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MENDICARE

 

 

Ci sono luoghi su questa terra impregnati di misticismo e di esoteriche presenze. Luoghi le cui mura sprigionano memorie passate e le cui strade conducono oltre il mistero della natura e di Dio. C’è un paese che giace su di uno sperone di tufo che emerge in una vasta piana, contornato da alte vette. Un paese antico cinto da torrioni medievali e costituito da un piccolo borgo fitto di viuzze. Al suo centro, come in ogni borgo che si rispetti, c’è una piazza dominata da un vecchia chiesa cristiana. Vi si può accedere solo attraverso il ponte stretto e lungo che attraversa la valle per almeno mezzo chilometro. Un camminamento sospeso molti metri da terra che impedì, in tempi andati, ai nemici di raggiungere le mura; ed ora, a coloro che non hanno senso religioso, di andarsene. Nessun altro accesso è consentito, nessun altra via di uscita esiste.

Quando la nebbia invade la piana, di sera all’alba e nelle giornate uggiose dell’inverno e di tutte le stagioni, il paese diviene un luogo inesistente, sospeso tra la realtà e il sogno. La nebbia s’adagia nella piana come un fluido denso in un enorme pentolone. Un oceano compatto, appare, dal quale emerge, come isola sospesa e perduta, il piccolo aggregato di case.

Questo paese diede i natali ad un’illustre filosofo cristiano che, alla morte, fu fatto santo dalla Chiesa. Il suo nome lo si trova inciso qua e là in ogni dove poiché ha reso noto un luogo così piccolo e sperduto che, altrimenti, col tempo, sarebbe stato totalmente dimenticato. L’illustre filosofo cristiano scrisse molti libri il più noto dei quali descrive il cammino dell’uomo verso Dio. Fu tacciato anche d’eresia ma prosciolto da ogni accusa a furor di popolo. Tanta era la sua bontà e il suo altruismo. Dopo quel episodio, l’illustre filosofo, si ritirò nel paese e non volle più andar via. Nelle epistole, attraverso le quali comunicava col mondo esterno, scrisse di voler realizzare il progetto della sua vita, di riuscire a determinare il cammino dell’uomo verso Dio. Nessuno sa se ci sia riuscito…

Tornando ai nostri giorni, fu proprio in una di quelle giornate uggiose di cui dicemmo che un gruppo di amici decise di fare una “scampagnata” da quelle parti. Reduci di una notte di divertimento volevano rilassarsi e provare magari quei pigri brividi che solo le visite ai castelli medievali riescono a dare…

“Ve l’avevo detto che sarebbe stato emozionante!”, Laura vi era già stata ed ora, a metà strada sul camminamento sospeso, confermava l’aura misterica di quel luogo che aveva tanto decantato nell’auto, durante il viaggio.

“E’ incredibile…” fece Marco sporgendosi dal parapetto e voltandosi intorno a scrutare il paesaggio: “... non si vede nulla oltre il raggio di un paio di metri!”.

La nebbia li avvolgeva da ogni lato imprigionandoli in una virtuale sfera sospesa.

“Non riesco né a vedere la fine né l’inizio del ponte!” disse Stefano protendendosi dal parapetto, “E non si vede nemmeno il fondo!”, esclamò eccitato.

Una lieve brezza iniziò lentamente a spazzare l'intera valle dando l’impressione del galoppo d’una imbizzarrita mandria di cavalli selvaggi, in corsa su e giù per la piana. Fu questo il pensiero che colse Francesca nell’intimo. Quell’impressione forte del procedere, dello sfuggire, della libertà di andare ovunque, in qualsiasi posto assecondando i propri desideri.

“Ehi…” l’ammonì Stefano “...sveglia!”, fece passandogli la mano aperta su e giù di fronte al viso.

Si era di nuovo incantata, le accadeva spesso. Volava via col pensiero, al di là delle nubi, al di là degli uomini e delle loro città, e case, e mura e barriere e tutto quello che limita lo sguardo, il pensiero, la parola, il cammino. Libera ovunque. Come la nebbia imbizzarrita, frustata da invisibili strali di brezza, nella piana.

Stefano l’adorava. Quand’era assorta la vedeva così indifesa, così smarrita. Un cucciolo da coccolare e proteggere. Nello stesso tempo, però, non resisteva all’impulso di prenderla in giro. Di catturare la sua attenzione rendendola ridicola. D’altro canto chi disprezza compra, cita il detto.

Da una fitta coltre di nebbia fecero capolino, d’un tratto, austeri merli di torre. La comitiva entrò nel paese e percorse alcune ripide salite sino a che non fu a capo delle mura fortificate. Di lì lo sguardo si poteva perdere sino le vette lontane. Quelle vette che cingevano la valle in un armonioso abbraccio.

“E’ fantastico, non trovi?”.

Stefano, divertito, s’era di nuovo fermato a fissarla. Francesca era incantata dal paesaggio.

“Sì, è bellissimo…” riuscì infine a bofonchiare.

La giornata era uggiosa e il sole doveva trovarsi al di là di una vasta cappa di nubi tanto che a malapena si riusciva a capire che ora fosse.

“Scusi, signorina, mi perdoni, qualcosa per mangiare…”. Un mendicante cieco protendeva la mano verso Francesca. Lei fece finta di non averlo sentito e tentò, divagando, di  togliersi da quella situazione. Il mendicante, però, non era d’accordo tanto che rincarò la dose.

“Signorina, la prego, mi aiuti, qualcosa per mangiare…”.

“Mi spiace, non posso!”, fece infine Francesca indispettita, voltandosi stizzita e allontanandosi a passi veloci.

Nel frattempo Stefano, contrariato, si era avvicinato all’uomo: “Tenga!” gli porse alcune monete. Allora avvenne qualcosa di strano, la reazione del mendicante fu spropositata confronto il gesto, perlomeno così pensò Stefano. Questi, difatti, dopo averlo ripetutamente ringraziato, corse giù per il viottolo che costeggiava le mura e, gridando come un forsennato, imboccò il ponte e fuggì via.

“Diavolo...” pensò Stefano, “...ma quanto gli ho dato?”.

Si voltò disorientato per seguire gli altri. Poi si arrestò e nella sua mente riecheggiò una domanda: “Ma non era cieco?”.

Francesca interruppe la linea di quei pensieri: “Non sei obbligato a fare l’elemosina a tutti quelli che incontri… tra non molto, se no, sarai tu a doverla chiedere!”.

“Ma hai visto il suo volto com’è cambiato? E poi… io credevo fosse cieco, quando ti si è avvicinato mi aveva dato quell’impressione. Eppure è corso via come un forsennato, certamente vedeva dove mettere i piedi, non è una strada facile quella…”, indicando il viottolo che conduce al ponte.

“Anch’io riacquisterei salute se ognuno che incontro mi desse del denaro…”.

“Non essere troppo dura, dobbiamo aiutare chi non ha avuto la nostra stessa fortuna”.

“Ti sbagli! Gente simile sceglie di essere quello che è, anzi, forse a dirla meglio, a te che piacciono tanto i detti, ognuno ha ciò che si merita…e…” gli puntò il dito contro “...ognuno è responsabile per se stesso perciò io non sono responsabile che per la mia persona. Mi spiego?”, arringa finita. Francesca si voltò con disinvoltura e, con passo deciso, si avviò.

A volte, però, il destino si diverte a giocare con le situazioni nel più beffardo dei modi. Infatti non fece in tempo a muovere che pochi passi che un altro mendicante si avvicinò, ponendogli la rituale domanda. Francesca sgranò gli occhi e si voltò a cercare lo sguardo di Stefano che era divertito ma, al tempo stesso, beffardo come quello di un satiro che spinge giù un pastore dalla rupe.

“Vedi? È una condanna, sono ovunque…” scavalcò la mano protesa dell’uomo e continuò diritta verso la chiesa.

Stefano scambiò uno sguardo quasi complice coll’uomo che, stranamente, non deviò su di lui la medesima richiesta. Francesca, intanto, s’era ricongiunta con Marco e Laura e, chiamando Stefano che ancora rimuginava sull’accaduto, entrarono nella chiesa.

Era una bellissima chiesetta, quella. Aveva degli splendidi affreschi raffiguranti la passione di Cristo, un bel chiostro e un altare umile ma curato. Una guida intratteneva alcuni turisti con notizie sulla fondazione, sull’edificazione, sul restauro della struttura e, soprattutto, sui segni lasciati dall’illustre filosofo cristiano. La piccola combriccola fu attratta da quell’argomento. La guida parlava incessantemente come se avesse ripetuto quelle parole sino alla noia e al non senso più totale.

“…l’illustre filosofo ha dato innegabile prestigio al paese e alla nazione. Questa chiesa testimonia gran parte della sua opera più importante, Itinerarium. L’opera descrive il cammino dell’uomo dalla condizione di animale sino alla divinità celeste, un cammino difficile e impervio che lo conduce alla somiglianza con Dio. Purtroppo dell’opera non rimangono che frammenti che potrete osservare ben conservati nel piccolo museo qui di fronte, più tardi. Sembra, tuttavia, che l’illustre filosofo abbia fortemente voluto lasciare iscritti nella chiesa alcuni detti celebri che potrebbero aiutare a comprendere il cammino della disuguaglianza dalle bestie sino all’uguaglianza col divino. Qui abbiamo la prima iscrizione che sembra un ammonimento, una minaccia:

Et nunc erudimini!

Proviene dai Salmi, “...e ora imparate!”, sembra l’ammonizione del maestro che mette in castigo l’allievo e lo costringe a recuperare tutto ciò che, per negligenza, non ha acquisito al momento giusto. Andando oltre troviamo la seconda iscrizione:

Refugium peccatorum

appunto “...rifugio dei peccatori”. Quest’espressione la si può trovare nelle Litanie della Madonna, dove i peccatori ne invocano l’intercessione per ottenere il perdono divino.

Omnia ergo quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis…

La guida s’interruppe un momento per rispondere ad una furtiva domanda. Francesca e Laura rimasero in attesa che ricominciasse, rapite dalle parole della lingua antica. Nel frattempo Marco, che per allora aveva sopportato abbastanza, si allontanò e finì d’ispezionare il posto da solo. Voleva riuscire a cogliere qualcosa di cui valesse al pena parlare più tardi, magari qualcosa di misterioso…

“…dicevamo…” la guida gettò un’occhiata all’iscrizione e automaticamente tradusse: “...fate dunque agli altri ciò che volete sia fatto a voi… questa proviene dal Vangelo di Matteo, 7, 12. Indica uno dei precetti più importanti della chiesa cristiana cattolica. È l’espressione forse più alta della responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti del prossimo alla luce del sacrificio di Cristo, s’intende…” fece un risolino.

“Avanti!” esclamò.

Miserēre

“L’iscrizione sta, appunto, per “aver compassione…” non indugiò oltre e volse lo sguardo all’ultima targa. “Bene:

Ad maiorem Dei gloria!

motto citato per la prima volta nei Dialoghi di Gregorio Magno e poi dai gesuiti, e significa “per la maggiore gloria di Dio”. Non si conosce bene l’intenzione dell’illustre filosofo, per alcuni studiosi non si tratta che di una simpatia per quei motti provenienti da varie fonti. Tuttavia altri sostengono che questo borgo conservi in sé l’anima delle teorie dell’illustre filosofo e che sia pregno delle sue convinzioni e considerano queste iscrizioni come degli avvertimenti, degli ammonimenti”. Si voltò accorgendosi di essere di fronte l’altare, era riuscita di nuovo a catturare l’attenzione piena del gruppetto con quelle fandonie su presunte maledizioni. Inferno e paradiso hanno sempre sortito un effetto catalizzatore dell’attenzione dell’uomo che è affascinato dall’ignoto più che, sicuramente, dal banale noto. Cominciò la storica disquisizione sull’altare, attendendo, come al solito, qualche altra domanda sulle misteriose iscrizioni. Un gioco divertente, lo trovava.

Francesca e Laura erano affascinate dai racconti su misteri e maledizioni e rimasero a fissare le iscrizioni con bramosia di saperne di più, di conoscerne il segreto. La guida, nel frattempo, stava già illustrando il bellissimo affresco trittico raffigurante Pietro che rinnega Cristo per tre volte. Stefano aveva fatto il suo ingresso nella chiesetta e aveva colto Marco a riportare strani appunti sul quadernino  che portava sempre con sé.

“Dove sono?” alludendo a Francesca e Laura. Marco fece un gesto col viso indicando nel gruppetto.

“Spero di non  vederti più reagire a quella maniera, a volte non ti riconosco…” alludeva ai mendicanti.

Francesca lo guardò con l’aria trasognata di chi è altrove. Poi il suo sguardo si fece fermo. “Hai deciso di rovinarmi la giornata?” lo ammonì.

“…non è questo…” fece Stefano colpito da quel accusa. Come al solito nei rapporti col gentil sesso si passa facilmente dall’aver ragione all’essere nel torto più totale.

“Vedi, passo ogni giorno della mia vita a tentare di sopravvivere a tutti i predatori che vivono nella nostra città, a tutti quelli che ti mangerebbero vivo pur di fare carriera o ottenere potere… è già difficile pensare a se stessi, figuriamoci se ho il tempo di salvare gli altri!”.

L’argomento era chiuso ma Stefano volle lo stesso calcare la dose. “Rispetto la tua posizione, però io credo che non siamo solo responsabili di noi stessi, a questo mondo, ma lo siamo anche degli altri, attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri umori…”.

Francesca non lo ascoltava più. Era convinta che ognuno meriti la situazione in cui versa. Che ne sia il principale artefice e che, se non si tenta da soli di migliorare, perché devono pensarci gli altri? D’altro canto aiutati che Dio t’aiuta, pensò, poi sorrise chiedendosi perché l’illustre filosofo non avesse inserito anche quel motto tra gli altri.

Percorsero, appena fuori la chiesa, alcune vie visitando botteghe d’artigianato. La nebbia che per un po' s’era destata mossa dal vento, al cessare di questo era tornata a posarsi sul paesino avvolgendolo di nuovo in un manto etereo. I contorni delle vie furono corrosi dal fluido incorporeo e l’aria si riempì di elettrica meraviglia e d’ancestrali suggestioni.

Un antica locanda si trovava nell’angolo estremo del borgo, agli antipodi della porta unica e principale. C’erano delle fiaccole accese che come fuochi fatui oscillavano qua e là sul manto grigio della nebbia. Seduta in terra, pochi metri prima della locanda, un vecchia mendicava. Francesca aveva accelerato il passo per arrivare velocemente alla toilette della locanda.

“Signorina, qualcosa…” disse la vecchia.

“No!” rispose stizzita Francesca continuando a camminare.

“Se ne pentirà! Mi dia qualcosa e non lo farà solamente per me…” urlò la vecchia. Francesca, però, era già all’interno della locanda.

Aprì il rubinetto e l’acqua fredda iniziò a scorrere. Tirò un sospiro di sollievo mettendoci le mani sotto. Finalmente si sentiva rilassata e serena. Si diede un occhiata allo specchio e, stranamente, alla mente riaffiorarono le parole della vecchia. “…non lo farà solamente per me…” le aveva detto. 

“E per chi altri?” esclamò ad alta voce asciugandosi le mani. Sospinse l’uscio del bagno con un sorriso ironico e divertito sulle labbra ma, appena fu nella sala della locanda avvertì il peso di una strana atmosfera. La locanda era deserta. L’unica cosa viva era il fuoco scoppiettante nell’antico camino in pietra.

“Grazie!” disse ad alta voce rivolgendosi al padrone, ma non ottenne risposta.

“Strano!”, pensò, “lasciare incustodita la locanda…”.  E poi che fine avevano fatto tutti quelli seduti dentro? Fece spallucce ed uscì ma trovò anche la via deserta.

“Stefano, Marco… Laura!” gridò. Non c’era nessuno. Non vide nemmeno più la mendicante in terra.

Infilò di nuovo la testa nella locanda: “Scusate!” gridò, ma le sue parole caddero nel vuoto. “Che cacchio sta succedendo?”.

Era stata in bagno per qualche minuto e il mondo era finito? Ridacchiò sommessamente tentando di nascondere l’ansia che subdolamente la stava, pian piano, pervadendo. Prese un bel respiro e tentò qualche veloce esercizio di training autogeno che aveva visto alla tv.

“E’ uno scherzo… uno stupido scherzo…” ripeté insistentemente, tentando di convincersene. Infine decise di andare alla piazza della chiesa. Si affrettò per le viette ma l’oscurità si fondeva all’etereo manto di nebbia creando una miscela confusa di notte ed evanescente brezza. Inoltre le viette del borgo, tutte simili tra loro, aiutarono ad incrementare l’ansia di Francesca e fecero spazio all’ingresso del terrore disperato dello smarrimento, dell’abbandono.

Col passo veloce percorse molte strade ed infilò la testa in ogni casa, in ogni bottega, ma non trovò nessuno, il paese era stato evacuato! Francesca sentiva di non riuscire a sopportare quella situazione. Il cuore come un forsennato batteva all’impazzata nel petto e sembrava che stesse per esplodere. Le forze lentamente la lasciarono ed esausta si appoggiò colle spalle al muro cadendo schiacciata dal peso della gravità, col sedere a terra e le mani che, automaticamente, le cinsero il volto.

Non riusciva a vedere nulla oltre i due metri di raggio, tranne i lampioncini che spiccavano come fatui fuochi sospesi nell’inconsistente nulla. Finché non scorse qualcosa, una sagoma, la sagoma d’un uomo che procedeva verso di lei. Ringraziò il Signore ad alta voce e balzando in piedi come una ranocchia, si diresse incontro a quello che considerava la salvezza.

“Sia lodato Dio...” disse “... può aiutarmi ad andar via…”.

L’uomo le si fermò a pochi centimetri e solo allora alzò la testa che teneva piegata, come se non gli importasse vedere dove stesse andando. La fissò per un istante e sul suo volto si dipinsero i segni di una rabbia crescente. Divenne paonazzo mentre urlava come un forsennato. “Ebbene! Cerchi aiuto ora! Quando te l’ho chiesto io non hai saputo far altro che voltare le spalle!”. Con orrore Francesca lo riconobbe, era il mendicante di fronte la chiesa.

“Mi spiace…” balbettò tentando di rimanere calma “...possiamo rimediare, non crede?” disse estraendo delle banconote dalla tasca e porgendole all’uomo.        

Purtroppo, però, accadde qualcosa che non si aspettava. Il mendicante prese le banconote e, strabuzzando gli occhi, sembrava stesse tentando disperatamente di controllare un crescente impeto sadico dentro sé. Arrotolò i soldi nervosamente, poi li accartocciò sino a ridurli in coriandoli. “Non hanno più valore oramai, non valgono nulla! Non era il denaro di cui avevo bisogno ma del gesto, del gesto che salva…”.

Francesca rimase atterrita di fronte i coriandoli di banconote che l’uomo le gettava contro col fare d’un bambino che gioca, d’un pazzo che non è in sé.

“E’ troppo tardi ora! Troppo tardi!” urlò.

“Si calmi la prego… sono sicura che non è troppo tardi… e… e… le darò molti più soldi se mi aiuta…”.

“Non posso aiutarla”. Fece l’uomo abbandonando braccia e testa come una marionetta. “Non posso, né tanto meno lei può aiutare me…”. Sembrava stesse riflettendo ad alta voce. “Non può aiutarmi ma…”, una breve pausa, “...può nuocermi!”.

Francesca avvertì un brivido freddo percorrerle la schiena.

“Già…” continuò parlando tra sé e sé “… è un altro pesce nell’acquario, un altro squalo nell’oceano…e per sopravvivere bisogna eliminare la concorrenza… mors tua vita mea… già il detto, maledetti motti latini…”.

L’uomo finalmente ritornò in sé ma fu tutt’altro che un vantaggio per la ragazza poiché la fissò con intensa rabbia e con un movimento rapido della mano estrasse, dalla tasca, un coltello. Alla vista dell’arma Francesca perse il controllo della ragione e fu pervasa da un milione di emozioni, una più terrificante dell’altra. Indietreggiò mentre l’altro incalzava brandendo l’arma. Nell’intervallo che intercorse tra un respiro ed un altro l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sul terrore e, come una lepre, scappò via. Ci mise tutte le energie di cui era capace, ogni briciolo di speranza divenne un passo veloce al di là della disperazione che l’avvolgeva e la teneva ferma in una morsa brutale com’è l’omicidio. Sentiva le grida e i passi veloci del mendicante dietro sé, sentiva che l’uomo che voleva la sua morte era vicino, sempre più vicino. Quel luogo sembrava un labirinto, un labirinto infernale. La nebbia ovunque celava muri e case, porte chiuse e finestre sbarrate. Era perduta, l’avrebbe raggiunta ed uccisa. Miracolosamente, però, raggiunse la piazza. Appena ebbe compreso dov’era arrivata ricominciò ad invocare aiuto. “Qualcuno ci sarà, qui!” pensò. Ma sbagliava. Anch’essa era deserta. In un istante riuscì a concertare che il luogo più sicuro, e che di solito è aperto, fosse la chiesa. Vi si diresse ma non appena ebbe appoggiato la mano sul portone in legno s’accorse che, come in tutte le altre occasioni, anche la chiesa non rispettava le usuali abitudini. Era chiusa! Irrimediabilmente chiusa!

Sentì il respiro del mendicante sul suo collo. Lo sentì caldo e pesante. Si voltò lentamente e l’uomo, porgendole un mezzo sorriso, le affondò la lama nel ventre. Avvertì  la pressione, la forza dell’assassino percuoterla sino al fondo più oscuro dell’anima. Le gambe si piegarono e colla schiena aderente al portone della chiesa scivolò giù, lentamente. L’uomo fece alcuni passi indietro e Francesca, alzando lo sguardo, poté vedere che dalla nebbia una donna emergeva e, avvicinandosi al mendicante lo percuoteva con uno schiaffone dietro la nuca. La riconobbe, era la mendicante che si trovava di fronte alla locanda dov’era andata al bagno.

“Cretino!” urlò all’uomo che oramai non si curava più né di Francesca né di nient’altro, di nuovo assorto nei suoi pensieri, oscuri e minacciosi.

“Non è nulla, non ti preoccupare!” le disse la mendicante avvicinandosi. “Non può ferirti!”.

Francesca non riuscì a capire ma a quelle parole ma raccogliendo tutto il coraggio che le era rimasto, tentò di guardare la ferita e spostò la mano. Di nuovo rimase esterrefatta. Non c’era segno di sangue, né di squarci, era sana!

“Ma… mi ha accoltellato! Voleva ammazzarmi!” disse.

L’uomo si voltò e fissandola iniziò a ridere come un forsennato.

“La tua mente ha creato per te il dolore e tutto il resto”, fece la mendicante. “Sei abituata a vivere e questo accade nella realtà…”, s’interruppe per un attimo “… ma tu non sei più nella realtà!”.

“Sono morta, dunque?”.

“No, non sei qui, perlomeno completamente. Di te, qui, solo la Coscienza è rimasta. La Coscienza tua Nera che s’ha da purificare!”.

Francesca  rimase in silenzio, incredula.

“Cara mia, hai sentito parlare del il cammino della disuguaglianza dalle bestie sino all’uguaglianza col divino? Ricorda le tue azioni di oggi, rimembra ogni tuo passo e sappi che dipenderà da qualcun altro, per te, poter andar via. Sei una mendicante ora, anche tu, e fino a che qualche visitatore non ti donerà quella carità che tu hai rifiutato a noi per tre volte, la trinità, resterai qui, per capire, nessun altro accesso è consentito, nessun altra via di uscita esiste…”.

Francesca si alzò e mentre tentava di comprendere ciò che stava accadendo l’uomo ridendo cominciò a schernirla. Le punto il dito contro e gridò : “ Ed ora impara nel rifugio dei peccatori! Bisogna fare agli altri ciò che vogliamo sia fatto a noi…” e rise di nuovo asciugandosi una lacrima che furtiva sfuggì il suo controllo.

“Per poter andare verso Dio…” disse la vecchia durante lo iato che intercorse prima che l’uomo con sorriso beffardo continuò la sua arringa.

“Bisogna aver compassione per la maggiore gloria di Dio… per la maggiore gloria di Dio!” si voltò e continuò ad urlare per la maggiore gloria di Dio finché non scomparve nell’oscurità di una notte profonda come l’abisso insondabile della coscienza degli uomini.

Nello stesso momento, nell’auto che s’allontanava nella piana, Marco col taccuino in mano gridò: “Ci sono, svelato il mistero, è una sorta di purgatorio, credo…”.

“Di che diavolo parli?” ribatté Stefano mentre guidava.

“La guida ha detto quelle cose sul cammino dell’uomo verso Dio. Il filosofo non ha scritto a caso quei motti, ascolta:

Et nunc erudimini!

Poi:

Refugium peccatorum

Omnia ergo quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis…

Infine:

Miserēre

Ad maiorem Dei gloria!

Ok?”.

“E allora li ho letti anch’io, sai?”.

“Già ma non hai notato che se dall’ultimo motto al primo estraiamo la prima lettera viene fuori una parola chiave, e sai qual è?” trionfante si godeva il suo momento di gloria.

“Qual è?” ribatté Stefano tra il curioso e l’annoiato.

“A – M – O – R – E… Amore!”.

“La solita, pacchiana, parola che s’adopera quando non si sa che dire…”. Disse Laura destandosi dal sonno.

“Ma no! Ha un senso, l’amore per il prossimo, per gli altri, quell’amore che abbiamo la responsabilità di donare se vogliamo riceverne, l’amore che unisce. Capisci? Unire, religere, religione, no? È latino…”.

Stefano annuì ironico e poi, alzando lo sguardo sullo specchietto e direzionandolo verso i sedili posteriori, disse: “Tu cosa ne pensi Francesca?”. Non finì la frase che sentì il sangue gelarsi nelle vene. Nello specchio intravide il volto della ragazza, parzialmente celato nell’oscurità, contorto in una smorfia inumana e bestiale.





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