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Diario del 26/4/1986 (un estratto da un mio racconto lungo)

LJUSJA (ore 00.20) Pericolo scampato, almeno credo. Grisha, miracolosamente, è riusciro ad accompagnarmi a casa nonostante l'ebbrezza, nonostante lo stordimento. Papà non è ancora tornato per fortuna, mamma sembra si sia addormentata in sala davanti alla tv accesa. Mi infilo subito nel letto, ho la testa che mi scoppia, tanto che la nascondo sotto il cuscino, poi premo il cuscino contro le tempie sperando serva a migliorare le cose. Ma cosa c'era in quell'acqua di colonia? E soprattutto cosa dirà papà se vede che la boccetta è scomparsa? Per ora, tuttavia, questi problemi sono secondari. L'unica è che domani sia Grisha che io abbiamo scuola al pomeriggio, di sicuro ci saremo già ripresi. Continuo a sentirmi male, mi siedo sul letto. Il tutù e l'uniforme della scuola appesi in un angolo della mia stanza, nonchè una locandina del Komsomol che fa capolino tra i poster di Viktor Choy mi fanno ricordare che infondo sono pur sempre una ragazza perbene, nonostante la bravata di stasera.... sentirsi grandi bevendo la colonia per festeggiare il primo bacio perchè non c'è la vodka... pensandoci ora mi sembra davvero un'idea stupida, eppure l'abbiamo fatto. Mi sdraio di nuovo, e cerco di dormire. LEONID TOPTUNOV (00.38) - Lenja! Lenja! Fermo! - il compare Akimov, per qualche motivo, mi richiama all'attenzione. - Guarda i parametri: hai ridotto la potenza troppo in fretta, per poco lo spegni quel povero reattore, amico mio. - Ha ragione. La potenza è prossima allo zero. - Cosa? Ho sentito bene? - Tuona Dyatlov alzandosi dalla scrivania, poi continua: - Toptunov, Akimov, cosa avete fatto? - Sudo freddo. Trovo il coraggio di rispondere: - Nulla signore. Per i primi venti minuti è andato tutto bene, poi di colpo la potenza è scesa in picchiata!- - Avete bloccato il reattore. Bravi! Che idioti, che manica di incompetenti! - Sto per esplodere. Lascio parlare Akimov: in questi casi riesce ad essere sempre e comunque più pacato e più diplomatico nei modi rispetto a me. E' una dote che ammiro molto. - Signore, non ci resta che spegnere il reattore e ripetere il test in un altro momento, siamo troppo al disotto dei valori di sicurezza.- - Cosa andate farneticando, Akimov? Gli ordini sono chiari, il test va svolto entro oggi, è già stato rimandato troppe volte. Ricominciate a sollevare le barre di controllo finchè non si rientra nei parametri. E muovetevi invece di dormire! Dyatlov è impazzito. Provo a farlo ragionare - Signore, siete sicuro di quello che state dicendo? Il reattore alle basse potenze non è stabile, fare qualsiasi cosa potrebbe essere un rischio! - - Ingegner Toptunov, ascoltatemi bene: quando ho iniziato ad installare reattori nei sottomarini voi eravate nella culla. Non mi faccio dire cosa devo fare e cosa non devo fare da un ragazzino del '60. Questi sono gli ordini e se non li eseguite a me non cambia nulla. Come vi ho fatto entrare così vi posso sbattere fuori. - Sono stato il più diplomatico possibile con Dyatlov, ma ora reprimo a stento i miei istinti omicidi. Akimov capisce: - Lenja, è una follia, ma faresti meglio a fare quel che dice, o ci giochiamo il posto. Sai com'è. Coraggio, tiriamo su le barre!- Solo per paura di finire disoccupato,e soprattutto di perdere la mia casa a Pripyat come immediata conseguenza, eseguo, declinando ogni responsabilità. E' un ordine di Dyatlov, non certo una mia scelta. - Forza, continuate! La potenza sta già aumentando. Mamma mia con chi mi tocca avere a che fare. E il fatto che siete giovani non è un'attenuante, è un'aggravante ragazzi miei, un'aggravante! - Farfuglia Dyatlov, e torna alla scrivania. YAROSLAV LUKASHENKO (ore 00.40) - Quanto tempo ho perso, fratello? - Eh, Slava, quanto tempo hai fatto perdere a me per aspettarti, piuttosto! Ma Caterina Ivanenko è fatta così! - Poveretta, è tutte le notti per tutta la notte sempre rinchiusa nella guardiola, ai cancelli della centrale, non aspetta altro che parlare con qualcuno. Ed è anche simpatica. - Diventa simpatica soprattutto se a parlare con lei è un compaesano giovane e bello! - ride Lenja. - Bello io? Ma dai fratello, per favore! - Arriviamo alla macchina, la mia Lada 2101. Il mio caro fratello Lenja invece sono sei anni che sta aspettando la sua: non gli è ancora stata consegnata. Tento per tre volte di mettere in moto. Non parte. - Che succede, Slava? - Non lo so, Lenja. Vuoi dare te un'occhiata? - Hai una torcia? - To' Lenja, è tutta tua!- Mio fratello apre il vano del motore. Accende la torcia e guarda dappertutto. - E' partita una candela, Slava. Ne hai qualcuna di riserva? - E dove pensi che ce l'abbia, Lenja? E soprattutto, secondo te, dove mai potremmo trovarne una a quest'ora? - A quest'ora da nessuna parte, caro il mio Slava. E temo che nessuno possa darci un passaggio, sono tutti andati via. Non ci resta che raggiungere la cabina telefonica della centrale, laggiù, e avvisare le nostre mogli che torniamo a piedi a Pripyat. Facciamo questo ultimo sacrificio. Te la senti? In una situazione così alla fine non posso che accettare. Sono appena 3km, forse un po’ di più. – Beh, Lenja, la distanza è breve e c’è caldo, si può fare. Pensa se fossimo in inverno, a meno dieci gradi! - Resisterebbe giusto Akimov che è siberiano! Povero Akimov. Gli staranno fischiando le orecchie mentre lavora, è tutta la sera che lo sfottiamo!- Dico questa frase tentando di imitare il suo accento, quello di Novosibirsk. - Eh, Slava, tra l’altro lo imiti anche bene. Pensa se ti sentisse! – Ormai siamo alle cabine telefoniche. - Chi telefona per primo a casa, tu Slava? – - No Lenja, fai tu. Prima i fratelli maggiori. – La verità è che ho voglia di fumare. Mio fratello parla, io accendo. Passa qualche minuto. - Bene, Slava. Ho avvisato Vera, e sono anche contento che quella peste di Ljusja sia a casa. Almeno per una volta ha obbedito! Poi tocca a me fare la telefonata. Per fortuna Nana mi risponde subito, non ha ancora finito di correggere i compiti dei suoi alunni. Tutto a posto. Le nostre signore sono al corrente dell’imprevisto, ci aspetteranno con meno ansia, ed ora ci avviamo. Verso Pripyat. LEONID TOPTUNOV (ore 1.03) - Ma datevi una mossa, idioti! – Dyatlov urla, e nel frattempo suona l’allarme. Poca acqua di raffreddamento, nulla di nuovo. - Tregub, prendete il posto di Toptunov ai comandi, ma restate accanto a lui! – ordina poi, ed io gli obbedisco. - Cosa succede, Tregub? Per me Dyatlov è impazzito! – gli sussurro quasi. - Può darsi. Ma pensa ad una cosa: tutti noi, soprattutto te che sei giovane – ecco che mi si rinfacciano ancora una volta i 25 anni come fossero una colpa – siamo ancora troppo “sporchi” di università, di studi teorici. L’ingegneria nucleare è una scienza esatta ma non sempre, chi ha esperienza come Dyatlov lo sa. A volte serve l’intuito, l’improvvisazione. L’uranio è figlio di madre natura ed è bastardo quanto lei: alle volte ci prende alla sprovvista e dobbiamo essere talmente flessibili e perspicaci da comprenderne in anticipo i comportamenti all’interno del reattore, e agire di conseguenza. Oh, ecco qui, caro Leonid Fjodorovic! Siamo risaliti a 200 MW. - Sono esasperato. Non ne posso più. Dyatlov mi fa riconsegnare i comandi da Tregub. Lui e Akimov hanno appena tirato su quasi tutte le barre di controllo per far aumentare la potenza. Possiamo iniziare il test. 200 MW sono pochi, ma Dyatlov insiste, dice che con le potenze basse si risparmia sull’acqua di raffreddamento. Va bene. Non mi permetto più di obiettare. Sono nervoso, troppo nervoso. Ho paura, non so di cosa, ma ho una sensazione addosso che non mi piace per nulla. Io, colpevole solo di esser nato nel ’60, di essere soltanto un ragazzino e di non avere ancora amicizie che contino abbastanza nel Komsomol. Di colpo mi accorgo di essere invisibile, prima per Dyatlov, poi per tutti gli altri: anche qui dentro altri non sono che il giovane “stilyaga” con la frangia e gli occhiali da sole, sempre seduto fuori dal bar, buono solo a chiacchierare ma la cui opinione non conta nulla per nessuno. YAROSLAV LUKASHENKO (ore 1.15) Camminiamo verso Pripyat. Per non sapere cosa fare, sotto questo cielo pieno di stelle e questo caldo anomalo che ci porta a toglierci la giacca, parliamo dei nostri figli. – Guarda, Lenja, dovessi trovare dei difetti in Vasja, direi che è un bambino pedante e ficcanaso, ma per il resto ha un bel carattere. A scuola, a casa e nel Komsomol sono tutti contenti di lui, tutti tranne.. beh… Svetlana Karasenko, la sua prof di matematica. Oggi gli ha di nuovo dato 2, è impossibile fargliela capire. Eppure è un ragazzo molto intelligente… - Guarda Slava, fosse solo la matematica il problema… Ljusja va male in tutte le materie. Tranne in ginnastica, lì sì, è la migliore della classe. E’anche brava nel balletto, tanto che è stata segnalata dall’accademia di danza di Leningrado. Io però ho messo in chiaro che se la bocciassero a scuola quest’anno Leningrado la vede col binocolo. E’ troppo disobbediente, pensa solamente a ballare e ad ascoltare quelle canzoni americane che le registra clandestinamente quell’altro debosciato con cui è uscita stasera…. Anche se oddio, essendo figlio di un vigile del fuoco si spera che un minimo di disciplina la conosca, quel ragazzo…. - Non devi mollare la presa, fratello. Questa è l’età in cui più di ogni altra i nostri figli devono pensare al loro futuro. Dovresti starle dietro un po’ di più, te lo dico io. Bada che non trascuri troppo il Komsomol soprattutto. Sai che dal partito dipende ogni cosa. Senza di esso non saremmo a Pripyat, ricordatelo. Deve capire che non farà certo tanta strada ascoltando tutta quella roba da Stilyaghi… - Slava, purtroppo con Ljusja è quasi tutto tempo perso, abbiamo provato sia con le buone che con le cattive, ma è una ragazza troppo indisciplinata…. LEONID TOPTUNOV ( ore 1.23) Mandiamo l’ordine di spegnere le turbine. Da questo momento in poi girerà tutto per inerzia. La potenza del reattore sale, sale in maniera inesorabile, a briglia sciolta. Ha già superato i 500 MW. Sono ai comandi e me la sto facendo sotto. Sudo freddo, ho un terribile presentimento. Anche Akimov è molto inquieto, lui che di solito non perde mai la calma. Dyatlov è alla scrivania. - Cosa succede? – ci chiediamo. Nessuno sa rispondere. Di colpo tutto quello che ho studiato non ha più alcun valore. Ogni cosa diventa arbitraria, imprevedibile, dalle certezze matematiche si passa alla più totale casualità. La potenza sale ancora, e ancora. - Dobbiamo ricorrere allo SCRAM, lo spegnimento di emergenza! - grido perché tutti mi sentano, ma Akimov mi precede quasi, passa subito ai fatti e preme il tasto AZ-5, quello dello spegnimento rapido. Il reattore non si spegne, nonostante tutto. E’ pazzesco. La potenza sta raggiungendo livelli astronomici, fuori da ogni portata. Qualcuno entra in sala, terrorizzato, e dice che i tappi protettivi delle barre di controllo in cima al reattore saltano, su e giù, in un’assurda coreografia di getti di vapore. Il pavimento della sala di controllo trema, si ode un tonfo fortissimo, poi un altro, va via la luce, ritorna, poi di nuovo va via. Io penso che la temperatura troppo elevata del reattore abbia fatto esplodere delle condutture, e poi l’esplosione abbia provocato la caduta di qualcosa, forse una gru del vicino blocco 5, quello in costruzione, contro il nostro, di blocco. YAROSLAV LUKASHENKO (1.24) Mentre chiacchiero con mio fratello la terra trema. Poi di colpo odiamo due scoppi molto ravvicinati. Dietro di noi una forte luce, di origine sconosciuta, si diffonde in un bagliore rossastro. Ci voltiamo: dietro di noi ci siamo lasciata la centrale di Chernobyl. Ora però quel che vediamo in questo momento non avremmo mai voluto vederlo, e sottolineo mai. Sembra di essere davanti ad un vulcano. IVAN STOLYARCHUK (ore 1.24) Mentre peschiamo la terra trema. Papà ed io gettiamo via le canne e ci accasciamo, come se un fuoco nemico ci avesse colpiti. Chiudiamo gli occhi. Deve essere un terremoto. Ecco un boato, e poi subito un altro. Apriamo gli occhi, istintivamente, di colpo. Una luce anomala, rossa e gialla, ci acceca. Il blocco del reattore 4, di fronte al canale dove peschiamo, non è più lo stesso. Gli altri due pescatori, poco distanti, stanno dandosela a gambe. Dal blocco si leva una colonna di fuoco: un enorme bengala che sembra voler sfidare il buio della notte. Qualcuno o qualcosa lo ha generato, quel bengala, ed ora, verticale ed imponente colpisce i nostri occhi ignari e scioccati. Rosso, giallo, verde, blu: un assurdo spettacolo pirotecnico che fa accapponare la pelle, e dinnanzi al quale anche i fuochi della festa della Vittoria impallidiscono. Da esso si libera un fumo denso e insopportabile, che penetra dalle narici fin dentro al palato molle, e lascia in bocca un saporaccio acido e metallico, come di ferro, come di sangue. Papà guarda lo spettacolo a bocca aperta, con gli occhi grigi spalancati e le sue sopracciglia, foltissime e nere, rivolte verso l’alto, come in preda alla disperazione. Sembra in stato di shock. ‘Pa’! Pa! Oh, pa! Stai bene?” lo prendo per le spalle e lo scuoto, come a volerlo svegliare dal sonno. – Sì, sto be…bene, Vanja. Cosa è sta… stato?- - Non lo so, papà. Forse un incendio, forse un’esplosione. Si sono sentiti due botti molto forti, per poco non mi si frantumano i timpani. - Ho sentito tutto, Vanja . – Papà icomincia a tossire. Deve essere colpa di questo fumo fastidioso. Tossisco anch’io. – Pa’, ora ammesso che la motocicletta sia ancora integra torniamo a casa, vero? Lascia guidare me, riposati. “ Lentamente, spaventati ed inermi, pieni di domande a cui nessuno può rispondere, andiamo alla ricerca del nostro mezzo. Da lontano ci sembra di udire anche le sirene dei pompieri. YAROSLAV LUKASHENKO - Lenja, mettiamoci ai lati della strada! Sento le sirene! E’ una fila di camion dei pompieri con un paio di ambulanze, tutti diretti a Chernobyl a tutta velocità. - Ma cosa è successo, Slava? Il fumo è arrivato fin qui, l’aria sa di ferro, mi sembra d’aver ingoiato una chiave arrugginita! - Sembra un grosso incendio sul tetto del blocco. Forse un cortocircuito. Quando abbiamo finito noi il turno era tutto a posto, te lo giuro sulla memoria della nostra cara mamma. Secondo me sono quelli del turno di notte che han combinato qualche casino. Sono dei deficienti, se va bene hanno fatto esplodere qualche serbatoio di gas o vai a vedere tu che cosa. Hai sentito i botti prima, vero? - Sì, fratello. E ora la colonna di fuoco sta crescendo, guarda com’è alta! - Santo cielo. Chissà domani cosa succederà. Spero che almeno rimettano qualcosa a posto entro l’alba, e che nessuno si sia fatto male, anche se ahimè dubito. E’ una visione terribile. - Io spero solo di tornare a casa. Non vorrei che con tutta questa confusione succeda qualcosa di strano, ad esempio che ci fermi la Milizia… Le sirene non cessano nemmeno per un istante. VASJA - Vasja, dormi per favore, domani vai a scuola. Hai idea di che ore sono? E’ l’una e trentacinque! - Ma io stavo dormendo, ma’, però ora ho sete! – mi prendo un bicchier d’acqua. – Papà dorme? – - Papà ha avuto un piccolo guasto con l’auto e sta tornando a piedi con zio Lenja. Lo sto aspettando. – dice mamma, poi apre la porta finestra per fumare sul poggiolo. Fuori c’è qualcosa di strano, lo capisco dal fatto che mamma, affacciatasi, esclama “Ghmerti!” – in georgiano, credo significhi “Dio mio!” o qualcosa del genere – Sono troppo curioso, voglio vedere anch’io. E vedo. Non riesco a capire. Sulla centrale,in lontananza, è comparsa una colonna luminosa, altissima, circondata da tanto fumo. Un bengala nella notte. Tremendo, spaventoso, eppure bellissimo nei suoi colori brillanti. - E’ meraviglioso! – mi permetto di dire. - Sei stupido. Pensa se papà e zio fossero rimasti lì! E’ un incendio, non lo vedi?- Mamma si inginocchia, e mi abbraccia. – Mamma, non piangere! – le dico. Ma viene da piangere anche a me, se ci penso. - Entriamo, Vasja, aspetta pure papà con me, se ti va!- - Ma non dovevo andare a dormire? – chiedo, per mascherare la preoccupazione. Di colpo anch’io sono terribilmente in pensiero per papà e per lo zio. - Lascia perdere, Vasja. Io finchè non li vedo tornare, non sono tranquilla!. - Signora Lukashenko! Ma siete sveglia anche voi?- Ci parla la mamma di Julia, dal poggiolo confinante, quello di Stolyarchuk. - Sì signora Arakova. Avete idea di cosa sia successo? – - No. Sembra un incendio però, una cosa improvvisa. Io ero sveglia perché quel disgraziato di Valerij, mio marito, si è ubriacato di nuovo ed è caduto dal letto, nulla di grave per fortuna. Poi ho visto dalla finestra il fuoco che usciva dalla centrale… sarà stato che ne so… dieci minuti fa? - Mio marito, Yaroslav, era di turno fino a mezzanotte. Ha avuto un problema alla macchina e a suo dire sarebbe tornato a casa a piedi insieme a mio cognato, che l’auto invece la aspetta da sei anni. Finchè non lo vedo arrivare non ho pace, credimi. - Meno male che la signora Stolyarchuk e suo figlio Sasha dorme, come la mia Julia. Anche il signor Stolyarchuk era di turno fino a mezzanotte: non è tornato. Non è tornato nemmeno il figlio maggiore, hai presente, il ragioniere Ivan, che andava a prenderlo in motocicletta. Non oso immaginare quanto sarebbero in ansia Sasha e la signora se solo fossero svegli… Speriamo vada tutto bene… - YAROSLAV LUKASHENKO Sono solo 3km, eppure sono sembrati un’eternità. Ora come non mai: camion dei pompieri, ambulanze, macchine della milizia. Sembra sia scoppiato il finimondo, le sirene ci rimbombano nelle orecchie, ed io ho i brividi, devo ammetterlo, tanto che rimetto la giacca. Mio fratello ha la preoccupazione stampata sul volto. Almeno siamo riusciti a raggiungere Viale Lenin: ci manca solo di raggiungere il civico 2 e allora Lenja potrà dormire, si spera, sonni tranquilli. - Non vorrei che Vera fosse troppo in ansia – dice. - Fratello, a chi lo dici. Nana mi ha detto, al telefono, che sarebbe rimasta sveglia fino a quando sarei arrivato. Chissà com’è preoccupata. Via Lazarev non è vicinissima, devo camminare ancora. Intanto Viale Lenin, sonnolento e luminoso, ci travolge come un fiume in piena nel suo tripudio di luminarie, enormi manifesti e bandiere. L’incubo, almeno qui, sembra esser finito. IVAN STOLYARCHUK Abbiamo trovato la motocicletta, ancora intera per fortuna. Visto lo stato di shock di papà ci mettiamo un po’ prima di partire. - Vanja, rallenta, non correre così! – - C’è troppo casino papà! Se rallentiamo quell’ambulanza dietro ci stira! Dai che tra un po’inizia Viale Lenin, ed entriamo in città!- In un baleno ci siamo. Le luci di Viale Lenin corrono insieme a noi. Subito ci compare di fronte il palazzo della cultura, poi giriamo a sinistra, poi ancora a destra, ed ecco via Lazarev. La calma sembra essere tornata, ma quel fumo orribile mi ha irritato gli occhi, invaso la gola. Papà tossisce di nuovo. – Prendiamo l’ascensore, Vanja! – ANTON LUKYANOV - Pa’, sta’ tranquillo! I pompieri sono già al lavoro, domattina sarà di nuovo tutto a posto. Ora entriamo in casa, ti preparo un the, cos’ almeno ti senti meglio! Vengo svegliato dalla voce di questo ragazzo che sento parlare oltre le porte del nostro appartamento, e poi, più in là, aprire la porta del suo. Non so a cosa si riferiscano le sue parole, lì per lì non ci penso. La mia piccola Valentina dorme. Larisa, la mia cara moglie, anche. Dopo cena, e dopo tanto tempo, abbiamo fatto l’amore e poi siamo crollati, vicini l’una all’altro, come fosse la prima volta. Oltre alla voce squillante ed irrequieta di quel tipo penso mi abbia svegliato anche il caldo, decisamente. Apro la finestra. In lontananza si vede qualcosa di terribile. Non credo ai miei occhi. La centrale brucia. E purtroppo non è un sogno. Cerco di restare calmo e non svegliare nessuno. E’ difficile, ma lavorare per i servizi segreti rende estremamente disincantati. Io sono terrorizzato, e disincantato al tempo stesso. Conosco, da circa quattro anni a questa parte, delle verità scomode su quell’impianto. Verità che sarebbero un colpo terribile per lo stato, e per questo devono continuare ad essere taciute. Difetti di progettazione, e troppa fretta per inaugurarlo: il progettista, Bruhanev, corre come un matto pur di accaparrarsi gli onori e le ricompense del partito. Spesso, al ristorante, sedevo al tavolo accanto al suo, e coi compagni del direttorato avremmo voluto negare a tutti, anche a noi stessi quanto scoperto. E forse anche a Mosca, sotto sotto, speravano fosse un nostro errore. Ora invece è proprio il fuoco a farci capire che non abbiamo sbagliato, a confermare tutti i nostri sospetti: il fuoco ha perforato il tetto, è più alto ancora dell’edificio, quindi i tetti non sono ignifughi, come avevamo dedotto dalle indagini. Avevamo scoperto anche difetti nei reattori 3 e 4, prima ancora che il numero 4 fosse inaugurato. Se va bene quelle fiamme – il buio non mi permette di vedere così precisamente in lontananza – vengono fuori proprio dal blocco numero 4, non mi stupirei se fosse così. Quel fuoco potrebbe avvelenarci. Non posso conoscere cosa l’abbia scatenato, ma non è un fuoco normale. Io, lavorando al Duga 3, sono costretto a restare qui, e rischiare, qualunque cosa stia succedendo. Larisa e Valentina invece, quanto di più caro abbia nella vita, possono scappare via, possono salvarsi, e le porterò lontano da qui, a Mosca, dai miei suoceri. Il padre di Larisa alla fine, l’ufficiale Kozlov, conosce di Chernobyl le stesse verità insabbiate che conosco io, appartenendo anch’egli allo stesso direttorato. Inoltre so che per l’incolumità di sua figlia e di sua nipote sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa. Di colpo finiscono dieci anni della nostra famiglia trascorsi qui, in questa città che non sembra neanche vera. Domattina le accompagnerò in macchina fino a Kijev, in aeroporto, per poi fargli prendere il primo volo utile per Mosca. E’ terribile, ma non c’è altra scelta. Kozlov sarà informato in ogni caso. E’incredibile come la vita possa cambiare da un giorno all’altro. E questa volta non per colpa del nemico, ma per colpa di noi stessi.



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