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Libertà

 Non fu una cena come le altre, per me. L’atmosfera era distesa. Dopo gli spaghetti col tenerume di zucchina, la mamma stava portando a tavola il secondo, triglie fritte con insalata. Mio padre mi guardò con un sorrisino, disse: “Che hai fatto oggi?” Si era a metà giugno, niente scuola, avevo trascorso  il giorno a giocare con i miei cugini ed altri amichetti. Gli dissi che ero stato un po’ in giro e che avevo eseguito alcune commissioni per la mamma. “Ho capito, sempre a giocare, però non sei più un bambino piccolo.” Quel discorso mi sembrò strano. Giocavo, sì, nelle ore libere, ma a scuola ero un alunno diligente, il maestro l’aveva detto alla mamma; in campagna, d’estate, oltre ad eseguire dei lavoretti, come  innaffiare i fiori, contribuire ai rifornimenti d’acqua andando a prenderla col secchio alla vasca, portare il mulo al pascolo, lo aiutavo pure nella raccolta delle pesche, nel ripulire il terreno dai rami potati, nell’irrigare tratti di frutteto; insomma svolgevo anche lavori da grandi, talvolta con un pizzico di malumore per i suoi modi perentori.

Mio padre era assai impegnato nella conduzione delle sue proprietà e in iniziative commerciali; rari i suoi gesti espansivi; il suo affetto per noi lo dimostrava con le piccole attenzioni: per esempio, portandoci le iris e i pasticciotti dai suoi non frequenti viaggi a Palermo, le primizie dalla campagna. “Domani  rimarrò in paese, te la senti di guidare mulo e carretto per Cozzo Corvo e ritorno?” Rimasi come folgorato: un’intera giornata in campagna in piena libertà! Farfugliai: “Sì, papà.” La mamma si fermò un attimo: “Potrebbe andarci Nino.” Mio fratello, dieci anni più di me, fece subito segno di no con la forchetta in mano: “Domani ho lezione all’Università”. Era iscritto al secondo anno di filosofia e mille miglia lontano dai problemi di mio padre; viaggiava per Palermo, di pomeriggio studiava in casa, la sera e le domeniche si divertiva con gli amici al bigliardo o al passeggio. Una volta presi in mano un suo libro, l’autore era Santino Caramella, il titolo, se non sbaglio, Lezioni di Estetica; l’aprii e lessi tre righe: non ci capii nulla.

Mia sorella Giuseppina, che stava aiutando la mamma a ritirare i piatti vuoti e a portare i secondi,  timidamente buttò lì: “L’accompagno io”. Mio padre la fulminò con uno sguardo. A quei tempi il  posto delle ragazze da marito era a casa, ad aiutare nei lavori domestici, a ricamare il corredo al telaio; uscivano solo con la mamma o con gli altri familiari, per la messa domenicale e le altre festività religiose, per visite ai parenti, per battesimi, matrimoni.

Mio padre mi fece qualche raccomandazione, poi passò a parlare delle sue ricognizioni negli uliveti e delle aspettative di un buon raccolto, tempo permettendo. 

La notte sognai  di cavalcare in groppa ad un focoso cavallo lanciato al galoppo. Alle sei ero già in piedi. In un batter d'occhio indossai camicia e calzoncini; strinsi il cinturino, misi i calzini, presi le scarpe in mano; attraversai in punta di piedi la camera da letto; feci a due a due i gradini della scala.

La mamma porgendomi un paniere disse: “Ti sei lavato la faccia?”, col capo risposi di sì, “In questo tegamino c'è una frittata, poi ci sono un pezzo di formaggio, un po' di olive, tonno sott'olio e pane. Il pomodoro e la frutta li trovi in campagna. Al ritorno questo paniere lo riempi di pomodoro maturo, perché devo fare la salsa; ci metti pure qualche pomodoro per insalata, un po' di pesche e susine e qualche lattuga. Non tornare col paniere vuoto. Quando finisci di mangiare lava i due tegamini e poi li riporti. Non ti macchiare la camicia, anzi prendine una vecchia dal cassetto del canterano di campagna; la sera per il ritorno ti rimetti questa qui. Non ti voglio vedere con la camicia sporca! Non correre a rompicollo per i campi. Il nonno è già al Cozzo Corvo, stai con lui.”

Mi scrutò il volto: “Non ti sei lavato la faccia, sei un bugiardo.” Mi prese per un braccio e mi portò in cucina, aprì il rubinetto: il getto di acqua fredda mi fece rabbrividire. Mi strofinò il viso con una certa energia. Secondo lei così lo sporco andava via meglio; il fatto è che non faceva differenza tra guance, naso e  bocca. “Ahi, mi fai male, il naso no”. Forse non s'era accorta che non ero più il ragazzino di quattro-cinque anni. Mi asciugò. “Guardami negli occhi, ce la fai a sollevare le aste del carretto?”. “Mamà, l'ho fatto tante volte” “L'hai fatto tante volte, però l'anno scorso nel sollevare quelle del carretto degli zii sei caduto bocconi per terra e ti sei spaccato un labbro. Non so cosa gli ha preso a tuo padre; ti manda da solo in campagna. Non capisce che sei un bambino.” “Un bambino? Ormai sono grande. So fare tutto.”  “Ti sei fatto il segno della croce? La mattina appena  sveglio non dimenticare mai di fare il segno della croce, hai capito?”. “L'ho fatto, mamà.” “E poi non torturare le lucertole, anche loro sono creature di Dio, come me e come te; non fanno male a nessuno”. “Ma Nino cattura i cardellini.”  “Sì, però non gli fa del male, li mette in gabbia e gli dà la scagliola e l'acqua.”  La mamma prese un pettine dal bagnetto di cucina e mi sistemò i capelli. Mise sul tavolo la tazza col latte e caffè e il pane.”Mangia”. “Mamà, non ho fame.”  “Mangia lo stesso.”  Mi dovetti accomodare e mangiare, ma fu questione di un minuto. “Stai attento, non stare mai dietro al mulo; potrebbe scalciare. Intesi?”. “Mamà, sta tranquilla” risposi prendendo il paniere e scappando via.

In pochi minuti fui alla stalla. Appena aperto Gemma venne a scodinzolare tra le mie gambe: era una cagna anzianotta, grigia, lenta nei movimenti. Ciccio, anch’esso anziano e di pelo bianco, mi guardò, con calma tirò fuori le zampe anteriori e si alzò. Povera bestia, mio padre lo ammazzava di lavoro, lo adibiva per tutti i trasporti e in autunno gli toccava tirare anche l'aratro. Gli strofinai un fianco con un pugno di paglia per pulirlo dello sporco prodottosi  dormendo per terra. Dopo avergli tolto la cavezza gli misi la testiera; lo portai fuori con i finimenti addosso; abbassai le aste del carretto parcheggiato accanto alla porta d'ingresso; feci indietreggiare il mulo tra le due aste, con qualche difficoltà; riuscii a fermarlo al punto giusto per posizionare le punte delle aste in linea con i ganci del sellino. Alzai l'asta, non senza fatica, mingherlino com’ero. Con mossa rapida feci entrare il gancio nell'anello di ferro dell'asta, per fortuna al primo tentativo. Ripetei l'operazione sull'altro fianco con relativa facilità. Gemma non si perdeva nulla di questo mio lavorio. L'operazione più difficile era riuscita. Fermai i due tiranti alla base delle aste. Fatto. Chiusi la porta, presi il paniere di mia madre e saltai sul carretto. Redini e frusta in mano. “Andiamo Ciccio”. Gemma camminava di sotto, tranquilla.

Al Corso mi unii alla teoria dei carri in uscita dal paese verso la campagna. Qualche conduttore mi salutò con la mano e un mezzo sorriso: un carretto guidato da un ragazzino in pratica non impressionava nessuno; meno male. Dopo la sosta all’abbeveratoio varcammo quel che rimaneva della porta del paese, demolita a cannonate dai soldati  americani. Al passaggio a livello il colpo d’occhio del panorama dei giardini, delle colline, del mare, fino alle Torri, Porticello e Capo Zafferano. Cominciammo la breve discesa della tonnara. Il mare era immobile, colore azzurro-pallido. Dei barconi, lunghi e massicci, erano ancorati nello specchio d'acqua davanti ai capannoni della tonnara, pronti a raggiungere la zona della mattanza per imbarcare i tonni finiti nelle camere di cattura. Il disco solare, poco sopra l’orizzonte, già rifletteva la sua luce sulla superficie del mare; la torre del castello, in primo piano, si stagliava sullo sfondo delle Madonie.

 Ai Pilieri svoltammo per la strada di Sant'Onofrio. Il passaggio a livello era chiuso; le due sbarre di ferro accostate ai battenti. Non si vedeva anima viva; dopo un bel po' una donna coi capelli grigi che uscivano da un berretto a visiera rigida prese un’asticella con bandiera e si mise impettita, come per l'attenti. Da lì a qualche minuto, annunciato da un fischio, passò un treno passeggeri. Con calma la casellante venne ad aprire la sbarra. Ciccio si mosse. La strada cominciò a salire. Sulla stretta stradella per Cozzo Corvo cinque-sei cani corsero verso di noi abbaiando; venivano dalla casa colonica poco lontana; si fermarono ad una decina di metri dal carretto. Le stoppie della Salina, inondate di sole, erano un tappeto dorato; nugoli di passeri vi si posavano per beccare i chicchi di grano rimasti; in fondo la sagoma della trebbia.

Poi la breve salita e il piacere di vedere emergere lentamente la nostra casa, secondo il passo di Ciccio, prima il tetto di tegole rosse e i muri, poi il marciapiede che sembrava una terrazza perché protesa su un terreno in pendio, la rigogliosa pergola d’uva, il rosso delle rose, il bianco dei gigli. La costruzione disponeva di quattro vani, del soggiorno con cucina, due camere, una cameretta e un solaio per la paglia e il fieno; sul lato est la tettoia con la mangiatoia; il mare a quattrocento metri.

Eravamo arrivati. Ciccio si fermò sotto la tettoia; dopo aver sganciato il carretto, gli sfilai i finimenti e li appesi ad un grosso chiodo; presi da un canto un piolo, un martello, una fune e mi tirai dietro per la cavezza il mulo: destinazione stoppie. Gli ulivi erano invasi da trilli di usignoli, cardellini, passeri. Lasciata l’ombra degli alberi uscimmo al sole delle stoppie. Gemma ci seguiva. Piantai il piolo sul terreno con cinque colpi di martello, vi legai un capo della fune, l'altro capo a una caviglia di Ciccio a cui tolsi la cavezza.

 

La trebbia, piazzata a qualche centinaio di metri, aveva avuto subito successo: in pochi minuti compiva il lavoro di giorni della vecchia pisatina  sull’aia. Mi avvicinai. Intorno alla macchina, azionata dal motore di un trattore, c’era un gran movimento: carretti arrivavano carichi di covoni, altri partivano con i sacchi pieni di grano, altri ancora stavano in sosta; gruppetti di uomini coi tridenti avviavano gli steli sul nastro mobile, caricavano sacchi e balle di paglia; da un tubo il grano pulito scorreva nei sacchi; il tutto in mezzo ad un rumore frastornante. Uno scritturale col faccione sudato, gli occhi piccoli, era seduto su una sedia malandata davanti ad un tavolo sotto una capannina rimediata con paletti e travetti di tronchi d’albero e cannicci come tetto; annotava su un brogliaccio le partite trebbiate, le quantità e i compensi. Un addetto controllava il funzionamento delle varie parti della macchina. 

Scorsi mio zio Totò insieme con un suo bracciante tra i carretti fermi in attesa del loro turno. Era un uomo di mezza età, un po’ più alto della media, in testa un cappello di paglia. Lo salutai. “E tu che ci fai qua?”, mi disse sorridendo. Risposi un po' imbarazzato: “Niente, ho legato al pascolo il mulo qua vicino e sono venuto a vedere.” Lo zio aggiunse: “Bene, bene, vedi?, con la trebbia si fa presto ma si suda lo stesso.” Un pensiero mi attraversò la mente: io da adulto a faticare così? Bella la campagna, ma a morirci di fatica no. Mi balenò la figura di Nino, trattato in casa come un signorino. Si avvicinarono degli uomini coi quali lo zio si mise a confabulare. Salutai e chiamai Gemma, che dormiva sotto un carretto.

Cominciai a correre tra le stoppie. Udii un improvviso rumore di frasche smosse; intravidi un serpentello blu scuro di circa un metro: stava filando via velocemente; Gemma si lanciò su di lui cercando di azzannarlo, ma quello scivolò via in una crepa del terreno. La cagna, trafelata, fece due balzi, poi cominciò a scavare con le zampe anteriori. Quei serpi mettevano un po’ di paura. Proprio per questo a volte, i miei cugini ed io, li sfidavamo andando a stanarli con una canna in mano da certi mucchi di legna e ramaglia; scappavano velocissimi; quasi mai ci riuscivamo a infilzarli.

 

Raggiunsi la casa del nonno distante un centinaio di metri da quella di mio padre; lo trovai seduto sul sedile a muro che discorreva col suo vicino di podere Piddo, fermo nella stradella  sul suo carretto. Parlavano dell’annata che si presentava promettente sia per le olive che per le uve da vino. Il nonno, piuttosto in carne, aveva le gambe semiparalizzate da artriti e dolori: si muoveva a piccoli passi con estrema difficoltà e con l’aiuto di bastoni. Nella sua casa di Trabia stava quasi sempre piantato su una sedia; in campagna, invece, lentamente e con fatica, ogni mattina faceva un giro nel frutteto, zappettando e tagliando dei rami qua e là con una accettuola; dava anche una mano nella preparazione delle ceste delle pesche che venivano trasportate al mercato ortofrutticolo di Palermo. Per le coltivazioni e le raccolte dei prodotti provvedevano i miei tre zii scapoli tornati dalla guerra l’anno prima. Nonostante il dolore per un figlio perso in guerra era sempre accogliente, gioviale e un avvincente raccontatore di storie.  Certe sere d’estate sotto la pergola alla luce di un lume a petrolio, seduti in circolo davanti a lui, raccontava dei suoi viaggi da giovane  in paesi lontani, come Bivona, Cianciana, Vallelunga, Casteltermini; vi si avventurava in sella al suo mulo per vendere grossi pezzi di tonno acquistati alla Tonnara del Principe Lanza.

Salutai: “Vossia mi benedica”. “Dio ti benedica”, rispose il nonno, contento di vedermi. Zu Piddo scrollò le redini sul dorso del suo asinello  e s'avviò col suo carretto traballante sull'ineguale selciato della stradella. “Ti saluto, Mariano.” “Ti saluto, Piddo”. Il sole era già alto, la pergola ne filtrava i raggi. Il nonno chiese di mio padre, quando gli dissi che ero venuto da Trabia da solo guidando mulo e carretto mi guardò con simulata meraviglia e disse: “Bene!”

Mi fece sedere accanto a sé: “Hai portato il mulo al pascolo?” “Sì, nonno.” “Oggi tuo padre ti ha dato una bella fiducia, ma la fiducia va meritata, non si può deludere; l’uomo che non adempie i propri doveri non vale una cicca.” Prese da un paniere una manciata di ciliegie e me le mise nelle mani. Gli dissi: “Nonno, so come badare a Ciccio: a mezzogiorno lo faccio bere e lo metto al fresco nella stalla, il pomeriggio lo riporto alle stoppie e la sera l’attacco al carretto per ritornare a casa.”

Andai in cima alla collina arrampicandomi sui grandi massi di roccia da cui si godeva un panorama mozzafiato a 360 gradi, l’intero golfo, da Capo Zafferano alla Rocca di Cefalù, Monte San Calogero, Monte Cameccia, le colline di Burgio, Spina Santa, Antoniacci, Sant’Onofrio e la maestosa catena dei Monti del Rovetto: un tripudio di boschi, di oliveti, di vigneti e, sulla costa, di lussureggianti giardini. Mi diedi alla caccia dei conigli selvatici seguendo tra gli ulivi con la cagna le tracce dei loro escrementi; ne vidi solo uno ad una certa distanza, mi guardò un attimo e filò via. Girando per il frutteto feci una scorpacciata di albicocche, susine e pesche. Alla vasca Ciccio bevve tanto, in due riprese; il caldo non scherzava; gli rinfrescai la faccia con manate d’acqua. Per Gemma avevo portato un secchio d’acqua sul marciapiede di casa, all’ombra della pergola d’uva. Io, sudato, facevo delle puntate in casa per bere dalla brocca di terra cotta riempita all’abbeveratoio di Trabia. Non mangiai tutto quello che mi aveva dato la mamma, ero pieno di frutta; gli avanzi, pane, una parte della frittata, un po’ di formaggio, li diedi a Gemma, che, in attesa impaziente, seguiva le mie mosse leccandosi le labbra.

Ritornai dal nonno, era a letto, russava alla grande; i miei zii erano a lavorare in altre proprietà, la stalla era vuota. Mi sdraiai sull’ampio sedile in muratura, avevo ancora mezza giornata da passare in libertà; mi sarei divertito di più se avessi trovato qualcuno dei miei cugini. - Che faccio?  …  farò il bagno al mare - ; l’idea mi elettrizzò; negli altri anni l’avevo fatto sempre con i miei, fratello e sorella, e le zie Rosa e Nené; da solo mai. Adesso avevo dieci anni, c’era da attraversare la ferrovia, ma l’avevo fatto altre volte, bastava stare attento al passaggio dei treni.

 

I pochi scogli davanti al vallone di Pilieri erano tutti affiorati per la bassa marea; da un lato la spiaggia, sabbiosa, disegnava  un’ansa, fino al Castello di San Nicola con la sua torre cilindrica e le mura merlate; dall’altro l’arenile filava fino alla Vetrana, dove spiccava la piramide del mausoleo dei marchesi Artale; ai margini fitti canneti e qualche rara casupola.

Un pescatore, con i piedi in acqua, a qualche metro dalla spiaggia, con abile gesto a girare, gettò in mare il suo rizzaglio; rimase immobile qualche minuto, poi lo tirò  indietreggiando fino alla spiaggia. Sembrava non essersi accorto di me. Cominciò a staccare ad uno a uno  i pesci impigliati mettendoli dentro un cesto foderato di foglie di fichi; c'erano scorfani, saraghetti, due triglie e diversi pesciolini. “Bella pesca”, azzardai. “Così e così; non c'è granché”, rispose senza neanche guardarmi. Aveva la barba di più giorni, i capelli folti e bianchi, la fronte tutta rughe, la bocca sdentata, il viso scavato e bruciato dal sole e dal salmastro; indossava una maglietta grigia piuttosto logora e dei pantalonacci rivoltati alla caviglia, tenuti da una cordicella.”Di chi sei figlio?”, mi chiese. Glielo dissi. “Ah, c’ho lavorato con tuo padre. Brava persona.”  Si girò verso di me: “Alla mia età che c’è da fare, passo il tempo e porto qualcosa a casa. Sempre nell’onestà.”

Un lieve mormorio saliva dall’acqua. Chiamai Gemma e mi misi a correre sulla battima; per un po' lei mi corse dietro giuliva, poi, stanca, cominciò ad arrancare. Mi liberai dei calzoncini e della camicia e in mutandine mi buttai in mare a pesce. Gemma rimase ferma a guardarmi, aveva paura dell’acqua. Nuotai per un buon tratto, poi mi misi supino, a tavola morta, muovendo leggermente i piedi. A un centinaio di metri due ragazzi in mutandoni sguazzavano nell’acqua, s’inseguivano, si schizzavano, ridevano. Presi Gemma per il collare, la portai a forza in acqua, la strofinai un po’ e la lasciai tornare a riva, dove si scrollò e si voltolò nella sabbia. Nuova immersione: stavolta la portai lontano, dove non toccavo più; lei nuotava veloce, con tutt’e quattro le zampe: se la lasciavo, immancabilmente prendeva la direzione della spiaggia; la costrinsi più volte a cambiare rotta, infine la mollai e tornò ad asciugarsi nella sabbia. Passai più di un’ora in acqua e a correre sulla spiaggia. Poi mi sfilai le mutandine e mi vestii; il pescatore era sempre lì. Per un viottolo appena tracciato tra le canne, con Gemma dietro, fui subito sulla statale. Da lì vedevo, a mezza costa della collina, la casa nostra e quella del nonno. Con la ferrovia ce la cavammo bene.

Prima del tramonto ero già pronto col mulo e il carretto e il paniere colmo di frutta e verdura. Andai di corsa a salutare  il nonno, che rimaneva a dormire in campagna; non gli dissi della gita al mare. Mi raccomandò di fare attenzione.

Dal Cozzo Corvo a Trabia quattro chilometri, un’ora di viaggio. Mio padre a volte, durante la traversata, attaccava, a bassa voce, con le sue nenie del carrettiere: lo ascoltavo in silenzio; io conoscevo solo qualche canzoncina, tra cui Lili Marleen e C’è una strada nel bosco. Comunque non m’azzardavo adesso a cantare, con tanta gente sui carretti e in sella avanti e dietro a me. Ripensavo allo zio, indaffarato e rotto a tutte le fatiche dei campi, e a mio fratello, sempre vestito a puntino … Ma dovevo finire la mia grande giornata. All’abbeveratoio saltai giù per muovere l’acqua della vasca davanti a Ciccio. Il conducente del carretto accanto, un amico di mio padre, mi guardava con un sorriso di approvazione.  Sul Corso mi sembrò di sfilare in una parata, tenevo il busto eretto e maneggiavo con disinvoltura redini e frusta. 

 

Antonio Carollo





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