e desiderata a patto di recitare la parte che gli altri volevano sentire.

Quando se n’è andata avevo una famiglia alla quale non volevo tornare e senza strumenti per costruirmi un futuro così  ho dovuto fare i conti con me stessa.

Sono ripiombata nella considerazione che avevo di me. Sola non valevo niente. Questa rivelazione per  tanto tempo mi ha fatto sentire inadeguata nel mondo. Nella solitudine le sensazioni  e i pensieri  si confondevano, non riuscivo a dargli un senso e non avevo nessuno che si mostrasse interessato a  entrare nel mio mondo per cercare di capirmi. Tutto mi rimaneva dentro.  Ero un’emarginata. Non ero nessun anello di nessuna catena. Ero solo stupida, proprio come mi diceva sempre mia sorella. Ed ero sola.

Così ho deciso di uccidermi.

Mi sono sempre chiesta perché non ha funzionato, perché ho vomitato e mi sono svegliata. Ci sono volute tante ore per riprendermi dallo stordimento del vino che avevo bevuto e dal gas che avevo respirato.

Lo schifo dentro il mio corpo e nella mia testa è rimasto per mesi.

Da fuori non facevo trasparire nulla, al lavoro ero la solita ragazza un po’ chiusa. Il vuoto e il grigio erano dentro di me ma agli altri non ero esprimevo il mio malessere.

Poi è arrivato il vento  che ha spazzato via le nubi e il mio cielo si è aperto e il sole mi ha scaldato. È arrivato Filippo. Filippo un ragazzo più giovane di me. Filippo innamorato perché incapace di vedermi veramente. Filippo che gli ho lasciato credere di essere quella che lui voleva.  Travolta mi sono aggrappata a lui e lui si è aggrappato a me.  Anche lui, a modo suo era solo.

Con lui ridevo leggera, mi sembrava facile poter costruire una famiglia, diventare  mamma e papà. Con lui sarei stata finalmente un anello di una catena.

Lo choc è arrivato puntuale, ci ha trovato totalmente impreparati e le nostre fragili basi non hanno retto.

Mia sorella aveva ragione.

Per dodici anni abbiamo resistito, ha provato a essere un buon padre, spesso perché lo facevo sentire in colpa se si allontanava troppo dai suoi doveri. Ho iniziato a non frenarmi più, non era più il mio sole, voleva vivere da ragazzo.  Mi aveva dato un ruolo, il più importante del mondo. Quello di mamma. Ora avevo altri bisogni che lui non riusciva a soddisfare.

Mi sentivo l’unica in grado di fare le cose giuste. È  stato difficile, molto e ho fatto degli sforzi enormi per rimanere fedele a quello che mi sembrava corretto per te. Non avevo alle spalle esempi da seguire, era tutto nella mia testa. Non sempre ci sono riuscita perché non avevo nessuno che m'incoraggiasse. E spesso sono crollata.

Ora hai trent’anni, un compagno e una bellissima bimba. Io ti sono ancora vicina. Al mio ruolo, quello più importante, s’è  aggiunto anche quello di nonna. Sono l’anello di una catena.

A volte, quando litighiamo come oggi mi ricordi tua nonna e ho paura che diventi egoista come lei, sei esigente e non capisci che ho bisogno di più tempo per riprendermi e gli equilibri costruiti con fatica sembrano traballare. Vorrei  avere una vita mia, con una casa lontana da voi, un compagno che mi sostenga.

Poi il pensiero svanisce appena bussi piano la porta per chiedermi se ho della salvia.

 

 





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