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Un giorno come gli altri

Arrivati a 25 anni tutti iniziamo a farci delle domande, insomma un quarto di secolo è sufficiente per capire cosa fare della propria vita, magari se sei un sognatore puoi metterci qualche anno in più, poi di solito ti svegli e capisci che non c’è possibilità di scelta, la pillola rossa la dobbiamo ingurgitare tutti, quella blu non esiste. Marco la pensava esattamente cosi, a 24 anni era quasi al termine dei suoi studi di medicina, la carriera che aveva sempre sognato si stava, finalmente, avvicinando. Non aveva di certo messo da parte le sue passioni, le partite a calcetto con gli amici erano a cadenza settimanale, ogni mercoledi, stessa ora e stessa posto. Parallelamente agli studi di medicina aveva continuato a coltivare la sua grande passione: il teatro recitando presso una delle piccole compagnie presenti a Caserta, le sue giornate erano piene e perfettamente programmate dalla mattina alla sera, compreso il tempo da dedicare alla vita sociale e agli amici.

 Un giorno Marco si stufò di tutto questo e decise di uccidere una persona.

 Come ogni mattina si alzò alle 7,30, fece la pipi, si lavò la faccia, scese in cucina e si bevve un caffè, rigorosamente amaro, accompagnato da una tazza di latte e biscotti. Salutati i suoi genitori, per cui provava una sorta di venerazione dovuta al fatto che lo avessero appoggiato in tutto dal primo all’ultimo giorno, andò in garage e prese la macchina, con lui c’era un coltello preso precedentemente.

Arrivato in facoltà si accese la solita sigaretta prima di entrare nell’atrio principale, era un rito che portava avanti dal primo anno e non poteva venire meno, tra il pantalone e l’addome aveva il coltello, posizionato con cura al fine di evitare danni imbarazzanti. Terminata la Chesterfield Rossa, entrò nell’atrio e incontrò il suo collega Giovanni, un ragazzo tranquillo, ma con uno spiccato senso di competizione. <<Ciao, che fai?>> gli chiese Marco, con un sorriso di circostanza <<Vado un attimo in bagno e poi in biblioteca a studiare>> rispose il suo collega <<Devo andare anche io a sciacquarmi la faccia, vengo con te>> replicò Marco.

All’interno del bagno non c’era nessuno, Marco decise di fare ciò che aveva deciso di fare, estrasse il coltello, si posizionò alle spalle del suo amico intento a fare la pipi, gli mise una mano sulla bocca e con un colpo secco e preciso, da vero enfant prodige della chirurgia, gli recise la carotide. Una goccia, poi due, poi tre, poi infinite iniziarono a scendere dalla sua fronte mentre il sangue scorreva dalla gola della sua vittima, che in pochi secondi perse i sensi per non riprenderli più. Si girò, l’odore del ferro era ovunque, il cuore era a mille e ai suoi piedi si era formato uno stagno color rosso, ad un certo punto i suoi occhi si incrociarono con quelli di Giovanni, aperti e incoscienti, visione non nuova per uno studente di medicina, ma questa volta la sensazione non fu indifferenza, ma eccitazione, un tripudio di adrenalina si era scatenata nel corpo del giovane 24enne. Fece per allontanarsi dal corpo ormai senza vita dell’amico, e si trovò davanti un altro ragazzo, un altro studente come lui, pietrificato dalla paura, stavolta si incrociarono due sguardi, entrambi vivi.

Marco sorrise, gettò il coltello a terra e disse laconico <<Non ci sono spiegazioni, la vita non è ordine, vivere nella tranquillità e nella regolarità mi ha portato a scoprire qualcosa di davvero interessante: il caos. Qualunque cosa tu farai in futuro vivi di emozione, di passione, di sogni. La regolarità porta solo alla follia>> Chiuse gli occhi, al posto del buio si trovò davanti il sorriso dei suoi genitori, si rese conto di aver perso qualcosa.





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