Tutte le categorie


La breve vita di yasser

Il mio nome è Yasser Rabaham e sto morendo. 
Sto morendo in questo cupo pomeriggio di novembre, immerso dentro una pozza del mio stesso sangue, mentre vedo avvicinarsi guardinghe e incerte delle ombre nella nebbia, ne sento le voci sempre più indistinte e confuse 
Sto morendo. 
E ho paura, una paura che non conoscevo, una paura che non sapevo di avere.. 
Ho sempre saputo di dover morire perchè nella mia terra si nasce per morire. Perché è una terra arida e cupa che ti nega la vita. E la morte ti è accanto dovunque tu vada, come una vecchia compagna. 
Ed è una compagna impaziente, che non ama aspettare. 
Ho paura e non dovrei, perchè tra un po’ Allah, il grande, l’infinito e misericordioso Allah mi accoglierà tra le sue braccia. 
E anche se non ho fatto il mio dovere fino in fondo, Allah è grande e mi accoglierà nel suo paradiso. Immagini e pensieri senza tempo né luogo si susseguono vorticosamente nella mia mente, come su un display impazzito, mentre sento svanire le forze. 
E penso a quando ho dato l’addio a mia madre che piangeva, e che forse ancora piange. 
E quello sguardo fiero e compiaciuto di mio padre, mentre mi imbottivo di tritolo le tasche del giaccone consunto dal lavoro nei campi, mentre mi vestivo di quell' abito di morte fin sotto le ascelle. 
“Allah è grande – recitava come una cantilena – e mi ha dato il privilegio che la carne della mia carne vada al suo cospetto per aver punito i suoi nemici. Gloria ad Allah! – 
E scorgevo nei suoi occhi quell'odio, quell’odio antico che vi avevo sempre intravisto. 
Quell’odio che vi avevo letto per la prima volta da bambino, quando mi portò tanti anni fa a gerusalemme, a vedere i nostri oppressori, i nostri nemici…..quella genìa infame che credeva in un falso dio che non era Allah, e che ci aveva scacciato dalla nostra terra. 
Quante volte avevo immaginati quei nemici del mio popolo in mille modi diversi, ributtanti mostri dalle orrende forme, che mi avevano insegnato ad odiare fin dal primo giorno di vita. 
Ma adesso tutto sembrava come da noi, e io non avevo paura. 
Fu allora che guardai mio padre per cogliere anche sul suo viso già segnato dal tempo un po’di stupore, e mi accorsi per la prima volta che quella luce di durezza che aveva sempre avuto negli occhi, non era che l’ immutabile luce dell’ odio. 
Quell'odio che non lascia respiro, quell'odio che non ti fa vivere se non per odiare, e che un giorno sarebbe apparso anche nei miei occhi, o forse c’era già. 
Una luce che non c’era mai stata negli occhi di mia madre. 
Mia madre. 
In quello sguardo piangente che ho davanti a me adesso ci vedo solo un dolore impotente, il dolore straziato di tutte le madri che partoriscono figli già votati alla morte prima ancora di aver conosciuto la vita. 
Avrei voluto dirle tante cose mentre la salutavo fingendo indifferenza e fierezza……… 
avrei voluto dirle che forse non mi sentivo ancora pronto per tutto questo, che non ero poi tanto adulto come pensava mio padre, e avrei voluto dirle che certe volte sentivo ancora il bisogno che lei mi tenesse abbracciato come qualche anno fa. 
Ma non ho potuto dirle niente……. 
C’era lui. 
C' era mio padre, e mio padre non mi avrebbe mai più parlato se avesse capito ciò che sentivo. 
Mio padre si sarebbe vergognato di me, e io avrei preferito morire mille volte piuttosto che questo. 

E poi come in trance il breve tragitto sopra quel pullman senza guardare nessuno, senza pensare a niente, se non a quell’unico obiettivo fisso davanti a me, ad immaginarmi quell' orribile scena che avevo già vissuto tante volte in certi strani sogni da cui mi svegliavo piangendo. 
Pensavo ai miei nemici, ne vedevo i corpi smembrati saltare in aria assieme al mio. 
Li odiavo e avrei voluto odiarli ancora di più. 
Li odiavo e mi sentivo fiero al pensiero di quello che avrebbero detto di me gli amici, i parenti, e l’imam. 
Mi sentivo fiero della fierezza di mio padre. 
Mio padre che avrebbe innalzato le sue invocazioni al cielo, pronunciando il nome di suo figlio Yasser con orgoglio. 
Yasser l'eroe. 
Yasser il martire. 
Il grande Yasser, morto per la gloria di allah. 

Sono sceso alla fermata stabilita, e le mie gambe hanno preso a camminare verso la direzione giusta quasi automaticamente, come se conoscessero la strada. 
Hanno cominciato a percorrere senza tentennamenti e senza fretta, per non dare nell’occhio, quel vialetto asfaltato che portava al grande edificio del Centro Commerciale, con le auto ferme a lati tutt’intorno fin dove arrivava lo sguardo. 
C’era gente seduta sulle panchine, c’era gente che chiacchierava in quella lingua che non era la mia, gente che rideva.E tutto mi ricordava quei lunghi pomeriggi seduto sui muretti della scuola a parlare coi miei amici. 
Mi guardavo attorno a spiare se ci fossero soldati in giro, camminando lentamente verso l’ingresso. 
Ed è stato allora che l’ho vista. 

Era con un’altra ragazza, sedute su una panchina a mangiare un gelato, parlottando tra loro e ridendo. 
E lei aveva lunghi capelli neri, due grandi occhi che le illuminavano il viso, e la bocca sporca di cioccolata. 
Mentre mi avvicinavo abbiamo incrociato lo sguardo, e quei due occhi neri e vellutati come la notte posati su di me mi hanno gelato il sangue dentro. 
Senza che lo volessi, ho rallentato il passo fin quasi a fermarmi. 
E la guardavo, e avrei voluto continuare a guardarla per sempre. 
Sapevo che avrei dovuto guardare altrove, sapevo che mi avevano detto di non farmi distrarre da nulla e di tirare sempre dritto qualunque cosa vedessi, sapevo che gli occhi del grande Allah e di tutti quelli che conoscevo erano fissi su di me, accalcati attorno alle radio per cominciare a piangere la mia morte, ed esaltare il mio nome. 
Sapevo tutto questo, ma non riuscivo a guardare altrove, non potevo guardare altrove, non potevo guardare nient' altro in questo mondo che non fosse lei. 
Incatenato a quello sguardo sono passati attimi infiniti, poi lei ha sussurrato qualcosa sottovoce all’ altra ragazza, senza smettere di guardarmi, e mi ha sorriso……. 
Mi ha sorriso ed è stato come quando Allah creò la Luce per illuminare un mondo fino ad allora buio, è stato come uscire ancora una volta dal buio del grembo di una madre. 
Ha alzato lentamente il gelato e continuando a sorridere mi ha fatto cenno col capo se ne volessi un pò, mentre sentivo distintamente il fruscio dei suoi lunghi capelli neri accarezzarmi l’anima. 

Io non ho risposto, io ero altrove. 
Io ero sopra di me a guardare un povero pazzo imbottito di tritolo, che tra un po’ avrebbe ammazzato se stesso e tanti altri che non conosceva, un povero pazzo che tra un pò avrebbe spento per sempre quel sorriso e cancellato dal mondo quegli occhi colpevoli solo di esistere. 
O Grande e Infinito Allah, perchè non mi hai dato la forza di staccarmi da quegli occhi? 
Poi tutto è successo all'improvviso, come colpito da un lampo........all'improvviso ho saputo che senza quel sorriso e quegli occhi non poteva esserci nessun paradiso, perchè il paradiso era quello, e non poteva essere altrove. 
E come se non avessi desiderato altro per tutta la vita, ho cominciato a correre a perdifiato verso il retro del grande edificio, e ho preso a liberarmi affannosamente dal tritolo. 
Dovevo svestirmi di quell’abito di Morte perché avevo intravisto e capito per la prima volta cos'era la Vita! 
E mentre mi liberavo da quell’orrendo impedimento, strappandomi di dosso la Morte, mi sentivo affluire dentro, come un fiume in piena, quelle cose che c' erano sempre state da qualche parte......il sapere che la vita non era Odio ma Amore, e che l’ amore era negli occhi di quella ragazza, che era su quella bocca sporca di cioccolata, che l’ Amore era quella ragazza. 
E che senza di esso la vita non aveva senso, e non ne avrebbe mai avuto. 
E mi svestivo sempre più in fretta, piangendo e tremando, mi svestivo perché si nasce nudi, mi svestivo mentre il mondo attorno a me girava vorticosamente, e tutto si faceva confuso. 
E non ho smesso nemmeno nel sentire quelle voci che mi gridavano ordini da lontano, nemmeno davanti a quei fucili puntati. 
Ho continuato e continuato, senza fermarmi.......ho continuato fino a quando ho sentito mille coltelli trafiggermi il corpo, finchè tutto si è fatto più buio, ed il cielo mi è crollato addosso. 
E ho saputo che era troppo tardi per tutto. 
Adesso qui di cielo ne è rimasto solo un piccolo squarcio, un lembo di luce sempre più stretto, che tra un po’ mi svanirà per sempre dagli occhi. 
Ed io morirò. 
Morirò e non mi importa niente di andare nel paradiso di allah. 
Non più. 

Io avrei voluto solo camminare con quella ragazza fino a farci vecchi, tenendola per mano.

 





Più visti - Tutte le categorie



© 2012 Racconti.it