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Alle grotte del Burgio

Escursione alle grotte di Burgio con l’amico Giovanni. Lasciamo l’auto ai bordi della strada di Passo Palermo, cioè a nord della nostra meta. È un errore, presto ce ne renderemo conto. Da qui la montagna è un breve rialzamento su una vasta area ondulata. Sullo sfondo la distesa azzurra del mare. C’è da superare la recinzione che chiude tutta la zona: è un brutto segno, l’accesso a quel terreno aspro d’erbe e di arbusti selvatici è stato sempre libero. Montiamo su un guardrail e oplà, un salto oltre il recinto. La vegetazione è bassa e rada, disa (ampelodesimo), giummara (palma nana), mentastri, sommacco, cipuddazzi (cipolla selvatica), sterpaglia, asparago bianco e asparago nero selvatici, filaccina, odorose piantine di ruta, ginestra, cespugli di bora, finocchietti selvatici, finucchiazzo (ferla), qualche pirazzolo (pero selvatico) e qualche olivastro (olivo selvatico); si cammina bene. Credevo che Giovanni conoscesse i luoghi, ma da un suo accenno sulla direzione da prendere capisco che ne sa meno di me. Per orientarmi cerco di pescare nella memoria. Al tempo dei bombardamenti su Trabia e Termini Imerese papà ci fece sfollare in queste grotte. Partimmo da Cozzo Corvo, papà, mamma, i miei fratelli Nino e Giuseppina ed io, col mulo caricato fino all’inverosimile, insieme ai Firriera, nostri confinanti. Facemmo trazzere e sentieri in salita, direzione sud, verso la montagna di Burgio che vedevamo a distanza , con la sua massiccia mole tondeggiante. No, questo ricordo non mi aiuta: adesso il nostro tragitto è da sud verso nord, dall’alto in basso, col mare di fronte. Altro ricordo. Durante il soggiorno in grotta papà si fece male alla mano sinistra con una canna secca. Ne venne fuori una brutta suppurazione. Ci recammo , papà, mamma ed io, alle non lontane case di Scialabba dove era sfollato il professor Ignazio Gatto, medico specialista in pediatria. Dopo le medicazioni ci mettemmo sulla via del ritorno. Ad un tratto un rumore d’aereo. Papà si voltò di scatto gridando: “A terra!” L’aereo passò a bassa quota; una mitragliata falciò le erbacce ad una trentina di metri da noi. Rimanemmo stesi una ventina di minuti: l’aereo non tornò. Col cuore in gola riprendemmo il cammino. Ecco, in base alla posizione di quelle case rispetto alle grotte è possibile ricavare il tragitto di quel viaggio. Dico a Giovanni che bisogna scendere fino ad aggirare il fianco del monte per rientrare sul versante che guarda il mare. Ma il diavolo ci mette la coda. Il terreno è in lieve discesa, man mano che si scende il monte sulla nostra destra acquista quota. Ci fermiamo; un’occhiata al percorso da fare: ci vorrà qualche chilometro, mi vengono dei dubbi, evidentemente come guida valgo poco. Giovanni si accorge della mia incertezza. Dice: “Allora? …”. E’ un uomo sui sessanta, di statura media, corporatura snella, capelli ancora castani, abbronzato, accanito nuotatore e abile pescatore di polpi; porta occhiali da vista e un cappello di paglia a larghe tese, jeans e maglietta bianca con una scritta sgargiante. Fin dall’infanzia ha sentito parlare di queste famose grotte di Burgio che si vedono abbastanza bene dall’altro versante della valle, dalla provinciale per Calamigna (Ventimiglia di Sicilia). In teoria egli dovrebbe conoscere meglio di me questa zona montana perché possiede dei terreni nella vicina contrada Spina Santa; non è così, non ha mai visto le grotte, vive a Torino fin da giovane. Io ho il vantaggio di una remota conoscenza diretta. Vedo laggiù le vecchie case Scialabba, una volta una masseria solitaria, adesso in mezzo a un guazzabuglio di altre costruzioni. Per raggiungere la loro linea orizzontale rispetto alle grotte ce n’è di strada. Non mi raccapezzo granché, le distanze e la conformazione del suolo mi sembrano diverse, ma non vedo altra via. Dico: “Credo che dobbiamo continuare su questa direzione.” Giovanni non mi pare convinto. Guarda verso la sua sinistra; dal posto dove siamo la montagna appare più alta, ma c’è come una larga apertura tra le rocce che rende agevole l’accesso, così penso. Giovanni dice: “Andiamo per di qua, da lassù si vede meglio.” Senza attendere la mia risposta inizia a salire; pur non approvando in mi accodo; penso che in effetti dalla posizione indicata da Giovanni sarà più facile decidere sull’itinerario da seguire. Giovanni va di buona lena, lo seguo senza difficoltà; sono abbastanza fisicamente allenato: tutti i giorni ginnastica e movimento. Però non sono un centometrista, devo andare col mio passo, come il ciclista passista che nelle salite va col suo ritmo senza permettersi accelerazioni, o, peggio, degli scatti. Il mio compagno d’avventura guadagna terreno, vedo spiccare tra le erbacce la sua blusa bianca e il bianco del suo cappello da sole. Ho l’impressione che sia già in cima; ma in montagna mai fidarsi delle impressioni. Arrivo anch’io a quello che appariva il culmine. Delusione, da lì non riesco a capire nulla; davanti a me si estende un vasto falsopiano infestato di aspra vegetazione, sempre più aggressiva. Sensazione ben diversa da quella provata più volte in cima al Faggeto di Caprese Michelangelo, cioè sull’Alpe di Catenaia, a milleduecento metri d’altezza. Lassù i secolari faggi lasciavano il posto ad un’immensa spianata di morbida erba verde. Facevo parte di un bel gruppo formato, diciamolo, dai maggiorenti del Comune, con mogli, fidanzati, fidanzate, figlioli, tutti abitanti nella frazione capoluogo; eravamo esposti un po’ all’invidia dei concittadini. Sul lieve pendio ci rotolavamo festosamente per decine di metri in quel mare di erbe fresche, odorose, che il venticello increspava come le messi a maggio. Un albero qua e là a centinaia di metri l’uno dall’altro. Le mie nostalgie hanno per oggetto soprattutto persone e luoghi della giovinezza. Non mi pare siano una specie di malessere, una sindrome, come si dice. Fanno parte del mio patrimonio culturale ed umano; senza contare le proficue nuove frequentazioni e nuovi originali pezzi di vita. Giovanni viaggia verso quello che sembra l’orlo dell’altura. Comincio a pentirmi di aver lasciato nelle sue mano il comando della spedizione. Bisognava aggirare il monte, non montarci su. L’avevo detto chiaro, e ripetuto più volte a me stesso. L’esperienza mi dice che i monti non gradiscono i dilettanti. Mi vengono in mente l’Appennino tosco-emiliano, la foresta di Camaldoli, le Alpi Apuane, luoghi non lontani dai posti dove ho vissuto per lavoro; ogni anno questi monti impongono il loro tributo di vittime. Per quanto riguarda il luogo dove siamo non c’è da fare di questi paragoni, lo so; questa è una montagna domestica, di casa nostra; non c’è il pericolo di smarrire il senso dell’orientamento; intorno a noi c’è il vasto panorama del territorio di Trabia; ma il rischio può sempre arrivare per altre vie: l’asprezza e l’impraticabilità del suolo, la caduta in un dirupo, per esempio. Siamo partiti senza uno zaino, senza una borraccia d’acqua, senza un coltello o un segaccio, con leggere scarpe da ginnastica, le braccia nude, niente blu jeans per me, ma leggeri pantaloni estivi. In tasca solo il cellulare e la fotocamera.
Proseguo non certo spedito. I cespugli, un po’ più fitti e corposi frenano un po’; Giovanni è sempre più avanti; di tanto in tanto si gira e mi grida: “Antonio, vieni.” Il sole comincia a picchiare, siamo partiti alle sette e mezza, forse troppo tardi; mi sto rendendo conto dell’errore commesso, di valutazione dei tempi e delle difficoltà ambientali. Ma cammino fiducioso. La mente mi va alle grotte di tanti anni fa: una bassa bassa, l’altra immensa, dal tetto altissimo, aperta su una campagna selvatica che scendeva parecchio fino al livello di un torrente. Ero un bambino, ma mi ricordo tutto perfettamente. Papà aveva paura dei bombardamenti. Ho nitida la scena del suo frenetico avanti e indietro sotto la pergola d’uva della casa di campagna: sul mare, al limite dell’orizzonte, si stava svolgendo una battaglia navale a colpi di cannoni. Fu quello il momento in cui decise di portare la famiglia lontano, sui monti. Sparì per una giornata, immagino in esplorazione; la sera disse: “Domani partiamo per le grotte di Burgio.” Ci sistemammo nella grotta maggiore con qualche materasso, coperte e gli attrezzi per cucinare. Dopo qualche giorno arrivò zio Totò con la famiglia, moglie e quattro figli. Poi la grotta fu invasa da un centinaio di persone. La sera la mamma non poteva prendere sonno. Sua sorella Marina, insieme alla famiglia, era rimasta in paese. Il figlio Antonio, un ragazzo di vent’anni, era a letto con una brutta pleurite. Laggiù, verso il mare, in direzione di Trabia, la mamma vedeva i bagliori, sentiva il rumore sordo delle bombe esplose. “Bombardano Trabia.” diceva con un filo di voce. Teneva la corona in mano e pregava intensamente. Anch’io non staccavo gli occhi da quello spettacolo; mi stringevo a lei. Papà cercava di incoraggiarla: “Nunù, ma perché piangi? Bombardano a Termini, non a Trabia”. “No no, è a Trabia. Povera sorella mia, con quel figlio malato ...” Un giorno un conoscente ci informò che zia Marina si era trasferita, con la famiglia, alla Marinnuzza, in una casetta di proprietà a tre passi dalla spiaggia. “Allora è viva, è viva!” esclamò la mamma, in un impeto di felicità. Il paese, diceva l’uomo, aveva subito dei bombardamenti, erano state colpite alcune case, i morti erano tre o quattro, ma i bombardieri americani si accanivano sul porto e la stazione ferroviaria di Termini Imerese. La felicità della mamma durò poco. Non passò una settimana, dopo aver parlottare con un tizio, papà, pallido in viso, le disse che la voleva vedere sua sorella Marina. “Vestiti e andiamo”. La mamma gli chiese supplichevole: “Ma che è successo, dimmi che è successo!” . “Non ti preoccupare, forse ha bisogno di una mano d’aiuto.” Invece era morto Antonio. La mamma rimase alcuni giorni con la sorella. Tornò vestita di nero; sembrava un’altra. Stette seduta su un panchetto per ore, senza spiccicare una parola. La sera il fuoco, per cucinare qualcosa, l’accese papà.
Non vedo più Giovanni, forse ha oltrepassato il falsopiano e si trova già in discesa. Cerco di accelerare il passo, la vegetazione è fitta, non è facile. Però, questo torinese d’adozione, penso, poteva aspettarmi; ha imparato tra i piemontesi a far per sé? L’aria va infuocandosi, il sole siciliano non scherza. Indosso il cappello di paglia, che ho acquistato nel negozietto della nave, e gli occhiali da sole. Meno male, per la verità da quando sono in Sicilia non li ho mai lasciati. In paese il cappello ha colpito un vecchio amico, Nardino, sordo come una campana ma con gli occhi buoni, seduto davanti al circolo dei cacciatori nel Corso, un uomo anziano, ma vispo, baffetti, capelli grigiastri ancora abbastanza folti. Invidia: i miei sono fini fini e radi, la mia sembra la testa di una strega spelacchiata. E’ un vecchio impiegato (l’unico) dell’ufficio di collocamento, dal carattere bonario, paterno; in paese hanno affetto per lui; si è comportato bene nelle sue funzioni, ha aiutato tanti giovani a trovare lavoro. Lo conosco da quando eravamo giovincelli; lui era una specie di sottocapo dei boy scout, sempre infaticabile, disponibile; i compagni più piccoli, credo si chiamino lupetti, le femminucce guide, lo trattavano come lo zietto buono. Appena mi vide, quest’estate, con una risatina a tutti i denti mi fece: “Eh, Antonio, di nuovo qua, bello questo cappellino, dove l’hai preso?” “Ciao, Nardino, nel negozio di mio nonno.” Un po’ mi meravigliai della meraviglia dell’amico. A Viareggio ne ho visti tanti di questi cappelli; qui invece nessuno si copre il capo. Vedo spesso ragazzi e adulti, anche rasati a zero, tranquillamente con la zucca al sole, anche nelle ore più calde; bambini di pochi mesi senza lo straccio di un berrettino sulla testina; me li vedo sfilare davanti all’auto in braccio alla mamma o a papà; i genitori, con l’intera tribù, attraversano la statale, nel tratto all’altezza della spiaggia della Vetrana, senza degnarsi di buttare l’occhio alle macchine che sopravvengono; non ci sono le strisce bianche, che strisce e strisce, prima veniamo noi, sembrano dire. Gli occhiali, anch’essi sono nuovi di zecca. Li ho dovuti ricompare in fretta. E’ andata così. In certi giorni, nel tardo pomeriggio io e i miei amici Mimmo, Giovanni e l’altro Giovanni, ci sediamo ad un tavolino del bar della Favara in piazza Lanza, a bere della birra e a chiacchierare. Mimmo è anche mio cugino; l’ho visto da neonato, è un colonnello commissario dell’esercito, felicemente in pensione a sessant’anni; è un tipo energico, atletico, non so quanti giri, di corsa, fa per ore ed ore ogni mattina sulla pista sterrata del disastrato campo sportivo del paese. Sì, disastrato perché abbandonato dal Comune e prontamente vandalizzato; un gioiellino di stadio, fatto costruire con amore dal mio amico sindaco Totò Piazza: misure regolamentari per le competizioni del campionato di calcio allievi e dilettanti, scalinate per il pubblico, locali per gli spogliatoi delle squadre, sala di ginnastica, ufficio, sala di riunione, servizi igienici doppi e quant’altro; anni Ottanta, il Trabia navigava nei tornei dei dilettanti. Piano piano venne il disimpegno e infine l’abbandono. Per quali ragioni? Non riesco a capirlo. Dovrò approfondire. Ma torniamo al Colonnello. Mimmo, occhi vivi, baffetti di maschio latino, calzoncini, eternamente in guerra con le zanzare sulle gambe; non sopporta le facilonerie, il pressappochismo, le disonestà; nel suo lavoro si è distinto per il giusto rispetto delle prassi, dei contratti e dei regolamenti in un campo certamente impervio com’è quello degli approvvigionamenti militari. Incarna quella che può considerarsi un’anomalia per un militare: ha idee di centrosinistra, duro avversario della destra becera, populista, affaristica, obbiettivamente lontana da una destra degna di questo nome. Aggiornatissimo sull’attualità politica, non c’è tema o problema che non sappia sceverare in tutti i suoi risvolti; è deciso e convincente, si accalora e lascia poco spazio all’interlocutore, se la questione è scottante. Del primo Giovanni ho già detto abbastanza, si è improvvisato come guida, ma dovrò aspettare prima di poterne valutare le qualità. Per intanto è scomparso dalla mia vista. L’altro Giovanni è la perfetta figura del buon padre di famiglia, fisico robusto, pacato nei suoi ragionamenti, stravede per i due figli giovanotti, uno laureato e uno diplomato; per loro farebbe l’impossibile, è fiducioso in una loro prossima sistemazione lavorativa. Il bar è posto sotto il costone della montagna, che sovrasta la piazza, per cui a quell’ora c’è ombra, gli occhiali non servono. Quando ci siamo alzati per andar via li ho lasciati sul tavolino. Non ho fatto più di duecento metri e son tornato a riprenderli. Sul tavolino e nei dintorni non c’erano più. Ho chiesto al barista, un ragazzo alto e massiccio, non ne sapeva nulla. Sullo spiazzo davanti al grande abbeveratoio un gruppo di ragazzini giocava a palla, dei giovani, maschi e femmine, stazionavano sui gradini del vasto palco in muratura. Ultime occhiate qua e là, Amen. Questi occhiali nuovi non mi soddisfano granché, sia per la grandezza che per la forma delle lenti. Nel negozio non c’era molto da scegliere. Comunque adesso assolvono egregiamente il loro compito, il sole dell’estate siciliana inizia a far valere i suoi diritti.
Sono al limite del terreno in falsopiano. Da qui inizia un esteso scoscendimento a balze fino alle radici del monte. Il fondo, a pascolo montano, è così distante laggiù da far apparire qualche raro albero un puntino più scuro rispetto al resto della stenta vegetazione. Il mare di fronte, una liscia distesa azzurro-pallido che sembra alzarsi nella lontananza fin quasi al livello da cui svaria il mio sguardo alla ricerca di contrade, colline, piccole valli, rilievi rocciosi, pianure coltive, fino alla piatta striscia costiera, luoghi conosciuti e familiari, che tornano all’occhio e alla mente nelle diverse sfumature di verde come ridestati dalle riserve d’immagini degli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Più giù, a venti-trenta metri, vedo Giovanni col suo cappello bianco. Gli dico: “Giovà, si va bene o no?” “Abbastanza, stai attento a dove metti i piedi, siamo parecchio in discesa.” “Okay.” Cerco di avanzare con più energia, ma la vegetazione si fa sempre più fitta e alta. Devo badare all’equilibrio, sono costretto a tenermi con una mano ai fasci di fili di disa, ma procedo discretamente per un buon tratto. Poi le cose si complicano, alla solita vegetazione si aggiungono i rami spinosi dei rovi; bisogna spezzarli o passarci sotto; non è facile, sono a mani nude; la resistenza delle erbacce si fa più dura. Giovanni mi dice di evitare il tratto appena seguito da lui. Faccio una deviazione, dopo un po’ non lo vedo più. Spero non sia caduto. Continuo la mia lotta, i rovi ci sono ancora, per fortuna non a cespuglioni, solo rami serpeggianti nell’intrico di sterpi e ruvide erbe. Ci sono pure grosse piante di finocchi selvatici; nelle mani un sollievo, per la morbidezza; al contrario, i rovi una tortura. Non guardo le braccia nude, sterpi e rovi me le pungono e feriscono, avverto dei bruciori. A tratti perdo l’equilibrio, metto un piede in fallo, mi salvo aggrappandomi alle erbe lunghe. Non vedo il terreno, ad ogni passo devo saggiare a tentoni la solidità del suolo. Squilla il cellulare, Giovanni mi chiede come va, gli rispondo che per ora vado avanti, e che spero di farcela. In verità comincio a rendermi conto delle difficoltà in cui mi sono cacciato. Sudo a fontanelle, per così dire; i raggi del sole sono micidiali, indosso il cappello, ma la disidratazione può essere in agguato: la paura è che mi vengano meno le energie, il dispendio è grande. Sarà passata mezz’ora o un’ora, Giovanni mi richiama, gli dico di stare tranquillo, non sarà questa montagnola ad averla vinta. Scaccio qualche pensiero molesto, no non finirò per essere salvato dal soccorso pubblico. So esattamente dove mi trovo; alzo gli occhi: in fondo in fondo riesco a indovinare la collina del Cozzo Corvo dov’è la mia casa. A quest’ora Carmela sarà sotto la veranda, aperta sul vasto marciapiede, come una terrazza sul terreno in pendio, con ringhiera di ferro (“Deve essere grande come una piazza d’armi.” dissi per telefono a mio cugino Sarino, l’impresario che stava ristrutturando la vecchia casa di mio padre.), che dà sul sottostante giardino, denso di ulivi, susini, melograni, peri, limoni, arance, mandarini, banani, fichidindia e fiori; sarà seduta al tavolo rotondo a tagliuzzare le foglie più tenere del mazzetto di tenerumi di zucchina. Stamattina le ho detto: “Oggi pasta, tenerumi e pomodoro. Sarò di ritorno verso mezzogiorno e mezzo.” Cosa starà pensando del marito che se ne va in montagna, in cerca di che cosa, poi?, in preda alla fisima di rivedere un luogo dove visse da bambino? Lei è allergica a queste bizzarrie, cura e ama la sua casa; per lei esistono solo la casa, il marito, i figli, la nipotina Aurora; che ogni sera sente al telefono, chiedendole di venirci a trovare, insieme alla sua mamma. Guardo l’ora sul cellulare: le dieci e venti. Il sole sta avvicinandosi allo zenit: so che significa. Vado avanti; rinuncio a proseguire in via diretta verso il basso, come forse sta facendo Giovanni, che da oltre un’ora non ho più visto; il rischio che mi tiri giù una sciara non è da sottovalutare. La rotta adesso è verso ovest, dove s’affaccia un picco di roccia; ho la vaga impressione che ai suoi piedi la marcia potrebbe essere meno intricata. Intanto mi faccio largo a forza con mani e braccia rigate di sangue. Mi si para davanti un masso enorme; la sua superficie irregolare emerge dalla vegetazione; cerco di arrampicarmici con l’idea di un po’ di riposo e della possibilità di scrutare tutto intorno per valutare meglio quel che mi aspetta. Non so com’è successo, perdo l’equilibrio e mi ritrovo col sedere e le spalle sulla densa vegetazione, le gambe in alto, poggiate sul pietrone. Un attimo di stordimento. Cerco di sollevarmi facendo leva sulle gambe, ma sono troppo elevate rispetto al corpo; provo un paio di volte, è impossibile, c’è troppo sbilanciamento di peso, non sono sufficienti le residue energie. Non ho più il cappello in testa, guardo intorno, non lo vedo; adesso il volto e la testa sono alla mercé del sole a picco. Giro le gambe verso gli arbusti e le erbacce che circondano la roccia; non mi fido, da qualche parte può nascondersi il vuoto, un dirupo. A tentoni riesco a trovare un punto fermo, mi rialzo. Devo montare sulla roccia. Altro tentativo, questa volta a stento ce la faccio; recupero il cappello. Ho rasentato il limite delle mie forze. La sensazione è stata netta, alla bocca dello stomaco. Il calore è terribile, cosa darei per un sorso d’acqua? Trovo la forza di rimettermi in piedi. Il superbo panorama, ben conosciuto, familiare, soprattutto il mare, mi rasserena. Il silenzio è assoluto, non un uccello, nessun animale; non penso al possibile incontro con serpenti o vipere, incoscientemente, perché la montagna di Burgio non è certo l’uliveto dietro casa mia. Nessuna traccia di Giovanni, grido il suo nome un paio di volte: silenzio. Non mi viene in mente di usare il cellulare. Scruto le condizioni del suolo al di sopra del masso. Mi pare di rivedere più in alto la vegetazione che ho attraversato in cima. Mi rimetto in marcia, questa volta salendo. Non mi sbaglio, una cinquantina di metri; il cammino è sempre difficile ma più agevole. Punto ad ovest, verso lo spuntone di roccia, che, chissà perché, mi dà sicurezza. Mi bruciano le braccia, avrò un taglio anche su una gamba, nonostante i calzoni. Vado avanti per qualche centinaio di metri. Sono vicino alla roccia, all’improvviso il colpo di fortuna: sotto i miei piedi un sentiero di capre che va verso il basso in una zona in cui la pendenza è più blanda. Sono stremato, l'aria è incandescente, ho paura di barcollare sotto un sole senza pietà. Mi avvio camminando lentamente. A metà costa, in fondo, su un prato selvatico, vedo luccicare i dorsi di un branco di cavalli bianchi.
Era bianco anche il mulo di papà. Povera bestia, era già anziana; fu un aiuto prezioso per il trasloco alle grotte e per i diversi vai e vieni che papà faceva tra le grotte e la proprietà dove sorgeva la casa di campagna. Il mulo tornava sempre carico. In quegli anni di miseria nera papà non ci fece mancare mai il necessario; oltre a frutta, verdura e pane, avevamo pasta, legumi, uova, qualche pollo, formaggio (quest’ultimo ce lo forniva Firriera, insieme alla ricotta e al siero, l’allevatore confinante con la nostra). Non c’era carne di manzo o di maiale o di altro tipo. I bambini, con cui giocavo davanti alla grotta, erano laceri e a piedi nudi; se durante il gioco mangiucchiavo pane e formaggio, che la mamma m’aveva messo in mano, non mi levavano gli occhi di dosso. Ciccio, così si chiamava,, quando era a riposo, pascolava tranquillo tra le erbe selvatiche lungo il declivio che portava al vallone. Gli davamo allora, noi bambini, un po’ di noia, girandogli intorno e gridandogli: “Ciccio, Ciccio,” il suo nome. Non ci avvicinavamo più di tanto, non ci azzardavamo a toccarlo perché era piuttosto diffidente; con papà invece sembrava un agnellino, lui non lo picchiava mai, ma lo caricava senza pietà; lo trattava con rudezza ma con rispetto. Mi avvicino al piano. Dimentico di Giovanni. Lui se n’è andato via, forse costretto dalla forte pendenza del terreno; comunque mi aveva lasciato indietro, sparito. Adesso però mi preoccupo per lui. Certamente ha preso una via più diretta verso il basso, non sarà scivolato e si sarà fatto male? All’improvviso lo vedo giù, piccolo piccolo, a grande distanza, all’ombra di un albero. E’ in piedi, col suo cappello di paglia, che da qui è un puntino bianco. Faccio una deviazione, il terreno pur cespuglioso me lo permette. Saremo vicini alle grotte? Guardo il costone della montagna che più in là, uno o due chilometri, diventa una parete a picco, in parte nascosta da un folto di alberi. Mi sembra d’essere sulla strada giusta: le due grotte saranno alla base di quella parete. Mi ricordo che papà, quando arrivammo alle grotte guardò lo spessore di quel tetto naturale. “Qui le bombe non ci potranno far nulla,” disse soddisfatto. Lui pensava solo ai bombardamenti, ma la guerra non è solo bombe sganciate dagli aerei; alla fine di quel soggiorno da trogloditi se ne rese ben conto.
Quelle grotte mi sembravano una scoperta favolosa di papà, ma chissà quante generazioni di agricoltori e contadini le avevano viste. Come detto, non eravamo soli; con noi c’erano l’allevatore Firriera, con la famiglia, un sei-sette persone. Io pensavo agli animali abbandonati nella stalla. Dissi alla mamma: “Chi darà da mangiare alle mucche e ai vitelli? Moriranno …” “No, Firriera tornerà ogni giorno a governarli.” Conoscevo bene quegli animali, erano quattro o cinque mamme e tanti vitellini; l’odore intenso dello strame, le mangiatoie piene di erba fresca; le mucche sempre a masticare e a ruminare. Se m’affacciavo sulla porta si giravano a guardarmi. Volevo accarezzare i vitellini, ma mi sfuggivano; le loro mamme mi fulminavano con gli occhi e agitavano la coda; qualcuno riuscivo ad abbracciarlo, il contatto con quel corpo così morbido e vivo mi mandava in estasi. Poi Firriera, un uomo alto e magro, le guance scavate, i capelli ispidi, severo, mi restituiva il tegame pieno di siero. A casa ne mangiavo una grossa tazza. A volte veniva anche la mamma; faceva grandi chiacchierate con la moglie di Firriera, una donna pingue, accogliente, sorridente; allora mi ci scappava pure un’arrampicata sull’immenso gelso davanti alla stalla e una bella scorpacciata dei suoi frutti. La mamma mi sgridava, se le riusciva a prendermi, mi puliva la faccia e le mani, impiastricciate di nero, sotto un rubinetto. Adesso eravamo in un altro mondo. Le grotte erano due; una, bassa bassa e larga, quasi non ci si stava in piedi, la presero i Firriera; noi ci sistemammo nell’l’altra, immensa, la volta altissima, davanti tutta aperta, nell’angolo sinistro, in una piccola grotta nella grotta. Papà vi scaricò i materassi e le poche masserizie (una bella fatica per Ciccio). Il pavimento era un po’ più alto rispetto a quello del resto della grotta. Eravamo i primi arrivati e prendemmo perciò il più bel posto. La mamma, come prima cosa pensò a sistemare gli oggetti di cucina, pentole, tegami, piatti, posate, tazze e a costruire il focolare. Ordinò a noi, fratelli e sorella, di cercare tre pietre, piuttosto grosse, dalla forma allungata. Ci mettemmo all’opera. Io, più svelto, cominciai a setacciare il terreno dentro e fuori la grotta; Nino, il fratello maggiore, studente sussiegoso, se la prese comoda; Giuseppina, signorina sedicenne, chissà dove stava con la testa: sì, vabbé, ora vediamo. Sotto un pinastro adocchiai una pietra, più o meno con le caratteristiche richieste. “Mamà, Mamà, ne ho trovata una!” Gliela portai. “Ce ne vogliono altre due,” disse senza scomporsi. Nino si era avviato lungo la parete del monte, Giuseppina non sapeva dove andare a cercare. Insomma io e Nino rimediammo le tre pietre. La mamma le accostò formando un rettangolo aperto da un lato e vi pose sopra, come prova, una pignatta: tutto bene; legna e ramaglia ce n’erano in abbondanza.
Mi avvicino ai cavalli: sono quattro o cinque giumente e due puledri, liberi come l’aria; non si allontanano molto da un grosso recipiente di plastica pieno d’acqua, posto sotto un albero in cima ad un cocuzzolo di terreno. Più in basso un casolare diroccato che con la calura meridiana, in mezzo a quella vegetazione fulminata dai raggi del sole, si distingue poco. Ora vedo abbastanza bene Giovanni; anch’egli mi scorge e grida: “Antonio, sono qua!” La distanza c’è, la voce arriva debole. “Giovanni, sono subito da te!”, grido a mia volta. Chissà da quanto tempo aspetta. Avrà trovato una specie di direttissima? Coraggio o incoscienza? Io invece ho dovuto fare un lungo giro. Sono contento però, riprenderemo insieme la marcia. Sento che le grotte sono vicine. Penso a zio Totò. Arrivò con la famiglia dopo alcuni giorni. Papà era contento: lo zio, suo fratello minore, non voleva spostarsi dal paese; i bombardamenti di Palermo e di Termini Imerese non lo smuovevano; sottovalutava il pericolo. Papà gli diceva: “Non vedi che gli aerei sono così fitti da oscurare il cielo? Bombardano dappertutto. Porta via la famiglia dal paese”. “Ma sì, Trabia è un piccolo centro agricolo, vuoi che vi sprechino delle bombe”, rispondeva. Le insistenze di papà finalmente fecero breccia: portò la famiglia in una sua casa colonica dei Piani e poi alle grotte di Burgio. Lo vedemmo arrivare col suo mulo baio, carico di masserizie, la famiglia dietro, moglie, suocera, le mie tre cuginette e l’ultimo nato, di un anno. Eravamo felici. Si sistemarono accanto a noi. La grotta intanto si andava riempiendo. I bombardamenti continuavano. Dopo poco tempo sapemmo che le bombe avevano centrato una casa nei pressi della stazione, quella del cavaliere Sanfilippo e quella. appunto, dello zio. Furono uccisi una coppia di sposi e la giovane figlia del cavaliere. Ricordo la faccia terrea di mio zio e, insieme, l’enorme sospiro di sollievo: lui e la sua famiglia erano scampati ad una morte certa. Mamma, papà, lo zio, la zia, tutti, ci abbracciammo fortemente. “Meno male!”, papà aveva le lacrime agli occhi. Mi vengono i brividi anche adesso. Raggiungo Giovanni. Mi dice: “Sono scivolato; ho uno stiramento alla spalla.” “Sei fortunato, ti poteva andare peggio.” Mi siedo a terra all’ombra del pinastro, tutto un bagno di sudore. A pochi metri c’è una piccola vasca con un filo d’acqua che esce da un tubo. “Vai a bagnarti e a bere”, dice Giovanni. “Un momento, fammi riposare, così mi asciugo un po’ di sudore.” Che follia andare a finire dentro la selvaggia vegetazione montana senza seguire una traccia, un sentiero. Dal punto dove siamo mi rendo conto dei luoghi. Avevo ragione, dovevamo scendere lungo il lato ovest del monte, evitando di salirci sopra. Ma non sarebbe stato facile lo stesso. Venendo giù ho visto delle robuste recinzioni. Insomma tutto sbagliato, ci siamo avventurati senza chiedere informazioni. I tratturi di una volta sono scomparsi. I proprietari di questi terreni selvatici a quanto pare marcano i propri possessi con dei recinti, chissà, in vista di una loro destinazione ad aree edificabili? Non trovo altre ragioni. L’onda della cupidigia umana sta arrivando alle pendici della montagna. Un quarto d’ora, o anche meno, poi mi fiondo nella vasca. L’acqua fresca in faccia e sul capo mi fa rinascere. Non ricordo una sensazione di intenso ristoro come questa. Il filo d’acqua che scorre dal tubo è rientrato rispetto al bordo della vasca, bisogna stendere un braccio, prendere l’acqua potabile nel palmo della mano. Alla bocca ogni volta arriva molto meno di un sorso. Ce ne vuole di questa ginnastica per soddisfare l’arsura! Giovanni mi dice di fare con calma, di trattenere nella mano più acqua possibile con minimi movimenti. E’ una parola, il liquido scivola via, la bocca rimane quasi asciutta. Ma insisto, meglio di niente, il mio corpo è una fornace. Un quarto d’ora?, mezz’ora?, a succhiare quella linfa di vita? Infine ritorno all’ombra del pinastro. Bisogna decidere se andare avanti o alzare bandiera bianca.
Il sole è alto ma le grotte ci attendono, non possiamo bruciare questa giornata così. Ci alziamo e in marcia, seguendo un sentiero ben visibile. Restammo circa un mese nella grotta; quella grande si riempì di gente; un centinaio di persone dormiva in giacigli di fortuna; durante il giorno c’era tanta animazione, un chiacchiericcio continuo. Ad un certo punto sul bordo della grotta, su dei massi di pietra, alcuni coltivatori cominciarono a porre in vendita ortaggi, pesche, susine, pere, mandorle verdi, fave, ceci. Non c’erano molti soldi in giro, tanti sfollati, uomini, donne, bambini, guardavano quelle ceste di ben di Dio con l’acquolina in bocca, ma non compravano: niente soldi. I venditori comunque riuscivano ad esitare quella merce praticando anche, per certi generi, il baratto. Noi eravamo riforniti di tutto da papà e dallo zio. Il latte, la ricotta e il formaggio non ci mancavano, ce li portava Firrera. Non so come facevano i nostri genitori a procurarsi pane, pasta e altri generi non prodotti in proprio. Molti adulti e bambini avevano la fame impressa sul viso. Papà era generoso, offriva loro delle forme di pane, frutta e verdura. Bambini e ragazzini scorrazzavano a piedi nudi, a volte qualcuno si fermava di botto con una smorfia, si chinava per estrarsi una spina dal piede. La mamma, abbattuta per la scomparsa del nipote Antonio, non dava molta confidenza. Si occupava dei figli, del marito, delle faccende domestiche (cucinare, lavare i panni, tenere pulito il nostro angolo di grotta, rammendare); nei lunghi pomeriggi sedeva a cucire con la cognata Mariannina e la madre di lei, Caterina. Parlavano delle ristrettezze e delle scomodità in cui erano costrette a vivere, della scarsezza dell’acqua che non bastava mai per gli usi normali ed anche per via dei figlioletti che si scatenavano nei giochi in mezzo alla terra, s’insudiciavano gambe, braccia, viso, pantaloncini, camicette, vestine e tornavano conciati come piccoli mostri; ma anche i rispettivi mariti non scherzavano con gli andirivieni dalle loro proprietà, quanto a panni sporchi e sudati. La mamma pensava al suo povero nipote Antonio, da poco accompagnato al cimitero; le lacrime le scendevano copiose, la voce incrinata di pianto; quanto era buono e affettuoso, per me era come un figlio, diceva, veniva spesso a casa, mi portava le primizie di campagna, sempre a disposizione per delle commissioni, perché mio figlio Nino stava sempre a studiare sui suoi libri di liceo; un angelo del paradiso. Dio ha voluto così, si faceva il segno della croce, non è giusto, però sia fatta la volontà di Dio. Zia Mariannina piangeva per la sua casa centrata da una bomba. Ma ci pensiamo, diceva, a quest’ora saremmo tutti morti se Totò non si fosse convinto a portarci nella casa di campagna; morti come quella povera figlia del cavaliere Sanfilippo, uccisa nel giardino della casa di fronte a noi; e i mobili, il corredo da sposa, i vestiti, tutto distrutto, siamo rimasti con questi panni addosso e poco più; Totò dice che qualcosa ha salvato, ma io non ci credo, dove scoppiano le bombe non rimane più nulla. La mamma cercava di confortarla, devi ringraziare Dio per l’illuminazione data a tuo marito, le diceva, devi essere felice per la grazia di essere tutti vivi; conta solo la vita, il resto va e viene. Nonostante le disgrazie e i pericoli per me quella era un’avventura straordinaria. Con le mie cuginette, Pina di sette anni, Terina di cinque e Giannina di tre e con alcuni ragazzini, giocavo a rincorrerci, a nascondino, sempre in vista della mamma, sul terreno smosso dagli animali (capre e pecore al pascolo o conigli selvatici e lepri), ricco di erbacce, arbusti e da qualche stento alberello che resisteva al caldo estivo. Mia sorella Giuseppina faceva comunella con alcune ragazze, chiacchieravano o improvvisavano dei giochi femminili che a me non interessavano per niente. Passava anche delle ore al telaio, a ricamarsi il corredo da sposa. Era l’unica ragazza della grotta occupata in questa attività, a dispetto delle ansie per lo sfollamento, per gli aerei che a volte oscuravano il cielo, tanto erano numerosi, per gli scoppi dei bombardamenti che percepivamo distintamente, specie la sera. La mamma insistette molto con papà nel chiedergli di portarle quel telaio, le stoffe e tutto l’occorrente per il ricamo che si trovavano nella casa di villeggiatura. Credo che volesse tenere occupata la figlia, farla stare tranquilla al lavoro, al suo fianco. Giuseppina spesso contraddiceva la mamma, ne nascevano piccoli battibecchi, ma l’autorità materna non si discuteva. Nino, diciassettenne, piuttosto posato, si dedicava con altri ragazzi all’esplorazione dei dintorni e alla caccia di certi uccellini; sostituiva a volte papà nel compito rifornirci d’acqua: col mulo a barda andava a riempire due grossi recipienti di terracotta alla sorgente di Sant’Onofrio. S’era portato dietro dei libri di scuola e dedicava qualche ora allo studio: era al secondo anno del vecchio liceo classico. Papà e zio Totò passavano giornate intere nella grotta e nei dintorni, salvi i giorni in cui tornavano con i rispettivi muli, nelle loro proprietà, o chissà in quali altri posti, per procurarsi delle vettovaglie. I capi famiglia qualche volta si riunivano in gruppo, seduti sull’irregolare lastricato naturale di pietra viva, e attaccavano con discorsi interminabili. Gli argomenti erano sempre i soliti: le difficoltà dell’agricoltura i cui prodotti non trovavano esito nei mercati ortofrutticoli a causa degli sfollamenti e della miseria che imperversava; l’olio rimaneva invenduto nelle giare; il grano doveva conferirsi all’ammasso per quattro soldi. Ciascuno dei proprietari raccontava le proprie vicissitudini. Qualche bracciante ascoltava, annuiva, ma rimaneva zitto, confuso dal fiume in piena dei ragionamenti degli agricoltori. Poi si passava alla guerra che non si doveva fare, Mussolini doveva stare fermo, l’Italia non era preparata; guardate l’America di quanti aerei dispone, quanti ne passano sulle nostre teste! Gli aerei nostri dove sono? Avevamo le colonie, tante ricchezze da sfruttare, tanto lavoro; sta andando tutto in fumo; gli americani non scherzano, hanno i dollari, e tantissimi carri armati, navi, sommergibili, aerei; noi abbiamo i cannoni di legno (qualcuno aveva sparso questa voce); comunque i mezzi da guerra erano contati. Non tutti concordavano, così il discorso cadeva sui tradimenti, sulla guerra che andava male perché l’esercito era pieno di traditori, Mussolini aveva fatto bene ma i generali lo tradivano. Infine si parlava dei propri congiunti sotto le armi: quasi tutti gli anziani avevano uno o più figli in guerra, da tempo non ne avevano notizie, il discorso si faceva accorato e finiva in tanti rivoli di lamentele e di angosce. La domenica si giocava a carte; si formavano dei gruppetti di quattro giocatori. C’era chi si applicava al gioco con serietà e stava zitto, ma i commenti, le contestazioni tra compagni, gli sfottimenti e le relative reazioni non mancavano nelle varie fasi del gioco, sotto l’occhio divertito di quanti assistevano assiepati intorno . Papà e zio Totò erano di quelli calmi e riflessivi, tanto che spesso ne uscivano vincitori e dall’alto della loro conquistata autorevolezza zittivano e strapazzavano scherzosamente i perdenti di turno. Accadeva pure che ad un tratto, nel preciso momento in cui veniva percepito il sordo rombo dei bombardieri in marcia verso i loro obbiettivi, scendeva su tutti un cupo silenzio, gli occhi rivolti al cielo, attraverso l’ampia apertura anteriore della grotta: enormi formazioni di aerei, non finivano mai di sfilare, procedevano verso est, pronti a scaricare i loro ordigni di morte su porti, ferrovie, infrastrutture, su postazioni militari e, spesso, su abitazioni civili. Dopo quel rabbrividente passaggio rimanevamo tutti come degli ebeti, il silenzio persisteva, molti pensavano ai loro congiunti in guerra, le donne pregavano e piangevano mentre un groppo d’angoscia prendeva tutti. Poi una voce rompeva il silenzio e si tornava alla normalità di una esistenza che non aveva nulla di normale.
Giovanni, come ha fatto prima, cammina davanti a me. Non me ne preoccupo, il sentiero mi dà sicurezza. La vegetazione è rada, qua e là sorgono delle piante di finocchiazzo (ferla); sono quasi secche, senza foglie. “Vedi?, sotto queste piante appena piove, dopo tre o quattro giorni, nascono i funghi ferla, tra i più prelibati.”, dice Giovanni. “E tu, vecchio cittadino torinese, come lo sai?”, gli chiedo. “Dimentichi che sono un trabiese e che ho vissuto a lungo in queste contrade.” Presto ci accorgiamo che il sentiero non sale di quota, però ci avvicina al prospetto di quella parete di roccia sotto cui dovrebbero profilarsi le grotte. Comunque andiamo avanti; ai lati della traccia che seguiamo, il terreno, pietroso e scosceso, è coperto da fitte piante di sommacco. Ad una certa distanza, più in alto, si vede un grosso olivastro; ad occhio dovrebbe essere sulla direttrice delle grotte. Ma siamo bassi, bisogna salire, il terreno ripido, senza appigli, con le pietre che scivolano sotto i piedi, rende instabile l’equilibrio. Occorre un bastone. Ne facciamo due dal tronco secco di due piante di finocchiazzo; non c’è da fidarsi troppo, data la loro leggerezza, ma è meglio di niente, basta non appoggiarsi con tutto il corpo, non reggerebbero. Passo dopo passo, con notevole sforzo e qualche piccolo sbandamento subito annullato col puntello del provvidenziale bastone, lentamente guadagniamo quota. Incontriamo altri due o tre sentieri, sempre diretti in orizzontale, ci aiutano ad avvicinarci all’olivastro che adesso vediamo nella sua imponenza di enorme cespuglione. Ogni volta ne percorriamo un tratto, poi ci arrampichiamo su quella irta pendice. Il sudore scorre a fiumi; il sole è impietoso. Ogni tanto una breve sosta. Il Monte Malu Purtusu è di fronte a noi, sull’altro versante della valle. Il suo profilo allungato, tondeggiante, dà un senso di serena bellezza. Sul suo fianco di tanto in tanto vediamo un luccichio e un minuscolo oggetto che attraversa il folto degli oliveti: è un auto che percorre la provinciale per Calamigna (Ventimiglia di Sicilia). Guardiamo Vadduni Funnutu, il torrente che scorre profondo, incuneato fra strette gole; appare in fondo in fondo: ne abbiamo fatta di strada in salita. A nord le colline Morello, sfregiate da tante costruzioni, orlano il piano che corre lungo la riva del mare. La lontananza e la foschia velano la congerie di case costruite sugli antichi giardini che davano lavoro e benessere ai trabiesi. Proseguiamo su un terreno più libero da vegetazione, sempre più ripido e insidioso. Sarà passata un’ora in quest’ultima arrampicata. Il sole è ormai quasi a picco. La fatica si fa sentire, Siamo vicinissimi all’olivastro; Giovanni si ferma su un nuovo sentiero, il terzo o il quarto che attraversa il nostro cammino; io ancora stento ad arrivarci, finalmente ci sono. Giovanni mi dice: “Alza gli occhi.” Davanti a me, d’improvviso, eccola: la grande grotta di Burgio. Un tuffo nella mia infanzia. Per qualche attimo rimango immobile, senza parole. La riconosco benissimo. D’impeto copro l’ultima cinquantina di metri. Supero una specie di cordone fatto di massi lungo il filo della sua entrata e sono sotto l’alta volta. Mi colpisce il nitore dei lastroni di pietra viva, niente erbacce o escrementi di animali o infestazioni di sorta, sembra ripulita per mettere in mostra la selvaggia bellezza di una dimora naturale ricavata nel vivo della roccia. Sulla sinistra la grotta nella grotta, la nostra abitazione per un mese; mi pare un po’ più piccola e il suo pavimento più basso di quel che pensavo. Ma non c’è dubbio: è il rifugio offertoci dalla natura nei giorni dei fitti bombardamenti. Mi siedo sullo scalino che delimita la cavità. E’ il posto dove stava a sedere in pena la mamma nelle serate e nelle notti passate a fissare i sinistri bagliori che s’accendevano in direzione di Trabia. Giovanni mi dice: “Allora? Che pensi?” Lì per lì non so che rispondere, il cuore e la mente sono in subbuglio. Dopo un visibilio d’anni, tornare in un luogo speciale e remoto in cui si è vissuto uno speciale tratto d’infanzia non è un fatto consueto. Il turbamento c’è, porta all’inizio di un tempo, di una vita, in lontananza, in un mondo come fosse solo sognato, seppure vissuto, che torna, interrompe l’ordinata scansione dei giorni; un mondo che risorge e vive, con persone, luoghi, pensieri, nella piena di un sommovimento che offusca i confini tra reale ed immaginario. “Che dirti, Giovanni, qui sono stato bambino, per certi versi la vita da sfollati in questa grotta fu per me un’avventura favolosa, ma la permanenza in questo luogo selvatico non fu solo corse, giochi, felicità, per la prima volta provai dolore nel vedere il volto della mamma segnato dall’ansia e dalle lacrime; ed anche paura, per la tragedia sfiorata che all’improvviso pose fine alla nostra vita in grotta.”
Mi alzo, il fiatone è cessato. Guardo intorno, cerco un indizio, una traccia della vita trascorsa in questo posto: niente, non un oggetto estraneo alla roccia, non pietre disposte in un certo modo per l’uso quotidiano, ad esempio, a forma di focolare; tutto sparito, il soggiorno e gli eventi di quei lontani giorni, nessun riscontro materiale, come se non fossero mai avvenuti. Rimane solo la memoria di chi li ha vissuti, ma gli adulti di allora saranno quasi tutti scomparsi; anche molti dei bambini che scorrazzavano con me. Quanto ancora correranno e resisteranno nelle menti di uomini e donne le immagini di quel frammento di vita così divergente dalla quotidianità di un tranquillo paese agricolo? Il sentimento del sopravvissuto, che a volte mi prende nel vedere tante persone sconosciute, nate e cresciute durante la mia assenza, muoversi per le vie e le piazze, viene a confondersi col ridestarsi di antichi sentimenti, la dolcezza e l’ineffabile malinconia dei ricordi. Il posto è da paradiso, la distesa d’azzurro pallido del mare, ai margini di un lembo di terra tra colline e monti, tiene alta la tenue linea dell’orizzonte. Giovanni dice: “Io sono nato alcuni mesi dopo l’invasione degli americani. So solo quel che mi hanno raccontato i genitori. In un certo senso t’invidio. Anche i miei scapparono verso la campagna.” “La guerra è una tragedia immane, io ne vissi uno scampolo, significativo e carico di violenza.” Ci spostiamo verso il lato destro. A terra ci sono delle piume d’uccello in corrispondenza di uno spacco sulla volta della grotta. “Ci faranno il nido i colombacci.” dice il mio amico. Andiamo alla grotta adiacente. E’ molto bassa e piccola, come me la ricordavo. Un uomo in piedi non ci sta. Vi si sistemò Firriera con la sua famiglia. Avrà goduto di un po’ di privacy in più; noi eravamo in un angolo appartato dell’altra grotta, ma aperto alla massa di sfollati che via via vi si installò. Ci sediamo su un pietrone meno aguzzo. “Sai come ebbe termine la permanenza in queste grotte?“, dico io. “Me ne accennarono i miei, ma non ricordo granché.” risponde Giovanni. “Papà aveva fatto i conti senza l’oste. Lo spessore della montagna sopra le grotte era tale da tranquillizzare rispetto ad eventuali bombardamenti. Ma il pericolo, come abbiamo sperimentato sulla pelle, non proveniva solo dal cielo. Di fronte alle grotte, sulla collina dell’altro versante della valle si snoda la provinciale Trabia-Calamigna. Su questa strada, che adesso possiamo intravedere per le auto che la percorrono, comparvero, scendendo verso Trabia, le sagome inconfondibili di una interminabile colonna di carri armati. Nessuno nelle grotte era al corrente degli ultimi eventi della guerra; non avevamo radio, né notizie per altri mezzi; non sapevamo che gli americani erano sbarcati nei pressi di Gela, senza incontrare quasi resistenza. Al conducenti dei carri armati non sfuggì il brulichio di gente in quei buchi scavati nella roccia; quando i carri furono all’altezza delle grotte, ebbero l’ordine di puntare i cannoni contro di noi. Nella grotta grande scoppiò il finimondo: le urla, i pianti, l’agitazione, la corsa a sbandierare lenzuoli bianchi su canne, bastoni, rami d’alberi, con le mani, in segno di resa, era indescrivibile. Papà, con un gruppo di altri capifamiglia, si buttò di corsa sulla discesa che va al torrente, per risalire poi fino alla provinciale e ai carri armati, nel tentativo di dissuadere i militari dallo sparare sul mucchio degli sfollati. Credo che gli americani furono frenati dal quello sventolio di lenzuoli, rimasero per parecchi minuti fermi, coi cannoni puntati. Nel frattempo arrivò il gruppo dei capifamiglia che a gesti, farfugliamenti tra il siciliano e i rudimenti d’inglese captati dai parenti emigrati in America, riuscì a far capire che si trattava di civili sfollati, senz’armi, inoffensivi. L’ufficiale in capo, un giovane biondo in divisa cachi, dalla torretta del primo carro, con un grido secco e un veloce gesto del braccio diede finalmente l’ordine di proseguire la marcia. Poi guardò i trafelati padri di famiglia in fila ai margini della strada e li salutò militarmente, sorridente. I nostri risposero festosamente, agitando le mani. Per noi nelle grotte furono momenti di terribile angoscia, bastava una cannonata per fare una carneficina. Quando si percepì lo scampato pericolo, molti si fecero cadere a terra stremati, altri rimasero come intontiti, parecchi si abbracciarono tra di loro.” Giovanni dice: “Una bella paura. “Sì, rispondo, “ abbiamo visto la morte con gli occhi. In tempo di guerra la vita umana non vale nulla.” Ormai siamo al solleone, bisogna affrettarsi a ritornare. Propongo di lasciare l’auto dove l’abbiamo parcheggiata, per riprenderla in un secondo tempo con altra auto, e di tornare a piedi per evitare a quel punto l’impossibile risalita della montagna. In discesa tutti i santi aiutano.
Antonio Carollo





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