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Anime affini

Proveniva dalla città, grigia e caotica; abitava in uno di quei palazzoni a dieci piani dove non conosci nemmeno il vicino di pianerottolo. Non che si fosse assuefatta a quello stile di vita ma lì era nata e lì aveva imparato a vivere. Era periodo di ferie alla redazione. Le era stato affidato un incarico temporaneo dal Capo Redattore e non ne era molto entusiasta. Lei che si occupava di cronaca nera doveva preparare un articolo pubblicitario su un agriturismo nella campagna toscana. Ma il lavoro è lavoro si sa e non fece una smorfia, solo una, piccola piccola, quasi impercettibile.
Si apprestò alla partenza. Indossò il suo giubbotto di pelle nera, stivali a coscia alta, il casco rosso fiammante e si mise in viaggio. Lasciata alle spalle la città si stagliava all’orizzonte un cielo limpido, terso, una leggera brezza mattutina scompigliava i capelli che fuoriuscivano dal casco quasi come se il vento volesse giocare. Era strano era da tanto tempo che non si sentiva così non più donna matura ma ragazzina sbarazzina all’avventura.
Giunse in prossimità dell’agriturismo. Si trattava di un vecchio casolare finemente ristrutturato, tirato a lucido per l’occasione. Doveva essere in programma una cerimonia, perché erano state gonfiate cascate di palloncini colorati, c’erano dei tavoli fuori imbanditi con ogni ben di dio. Frutta di ogni tipo e fiori profumatissimi arricchivano la tavola. C’era un senso di pace, di tranquillità.
Parcheggiò la moto, si tolse il casco che ripose nel bauletto e rimase un attimo ad assaporare l’aria frizzantina ed a crogiolarsi al calore del sole.
In lontananza intravide un ragazzo, ma avvicinandosi notò che era più maturo, un bell’uomo sulla quarantina, abbronzato, con lunghi capelli lisci e scuri che ricadevano sulle larghe spalle.
I loro sguardi si incrociarono, si parlarono, si capirono. E’ strano talvolta trascorri una vita con le persone e non le conosci fino in fondo, qui sembrava che due amine affini si fossero finalmente ritrovate.
Fu un attimo, la proprietaria dell’agriturismo, nonché moglie del bell’uomo, lo apprese più tardi sopraggiunse interrompendo quel momento.
Leila si presentò. Era una giornalista di “Lidi e Luoghi” ed era pronta a raccogliere più informazioni possibili onde esaltare le bellezze del luogo e fare pubblicità a quel posto incantevole che non sembrava averne per niente bisogno.
Il casolare era un’eredità del marito, erano anni che vivevano lì ma solo da poco avevano allestito un’attività ricettiva. Nella parte superiore erano state ricavate alcune camere arredate in stile country, molto carine ed accoglienti, nella parte inferiore si trovava il ristorante con la cucina. Un ampio salone luminoso che poteva accogliere molti invitati. Quel pomeriggio infatti era prevista una festa di inizio estate con balli e musica campestre.
L’uomo intanto finiva di tagliare la legna, il sudore colava sulla fronte ed ogni tanto vi passava sopra il braccio destro per asciugarsi. La proprietaria, Silvie, era una quarantacinquenne bionda, slavata, di origine francese, molto loquace. Sembrava l’opposto del marito, riservato, dai tratti ben segnati e deciso.
Intorno la campagna toscana con i suoi profumi, i vivaci fiori, il ronzio degli insetti, un prato verde che circondava il casolare sembrava aver creato una sorta di bolla sospesa nell’aria, un luogo incantato, un piccolo angolo di paradiso in cui perdersi e ritrovarsi trascinati dalle emozioni, dalle sensazioni.
La invitarono a cena e Leila decise di restare. Le fu assegnato un posto dirimpetto a Lui.
I loro sguardi stavano bassi, non per vergogna, ma per paura che se si fossero incontrati si sarebbero persi per sempre uno nell’altro  … e così fu.

 





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