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UN EROE SOTTRATTO ALLA STORIA

Ti incontravo in un punto imprecisato dell'estate. Vicino a quel mare che sognavo tutto l'inverno, prigioniera di piogge e nebbie che divoravano i colori.

Era sempre un incontro sbrigativo, apparentemente rubato a un impegno più importante. Un sorriso, un abbraccio formale e il diaframma dela presenza degli altri. I tuoi figli, prima di noi nipoti. Ci penso e scopro che non ho mai parlato a tu per tu con te. Rivedo il tuo viso di traverso, mentre componevi frasi a voce bassa, appena sussurrate, la tua bocca come una ferita aperta. Parole perse nello spazio di penombra davanti alla tua poltrona. Ancora non so se erano dirette proprio a me. Parlava più forte il tuo sguardo, ramingo in un altrove. Di nascostao seguivo coi miei occhi quella direzione per scoprire il tuo segreto, ma ogni volta mi perdevo tra i tagli obliqui delle persiane polverose. Non ero padrona della lente giusta.

Oltre quelle persiane sonnolente, le voci di paese tessevano storie su di te. Più che persona un personaggio, testimoni convinti e convicenti illustravano storie di realtà superiori. Leggende amatoriali che costruivano distanze fra di noi, e con gli anni sopivano il desiderio di raggiungerti veramente. Venne l'adolescenza, a esigere il tributo di candido cinismo e di stupidità. Vi aderii naturalmente, ed assorbii in fretta i commenti surreali che ti volevano, novello Cagliostro, capace di beffare anche la morte. Pensavo dunque che avrei avuto tutto il tempo. Giare di ore, da svuotare col secchiello. Tempo per raccontarti chi ero e per sapere di te. Sbagliavo. E presto fui costretta ad una resa senza ritorno. Un tradimento mi sembrò e nemmeno potei decidere a chi imputarlo.

Quel che capisco ora, è che eri così solo che ti impegnasti per beffare la vita. Quella mattina radiosa volesti abbracciare il mare tutto intero, nelle profondità dei suoi colori sciogliesti caparbio tutti i tuoi grigiori.





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