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Le confessioni di un pazzo

Cari lettori spero che voi ascoltiate le mie confessioni, anche voi dovete rendervi partecipi della follia che mi persuase e sfatare una volta per tutte quest’incubo che travolse la mia esistenza senza pietà, lasciandomi qua a marcire in una casa di cura per malati mentali e a rimuginare su di un passato che forse non è nemmeno mai esistito. il mio nome è Charles Mackenzie e sono uno scrittore, o almeno lo ero prima che la pazzia si impossessasse delle mie labili membra e della mia fragile immaginazione. Sono cresciuto in una famiglia del tutto normale e passai forse una delle infanzie più candide che si possano immaginare, con i genitori sempre pronti ad esaudire ogni mia richiesta, pronti sempre ad inculcarmi qualche buona dose di pietà verso gli altri, i cosiddetti meno fortunati. Ma su di essa calarono le tenebre e di quei dolci ricordi non rimasero che frammenti vuoti.

Come già ho detto in precedenza il mio sogno era quello di diventare un grande scrittore, infatti dopo aver concluso gli studi universitari, cercai da subito, ma soprattutto con grande forza d’animo di raggiungere questo ambito traguardo. Mi trovavo a Firenze in quel periodo e volevo stabilirmi lì per poter scrivere, perché quella città provocava in me una sorta di frenetica ispirazione. Era tutto così semplice e la mia mente partoriva idee in continuazione, era come una macchina perfetta deputata a raccogliere ogni informazione vitale per la messa a punto di una nuova idea. Senza perder tempo iniziai da subito la spasmodica ricerca di un appartamento, il cui prezzo fosse accessibile alle mie risorse finanziarie e in cui vivere e lavorare in totale quiete, cercavo un posto tranquillo che non avesse interferenze col mondo esterno, poiché in fase creativa uno scrittore ha il bisogno di chiudersi in se stesso, lontano dalla realtà che lo circonda si inerpica in un mondo di fantasie e sogni ad occhi aperti.

Finalmente dopo una spossante ricerca durata almeno un paio di settimane, riuscii a trovare a prezzo stracciato un bel appartamento situato in periferia, la cui via è ormai svanita dai ricordi un po’ annebbiati, ricordo però che esso era gestito da un anziana signora ceca. La prima volta che la vidi rimasi folgorato dal suo inquietante aspetto, lei mi accolse con un piccolo sorriso vuoto e stantio contornato da sottili labbra pallide, dai suoi occhi vuoti, se ben ricordo, trapelava una sorta di segreto minaccioso che mai, a nessuno al mondo avrebbe potuto rivelare. Nella mano destra stringeva un lungo bastone d’alluminio e con la mano sinistra mi si avvicinò e mi cinse il braccio << lei deve essere il nuovo inquilino >> mi disse con voce stridula e strozzata << ecco a lei le chiavi, l’appartamento si trova al terzo piano, ah e stia attento alle scale, sono molto ripide>> continuò poi, sempre con quel macabro sorriso stampato nel volto. Senza nemmeno il tempo di farmi ribattere, si dileguò rapidamente ciondolando ad ogni passo come un pendolo, per poi scomparire in una piccola porta grigia e angusta. Iniziai a salir le scale ancora turbato da quella macabra figura, così scarna e vuota da far rabbrividire anche il più coraggioso fra gli individui, quando con mio immenso stupore un grosso scarafaggio attraversò la prima rampa di scale con una rapidità inaudita e avido di sporcizia si introdusse in una piccola fessura profonda e buia che chissà in quale recesso angusto della casa lo avrebbe portato, scivolando via dal mio sguardo inorridito. Inoltre per non lacerare il silenzio che avvolgeva il palazzo di una quiete quasi solenne riuscii a trattenere un fragoroso grido che lentamente stava salendo dalla mia gola secca. Così salii le scale con passo rapido e tremante fino a giungere al terzo piano, in cui era e tutt’ora è situato il mio piccolo appartamento, aprii la porta e con non poca facilità trovai l’interruttore, la luce si accese dopo alcuni secondi facendo apparire dinnanzi ai miei occhi la piccola sala scarna di arredamento: in essa v’era solo una vecchia poltrona rosso bordò, un televisore e un vecchio tappeto indiano, dopodiché attraversai la cucina, diedi una rapida occhiata al bagno ed arrivai finalmente nella camera da letto. All’interno di essa vi si poteva scorgere, un letto ad una piazza, un antico armadio di faggio, grande ed ingombrante, ed un crocifisso di metallo con il volto rivolto in cielo posto proprio alle spalle del piccolo letto. Nella parete destra v’era poi una piccola finestra che mi permetteva di scorgere il cortile sottostante e altri palazzi lungo la via.

Ora basta però continuare queste futili digressioni, il tempo scarseggia, potrei da un momento all’altro obliare tutti i ricordi e non è quello che voglio. La mia mente è troppo stanca ed è fondamentale per me mettere tutti voi al corrente degli eventi che mi portarono in questo luogo dove ora mi ritrovo recluso. Potreste credere che queste siano solo le fantasie deliranti di uno scrittore fallito, ma vi posso garantire che questo non è che un piccolo assaggio delle verità di cui sono venuto poi in seguito a conoscenza, che ora non starò qui ad esporre, il tempo è troppo poco e la mente stanca.

Dopo aver sistemato i bagagli con risoluta precisione fui travolto da un insaziabile desiderio di affogare ogni dubbio in fiume di birra fresca. Quindi uscii dall’appartamento, scesi le scale ed infondo ad esse incontrai la vecchia, che con voce stridula emise un suono strozzato quasi da scarafaggio << la stavo aspettando  charles >> il suo tono di voce mi fece rabbrividire, ed ogni volta che contemplavo i suoi occhi vuoti un brivido di freddo mi saliva lungo la schiena calda << volevo solo avvertirla di non fare troppo chiasso, qua siamo tutti deboli anziani e l’unica cosa che non ci va proprio a genio è il caos >> tutto questo lo disse in tono alquanto minaccioso e ripensando adesso a quei momenti direi che riuscì quasi a spaventarmi, ed ogni volta che da quella piccola bocca mostruosa uscivano delle parole mi sentivo incapace di agire, era come se la mia volontà fosse risucchiata da quelle piccole labbra pallide. Dopo alcuni secondi di costernazione e silenzio riuscii finalmente a rispondere con qualcosa di sensato << certo signora non si preoccupi sarà come se non esistessi >> il suo volto contratto parve rilassarsi per un istante e subito si dileguò senza tante altre parole, tastando la parete con il bastone di alluminio e scomparendo nei meandri della piccola porta angusta. Allora uscii di casa e per un momento desiderai di non rimetterci mai più un piede in quello sporco palazzo, ma non potevo permettermi un’altra casa e quindi dovetti rassegnarmi al inevitabile e rimanere lì in silenzio, senza troppe polemiche e poi perché il desiderio di diventare scrittore era più forte di ogni altra cosa, anche della strana paura che lentamente si stava appropriando della mia debole anima fragile. Trovai un bellissimo pub non lontano di lì gestito da un eccentrico barista che subito mi si avvicinò con fare arrogante, era un tipo strano, indossava una camicia bianca e un cravattino rosa a pois neri, era basso e tarchiato, capelli corti e arruffati e aveva inoltre una lunga barba brizzolata che gli copriva gran parte del volto << ei amico non t’ho mai visto da queste parti?>> mi parlò come se ci conoscessimo da una vita << non so come tu sia finito qua e non voglio nemmeno saperlo, spero comunque che tu sia qua solo di passaggio, in questo quartiere accadono cose davvero strane, cose impensabili che potrebbero farti svalvolare amico e se hai rimasto ancora un po’ d’amore per te stesso segui il mio consiglio e vattene >>, detto questo si voltò dandomi le spalle e si avvicinò ad una giovane ed avvenente cliente dai capelli dorati e dal vestitino rosso sangue, le sussurrò qualcosa all’orecchio e subito entrambi si misero a ridere a crepapelle. Comunque tornando a noi, dopo aver scolato un paio di birre ed aver finalmente saziato la mia sete, mi alzai, pagai ed uscii dal locale in fretta e in furia. Appena fuori dal Pub alzai lo sguardo in cielo e vidi la luna pallida scomparire timidamente dietro una nube grigiastra, oscura che sembrava racchiudere in sé tutte le inquietudini del mondo e pronta ad esplodere sarebbe svanita in un grande boato e tutti avrebbero potuto sentire l’immenso rumore provocato da quell’esplosione e tutti avrebbero visto le proprie paure scendere giù dal cielo come mostri informi, tutto ciò nacque dalla mia mente mentre compivo i passi a ritroso per tornare in quello sporco palazzo, dritto incontro al mio penoso destino. Varcai la soglia del portone per accedere alla portineria e subito intravidi la vecchia muoversi lentamente nell’ombra verso la piccola porta, lasciando alle sue spalle un acre odore di urina e di marciume. Salii allora le scale assorto in lugubri pensieri senza nesso, arrivai poi dinnanzi alla porta ed entrai nell’appartamento con passo incerto, timoroso dei segreti che potevano annidarsi in esso. Ma la quiete regnava incontrastata e in quel momento fui certo di esser stato nuovamente vittima della mia fervida immaginazione. La mente non era più in grado di ragionare razionalmente ed il corpo estremamente stanco stava per abbandonarmi, quindi mi diressi senza indugi in camera da letto, mi lanciai con un balzo rapido nell’letto e m’addormentai profondamente e dolcemente.   

Stavo sognando, ero solo nell’oscurità in un immenso parco invaso da antiche querce imponenti, era lieto quel luogo e per un istante mi feci persuadere dal senso di quiete che mi contornava, poi in seguito dopo alcuni minuti di totale pace ( approssimativamente, anche perché è impossibile in un sogno stabilire il tempo con esattezza) fui rapito da una mistica melodia che proveniva dai meandri del parco ed in lontananza intravidi un’anziana signora girata di spalle, che pizzicava la sua arpa con estrema delicatezza. Lo riconobbi subito quello era il suono della mia infanzia, la stessa melodia che da fanciullo mia nonna soleva suonarmi ogni volta che l’andavo a trovare, prima che una brutta malattia se la portasse via. Allora corsi verso di lei, sicuro che fosse la mia cara e defunta parente, arrivai lì a pochi passi e invocai il suo nome con un debole grido roco e strozzato, si girò. Ma quale immenso orrore mi sovvenne quando in quella anziana signora riconobbi la vecchia, la padrona di casa, dal volto della quale si poteva scorgere un insolito sguardo demoniaco ed una specie di bava putrescente usciva dai lati della sua piccola bocca pallida, indossava un lungo abito nero, ma ciò che più mi sconcertò fu il suo sorriso dal quale si potevano scorgere tanti piccoli denti aguzzi. Rimasi lì come un idiota, paralizzato a fissare il suo sguardo torbido, ed anche quand’essa mi s’avvicinò e mi cinse il braccio con forza, non ebbi il coraggio di muovermi, ero in una specie di torpore fisico, forse provocato dalla paura o dai suoi penetranti occhi vitrei. Quel corpo emanava un puzzo nauseabondo, un odore acre di urina e di  marcio, vidi il suo volto avvicinarsi al mio orecchio e mi sussurrò debolmente con voce priva di qualsiasi musicalità << svegliati chales, svegliati è solo un sogno>> a cui seguì un ghigno demoniaco che mi fece rabbrividire. Proprio in quel istante mi svegliai e aperti gli occhi lentamente, scoprii con amaro risentimento che il mio letto era totalmente invaso di scarafaggi, v’ne erano migliaia forse milioni, tutti ammassati sul mio povero corpo inerme e sfregavano le loro zampette emettendo una sorta di suono acuto, impossibile da descrivere, ma soprattutto impossibile da dimenticare è sempre impresso nella mia mente, anche in questo momento e lì resterà fino all’ultimo giorno. Cercai di scrollarmeli di dosso ma niente, era come se stessero penetrando nella mia carne con le loro piccole zampette pelose, iniziai allora ad inveire come un pazzo farneticante, mentre la luce sanguigna dell’alba invadeva la stanza con iridescenza. Da quel giorno più niente solo paura, buio ed oscurità.





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